26 luglio '13 - venerdì 26th July / Friday visioni post - 8
Meteo
Caronte alla porta: il caldo record dell'estate
previsto tra domenica e martedì / 14 città da
bollino rosso
L'anticiclone è arrivato sull'Italia e sta per provocare una tra le più imponenti ondate di caldo degli ultimi 10 anni. Domenica le città a rischio saranno complessivamente 25
SPAGNA - il treno uscito in curva
Un italiano tra le vittime: è il 25enne Dario
Lombardo / Il macchinista è stato arrestato
e rischia fino a 312 anni di carcere
BRASILE
Il Papa a Capocabana: un milione di giovani in festa
per la Via Crucis
Spettacolo di colori, luci e fantasia in spiaggia: San Francesco benedetto con una colomba. Papa Francesco incontra i detenuti ed elogia i nonni. Si commuove nella favela di Rio. Ai giovani: "Fate casino"
Lucianone
DI TUTTO e di PIU Ambiente / Appuntamenti / Arte / / Cibo-cucina / Commenti / Cultura / Curiosità-comicità / Dossier / Economia-Finanza / Fotografia / Inchiesta / Intervista / Istruzione / Lavoro / Lettere / Libri / Medicina / Motori / Musica / Natura / Opinione del Giovedì / Personaggi / Psicologia / Reportage / Riflessioni-Idee / Salute / Scienze / Società-Politica / Spettacoli (cinema/tv) / Sport / Stampa-giornali / Storie / Tecnologia-Internet / Ultime notizie / Viaggi
venerdì 26 luglio 2013
Sport - calcio / Tutto HellasVerona
26 luglio '13 - venerdì 26th July / Friday
La presentazione della squadra veneta
Quattromila persone hanno applaudito la squadra di Mandorlini
in via Sogare, a Verona / Entusiasmo Hellas / Il presidente Setti
suona la carica: "Dateci la Juventus" / La grinta di Rafael, il
portiere: "L'obiettivo è la salvezza, dobbiamo giocare con tutte
le nostre carte"
Le ultime luci del giorno lasciano il posto alle prime ombre della sera.
Il sole tramonta sullo stadio di via Sogare e scende anche qualche goc-
cia di pioggia ma batte forte il cuore di 4.000mila tifosi gialloblù che
hanno anticipato il rientro dalle vacanze... per ringraziare ancora una
volta Mandorlini e i suoi ragazzi, "quelli che fecero l'impresa", quelli
che hanno portato in tre anni l'Hellas dalla C alla A, per dare il benve-
nuto ai nuovi arrivati che hanno già capito che aria tira a Verona -
"una passione incredibile, me ne avevano sempre parlato ma non pen-
savo una roba così", ammette Luca Toni, un campione del mondo in
maglia gialloblù - per applaudire ancora una volta Setti, Sogliano, Gar-
dini... i dirigenti che hanno regalato un sogno alla gente scaligera.
Per abbracciare e non dimenticare Giovanni Martinelli, l'uomo che ha
avuto la forza di acquistare una società in grande difficoltà e di risolle-
varla con razionalità, intelligenza e tanto coraggio. "Lui è il nostro
presidente- ha detto Maurizio Setti - Giovanni martinelli ci è sempre
stato vicino e lo sentiamo vicino anche adesso, più che mai...".
Fumogeni colorati e cori da stadio. Brividi sulle gradinate, brividi in
mezzo al campo. Cristiana Buonamano, giornalista Sky e madrina
della serata, chiama sul palco lo staff tecnico. Poi i giocatori, uno a
uno, dai portieri agli attaccanti, in rigoroso ordine alfabetico.
Applausi per tutti, canzoni personalizzate per i beniamini del pubblico, per
bomber Cacia, per super Nick Ferrari, per Mimmo Maietta. "Noi voglia-
mo Maietta in Nazional, Maietta in Nazional, Maietta in Nazional...". Si
commuove il difensore gialloblù, stringe i denti come fa quando lotta in
mezzo all'area e prende in mano il microfono: ..."Cosa ho fatto per meri-
tarmi tutto questo? Dò sempre il massimo, dal primo all'ultimo minuto.
La gente l'ha capito e mi vuole bene. Io in Nazionale? Non scherziamo,
l'Hellas è la mia Nazionale". Ancora cori, ancora applausi.
CONTINUA... to be continued...
La presentazione della squadra veneta
Quattromila persone hanno applaudito la squadra di Mandorlini
in via Sogare, a Verona / Entusiasmo Hellas / Il presidente Setti
suona la carica: "Dateci la Juventus" / La grinta di Rafael, il
portiere: "L'obiettivo è la salvezza, dobbiamo giocare con tutte
le nostre carte"
Le ultime luci del giorno lasciano il posto alle prime ombre della sera.
Il sole tramonta sullo stadio di via Sogare e scende anche qualche goc-
cia di pioggia ma batte forte il cuore di 4.000mila tifosi gialloblù che
hanno anticipato il rientro dalle vacanze... per ringraziare ancora una
volta Mandorlini e i suoi ragazzi, "quelli che fecero l'impresa", quelli
che hanno portato in tre anni l'Hellas dalla C alla A, per dare il benve-
nuto ai nuovi arrivati che hanno già capito che aria tira a Verona -
"una passione incredibile, me ne avevano sempre parlato ma non pen-
savo una roba così", ammette Luca Toni, un campione del mondo in
maglia gialloblù - per applaudire ancora una volta Setti, Sogliano, Gar-
dini... i dirigenti che hanno regalato un sogno alla gente scaligera.
Per abbracciare e non dimenticare Giovanni Martinelli, l'uomo che ha
avuto la forza di acquistare una società in grande difficoltà e di risolle-
varla con razionalità, intelligenza e tanto coraggio. "Lui è il nostro
presidente- ha detto Maurizio Setti - Giovanni martinelli ci è sempre
stato vicino e lo sentiamo vicino anche adesso, più che mai...".
Fumogeni colorati e cori da stadio. Brividi sulle gradinate, brividi in
mezzo al campo. Cristiana Buonamano, giornalista Sky e madrina
della serata, chiama sul palco lo staff tecnico. Poi i giocatori, uno a
uno, dai portieri agli attaccanti, in rigoroso ordine alfabetico.
La formazione dell'Hellas Verona che ha conquistato la serie A,
dopo una lunga permanenza in Prima Divisione e due anni in BApplausi per tutti, canzoni personalizzate per i beniamini del pubblico, per
bomber Cacia, per super Nick Ferrari, per Mimmo Maietta. "Noi voglia-
mo Maietta in Nazional, Maietta in Nazional, Maietta in Nazional...". Si
commuove il difensore gialloblù, stringe i denti come fa quando lotta in
mezzo all'area e prende in mano il microfono: ..."Cosa ho fatto per meri-
tarmi tutto questo? Dò sempre il massimo, dal primo all'ultimo minuto.
La gente l'ha capito e mi vuole bene. Io in Nazionale? Non scherziamo,
l'Hellas è la mia Nazionale". Ancora cori, ancora applausi.
CONTINUA... to be continued...
mercoledì 24 luglio 2013
Società - Italia / Normalità e povertà
23 luglio '13 - martedì 23 rd July / Tuesday visioni post - 5
Ci sono due articoli apparsi nel mese di luglio che rappresentano
molto bene la situazione italiana sia sociale che economico-poli-
tica, con tutta la sua diversità/specificità da quella di tutti gli altri
Paesi, soprattutto dell'area europea. Li ho scelti tra altri che ho
letto in questo mese, e li riporto qui di seguito, sperando che pos-
sano essere utili per l'approfondimento-conoscenza della crisi
continuativa italiana incluse, naturalmente, le cause che l'hanno
provocata e ancora la provocano.
(Lucianone)
(da la Repubblica - 20/07/2013 - Stefano Rodotà)
La normalità deviata
Molti fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso
qualche fuoco d'indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia,
non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono
a quella "normalità deviata" che caratterizza ormai da anni il funzionamento
del sistema politico. Ha corroso il costume civile, accompagna il disfacimento
del sistema industriale e la terribile impennata della povertà.
Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa
normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l'unica, riconosciuta for-
ma di normalità istituzionale. Lasciando da parte la responsabilità oggettiva
per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo
giochi la responsabilità politica.
Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta
questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa,
creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzio-
nali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno
diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste struture pro-
duce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce
con l'essere considerata come una insidia, un rischio. Guai a farla valere.
se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri fa-
ticosamente o acrobaticamente costruiti.
Questo particolare tassello della normaòlità deviata finisce con il rivelare
la più profonda distorsione del nostro sistema politico - l'essere ormai pri-
gioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l'argo-
mento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la
possibiltà di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostra-
no i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margi-
ne di manovra. Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien
forte la tentazione di pronunciare un "elogio della follia politica", che
spesso consente di cogliere i tratti reali di una situazione assai meglio del
realismo proclamato. Era davvero imprevedibile quello che sta accadendo,
l'intima fragilità delle "larghe intese" che, prive di qualsiasi collante po-
litico, sono in ogni momento esposte a fibrillazioni, ricatti, strumentaliz-
zazioni? E' la mancanza di coraggio politico a produrre instabilità.
Così non soltanto l'orizzonte dell'azione di governo si accorcia sempre
di più, fin o ridursi al giorno dopo. Soprattutto si perde la capacità di
operare in modo adeguato alle situazioni di crisi e di ripartire le risorse
rispettando le vere priorità, le emergenze effettive. Infatti, si accettano
come variabili indipendenti quelle che, invece, sono pretese settoriali
o prepotenze di parte. Problemi procedurali a parte, com'è possibile ri-
partire le scarse risorse disponibili assumendo come tabù intoccabile
l'acquisto degli F-35, mentre premono altre e pià drammatiche neces-
sità? Com'è possibile inchiodare fin dal primo giorno l'azione del go-
verno intorno alla questione dell?Imu, condizionando l'intyera stra-
tegia economica per soddisfare una promesa elettorale di Berlusconi,
mentre svaniscono quelle del Pd?
In questa normalità sempre più deviata non riescono a trovare posto
le vere, grandi emergenze. Mentre si dissolve l'apparato industriale,
non vi sono segni di una vera politica industriale. Neppure questa
è una novitù, perchè si tratta di una ereditù dei governi Berlusconi
e pure del governo Monti, dove quelle due parole venivano liquida-
te quasi con disprezzo come si facesse cenno a una inammissibile
interferenza nel mercato. E da questa ulteriore assenza di politica
viene un contributo all'aggravarsi della situazione economica, che
ormai deve essere letta partendo dalle cifre impressionanti sulla
povertà. Le ha analizzate efficacemente e impietosamente Chiara
Saraceno, sottolineando pure la necessità di modifiche strutturali,
come quelle riguardanti l'avvio di forme di reddito garantito. Un
governo blindato, dunque, non è necessariamente sinonimo di go-
verno forte e efficiente.
CONTINUA...
to be continued...,
Ci sono due articoli apparsi nel mese di luglio che rappresentano
molto bene la situazione italiana sia sociale che economico-poli-
tica, con tutta la sua diversità/specificità da quella di tutti gli altri
Paesi, soprattutto dell'area europea. Li ho scelti tra altri che ho
letto in questo mese, e li riporto qui di seguito, sperando che pos-
sano essere utili per l'approfondimento-conoscenza della crisi
continuativa italiana incluse, naturalmente, le cause che l'hanno
provocata e ancora la provocano.
(Lucianone)
(da la Repubblica - 20/07/2013 - Stefano Rodotà)
La normalità deviata
Molti fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso
qualche fuoco d'indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia,
non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono
a quella "normalità deviata" che caratterizza ormai da anni il funzionamento
del sistema politico. Ha corroso il costume civile, accompagna il disfacimento
del sistema industriale e la terribile impennata della povertà.
Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa
normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l'unica, riconosciuta for-
ma di normalità istituzionale. Lasciando da parte la responsabilità oggettiva
per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo
giochi la responsabilità politica.
Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta
questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa,
creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzio-
nali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno
diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste struture pro-
duce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce
con l'essere considerata come una insidia, un rischio. Guai a farla valere.
se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri fa-
ticosamente o acrobaticamente costruiti.
Questo particolare tassello della normaòlità deviata finisce con il rivelare
la più profonda distorsione del nostro sistema politico - l'essere ormai pri-
gioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l'argo-
mento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la
possibiltà di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostra-
no i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margi-
ne di manovra. Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien
forte la tentazione di pronunciare un "elogio della follia politica", che
spesso consente di cogliere i tratti reali di una situazione assai meglio del
realismo proclamato. Era davvero imprevedibile quello che sta accadendo,
l'intima fragilità delle "larghe intese" che, prive di qualsiasi collante po-
litico, sono in ogni momento esposte a fibrillazioni, ricatti, strumentaliz-
zazioni? E' la mancanza di coraggio politico a produrre instabilità.
Così non soltanto l'orizzonte dell'azione di governo si accorcia sempre
di più, fin o ridursi al giorno dopo. Soprattutto si perde la capacità di
operare in modo adeguato alle situazioni di crisi e di ripartire le risorse
rispettando le vere priorità, le emergenze effettive. Infatti, si accettano
come variabili indipendenti quelle che, invece, sono pretese settoriali
o prepotenze di parte. Problemi procedurali a parte, com'è possibile ri-
partire le scarse risorse disponibili assumendo come tabù intoccabile
l'acquisto degli F-35, mentre premono altre e pià drammatiche neces-
sità? Com'è possibile inchiodare fin dal primo giorno l'azione del go-
verno intorno alla questione dell?Imu, condizionando l'intyera stra-
tegia economica per soddisfare una promesa elettorale di Berlusconi,
mentre svaniscono quelle del Pd?
In questa normalità sempre più deviata non riescono a trovare posto
le vere, grandi emergenze. Mentre si dissolve l'apparato industriale,
non vi sono segni di una vera politica industriale. Neppure questa
è una novitù, perchè si tratta di una ereditù dei governi Berlusconi
e pure del governo Monti, dove quelle due parole venivano liquida-
te quasi con disprezzo come si facesse cenno a una inammissibile
interferenza nel mercato. E da questa ulteriore assenza di politica
viene un contributo all'aggravarsi della situazione economica, che
ormai deve essere letta partendo dalle cifre impressionanti sulla
povertà. Le ha analizzate efficacemente e impietosamente Chiara
Saraceno, sottolineando pure la necessità di modifiche strutturali,
come quelle riguardanti l'avvio di forme di reddito garantito. Un
governo blindato, dunque, non è necessariamente sinonimo di go-
verno forte e efficiente.
CONTINUA...
to be continued...,
martedì 23 luglio 2013
Società / scenari - L'America di Obama / Detroit, metropoli fallita
23 luglio '13 - martedì 23rd July / Tuesday visioni post - 13
In Russia lo zar (ma fino a quando?) Putin è sotto il tiro dei
dissidenti, Navalnyj in primis, e della protesta sempre di
più popolare. Lì la situazione economico-sociale è a tutto
vantaggio di una piccola parte di ricchi e quindi della èlite
del Paese, creata appunto dalla politica strozza-popolo (di-
ritti compresi) portata avanti in lunghi anni di potere da un
Putin, che ora comunque sente sul collo il fiato delle mon-
tanti proteste di piazza.
Dall'altra parte,
nell'America di Obama, le cose (soprattutto la situazione
economica) sembravano essere in buona parte migliorate
sotto la spinta di una politica di crescita tendente a ridurre
drasticamente il debito pubblico e in favore di un'occupazio-
ne che, effettivamente, ha dato buoni frutti riducendo con-
temporaneamente in modo consistente la disoccupazione
(arrivata quasi ai limiti europei).
Ma ora non tutta l'America sta beneficiando dei risultati che
comunque in non molto tempo Obama è riuscito a raggiungere
dopo il suo secondo mandato. E' il caso di alcune grandi città
come Detroit, e il seguente articolo che ho trovato e letto nel
quotidiano la Repubblica descrive molto bene uno scenario
che è bene conoscere.
(Lucianone)
(da la Repubblica - 20/07/2013 - Massimo Vincenzi)
"Detroit sta affondando, aiutateci"
Sulle strade della metropoli fallita / Scuole chiuse, ambulanze
ferme: la bancarotta che scuote l'America.
Detroit -
Sopra c'è scritto : 'abbiamo bisogno di democrazia, non di un commissario'.
E' in pensione, in questo palazzo di vetro e cemento ha lavorato per una
vita e adesso lotta per i suoi diritti. E poco importa se la sua sfida ( e di
quelli come lei) sta uccidendo la città dove è nata: "Ah no, io non ci sto
a questo gioco. Non siamo noi i colpevoli della situazione. Quei due si-
gnori pensano che per avere un tetto e un pò di cibo dobbiamo campare
sulle spalle dei nostri figli? O che dovevamo lavorare sino alla morte?
Comandano loro, trovino ,loro il modo per darci quello che ci spetta".
Quei due signori sono il governatore del Michigan Rick Snyder e il
commissario speciale Kevin Orr, che giovedì pomeriggio si sono arresi
dichiarando il fallimento di Detroit: il più grande nella storia degli Stati
Uniti. Un debito tra i 18 e i 20 miliardi (di dollari), l'impossibilità di arri-
vare ad un accordo con i creditori (fondi pensioni in testa) e i ripetuti
no dei sindacati ad una riduzione dei salari pubblici spingono Orr dove
aveva giurato non sarebbe mai arrivato quattro mesi fa, all'inizio del
suo incarico: "Ci aspettano scelte dolorose, ma purtroppo non ci sono
alternative. Se qualcunio ha un piano diverso o un'dea migliore, venga
da me. Lo accolgo a braccia aperte. Ma le cifre del nostro bilancio non
ci lasciano speranze", dice nella conferenza stampa di ieri. Poi aggiun-
ge: "Vi sembra possibile vivere in una città dove i bambini camminano
lungo le strade buie e malmesse, dove sui tetti delle case fatiscenti cre-
scono arbusti o dove se chiamate la polizia gli agenti arrivano dopo
un'ora perchè sono pochi?". - Non aspetta la risposta, la conosce già.
La sua idea è quella di usare i poteri straordinari che la pratica del fal-
limento gli concede per rimettere in marcia la capitale dell'auto. Servo-
no tagli drastici alla pubblica amministrazione che è la vera zavorra: i
dipendenti sono 13 mila, 1 per 55 abitanti, quasi un servizio a domicilio.
Poi, con i soldi incassati, vuole avviare un piano da un miliardo e mezzo
di dollari per rimettere in sesto le infrastrutture. Ma non sarà facile, i
rappresentanti dei fondi pensioni minacciano ostruzionismo legale e già
ieri un giudice della contea di Ingham ha dichiarato incostituzionale la
richiesta di bancarotta. "Se la prendono con noi che siamo l'anello de-
bole ", dice Brett. E' qui che ascolta Jenna parlare e fa sì con la testa.
Lui ci lavora ancora in questi uffici, si accende una sigaretta all'ombra
della statua che raffigura lo spirito di Detroit. Parla, alzando la voce:
"La signora ha ragione, i suoi diritti se li è conquistati. Non è finita lei
in prigione per corruzione, non siamo noi a far funzionare nel peggiore
dei modi le cose. Andrebbero cambiati tutti i dirigenti, dal numero uno
sino in fondo. Serve una bella ripulita".
E' su questo marciapiede che c'è l'epicentro della protesta . Alcune
mamme distribuiscono volantini che accusano: vogliono toglierci la
Oakman Elementary School. Accanto, un gruppo di persone raccoglie
firme a favore di un ospedale che rischia lo smantellamento. Ecco co-
sa succede quando fallisce una città: le luci si spengono, le scuole
chiudono, le ambulanze restano nei garage, i poarchi diventano deser-
ti. E' il destino di una metropoli schiacciata dal suo stesso peso. C'è
una bella cartina pubblicata dal Detroit Free Press che spiega la situa-
zione meglio di tanti saggi: si vede l'estensione di Detroit e dentro ci
stanno San Francisco, Boston e l'isola di Manhattan. E il guaio è che
in questo spazio infinito ci abitano solo 700 mila persone contro quasi
tre milioni. Ovvio che i conti non tornano, le tasse non bastano più.
Eppure Detroit non ha la faccia di un ammalato. Basta risalire Wood-
ward Avenue, lo stradone che da Downtown corre berso nord, per ren-
dersene conto. Qui c'era il deserto sino a quattro anni fa. I giganti del-
l'auto: Gm, Ford e Chrsyler erano sul fondo della loro storia, trascinan-
do con sè anche la città. I grattacieli liberty erano in disuso, i cartelli
affittasi e vendesi coprivano le grandi vetrate. E' passato poco tempo,
sembra un secolo fa: ora l'industria dell'auto è in forte ripresa e qui
torna la vita. Arrivano soldi e investimenti, l'economia privata festeg-
gia la ripresa. Dietro Campus Martius Park, la Chrysler dell'era Fiat
ha preso in leasing l'ultimo e il penultimo piano di un palazzo storico,
per metterci alcuni suoi uffici (la maggior parte sono fuori, come tutte
le fabbriche). Negli altri ventuno (piani) lavorano i 900 dipendenti del-
la Quicken Loans, una finanziaria che fornisce mutui, soprattutto on
line e soprattutto ai più giovani. Il fondatore è Dan Gilbert, per molti
la rinascita ha il suo volto da eterno ragazzo del college: "Questi che
lui assume cercano poi casa qui vicino, portano i pub e i ristoranti a
riaprire in queste strade. E' un circolo virtuoso", giurano i manager
che si ritrovano nelle sale eleganti del Detroit Athletic Club, il cir-
colo pià vecchio ed esclusivo. - Ed è qui che la dichiarazione di falli-
mento è stata presa quasi con soddisfazione: "Finalmente invertia-
mo la rotta, è l'occasione giusta per rimediare a 60 anni di declino",
afferma Sandy K. Baruah, il presidente della Detroit Regional
Chamber. La Chrysler con un comunnicato spiega: "Abbiamo fidu-
cia nella città e nella forza di volontà della sua gente. Per noi non
cambia niente, continueremo ad investire qui". La società insie-
me ad altri partner è impegnata nel progetto della nuova metro-
politana leggera che collegherà Downtown a Midtown: altra ben-
zina nel motore, un altro passo in avanti. Whole Foods, il gigante
dell'alimentare, aprirà a breve due supermercati qui: "C'è uno
spirito nuovo, si sente nell'aria. Le persone sono stufe di vivere
sempre sotto la cappa del fallimento, della crisi economica",
giura Matthew, che lavora da Compuware, che ha il suo quar-
tiere generale in queste strade. E che per aiutare sponsorizza
con le sue maglie gialle gli uomini che curano il verde di que-
sta zona.
Poche centinaia di metri più in là, in un altro mondo, Jenna
sta arrotolando il suo cartello: "Luglio non è un bel mese per
noi", sospira ricordando gli scontri razziali del 1967. Poi ri-
trova la grinta: "Ci chiamano la Grecia d'America. Ma la
Grecia è stata salvata, perchè a noi ci lasciano andare a fon-
do?". Ed è nell'incrocio tra i suoi diritti e la logica dei nume-
ri che Detroit gioca la sua partita più difficile.
(da la Repubblica - 20/07/'13 - Federico Rampini)
La maledizione della capitale dell'auto
Bisogno essere stati a Detroit per capire che cosa significa vivere in una città
dove il 40% dei lampioni la sera son o spenti per mancanza di corrente. Una
città dove la metà dei pachi e giardini pubblici sono chiusi perchè sono finiti
da tempo i fondi per la manutenzione e la vigilanza. Quella che all'apice del
suo trionfo industriale fu la capitale mondiale dell'automobile e divenne la
quarta metropoli d'America con 1,8 milioni di abitanti, era ormai dimagrita a
700.000 abitanti, con vastissime zone ridotte allo stato di quartieri-fantasma,
desertificati da uno spopolamento senza precedenti in tempi di pace. Ma la
storia del declino angosciante di Detroit è il penultimo capitolo. Ciò che scon-
certa di più, nelle vicende recenti che hanno preceduto questa bancarotta mu-
nicipale (la più grossa negli annali degli Stati Uniti), è che il fallimento di De-
troit coincide con un periodo di fantastica rinascita della sua industria automo-
bilistica. - General Motors, Ford e Chrysler vanno a gonfie vele, la loro spet-
tacolare rimonta è uno dei fattori dell'attuale ripresa economica americana.
Anche se ormai solo Chrysler ha una grossa fabbrica all'interno del perimetro
urbano (quella dove assembla la nuova Jeep Grand Cherokee), anche le altre
due grandi case hanno ripreso ad assumere in questo bacino di manodopera.
Colipisce la divaricazione estrema tra le due situazioni: da una parte un capi-
talismo privato che torna ad essere forte e opulento; dall'altro un'istituzione
pubblica che va a picco, fino a dichiarare bancorotta.
E' purtroppo la rappresentazione estrema di una contraddizione che l'intera
America sta vivendo. L'economia reale è in crescita da quattro anni, e tutta-
vi lo Stato rimane "povero" in molte delle sue articolazioni ed enti locali: la
qualità dei servizi pubblici langue; molte infrastrutture collettive continuano
a soffrire per una penuria di investimenti. Questo accade perchè in un paese
bicefalo - dove il presidente è democratico, ma la Camera ha una maggio-
ranza di destra; il Senato è democratico ma la Corte suprema e il governo
locale di molti Stati è in mano ai conservatori - l'ideologia liberista continua
ad avere ampia presa. "Affamare la bestia" è l'antico slogan lanciato ai tem-
pi di Ronald Reagan e la Bestia immonda per i conservatori è ovviamente lo
Stato. Detroit è stata affamata fino in fondo, fino a farla morire d'inedia.
Due pesi, due misure, anche nei procedimenti di bancarotta. Quando erano
General Motors e Chrysler sull'orlo del fallimento, scattò la procedura di
bancarotta nota come Chapter 11, con l'obiettivo di risanare e riloanciare le
due aziende. Furono chiesti e ottenuti sacrifici pesanti ai lavoratori ( il dimez-
zamento dei salari per i nuovi assunti) ma al tempo stesso intervenne una ge-
nerosa solidarietà nazionale sotto forma di decine di miliardi intervento pub-
blico. Nella procedura fallimentare di Detroit ci sarà solo la prima parte: i
sacrifici. saranno licenziati molti dipendenti pubblici, altri dovranno accetta-
re tagli ai salari, anche i pensionati verranno messi a contribuzione: non esi-
stono in America "diritti acquisiti" neppure nel pubblico impiego, di fronte
alla bancarotta. Qualcuno ,loderà il modello iper-flessibile che consente al-
l' America di uscire più rapidamente dalle crisi. Ma le ferite sociali saranno
dolorose.
CONTINUA...
to be continued...
In Russia lo zar (ma fino a quando?) Putin è sotto il tiro dei
dissidenti, Navalnyj in primis, e della protesta sempre di
più popolare. Lì la situazione economico-sociale è a tutto
vantaggio di una piccola parte di ricchi e quindi della èlite
del Paese, creata appunto dalla politica strozza-popolo (di-
ritti compresi) portata avanti in lunghi anni di potere da un
Putin, che ora comunque sente sul collo il fiato delle mon-
tanti proteste di piazza.
Dall'altra parte,
nell'America di Obama, le cose (soprattutto la situazione
economica) sembravano essere in buona parte migliorate
sotto la spinta di una politica di crescita tendente a ridurre
drasticamente il debito pubblico e in favore di un'occupazio-
ne che, effettivamente, ha dato buoni frutti riducendo con-
temporaneamente in modo consistente la disoccupazione
(arrivata quasi ai limiti europei).
Ma ora non tutta l'America sta beneficiando dei risultati che
comunque in non molto tempo Obama è riuscito a raggiungere
dopo il suo secondo mandato. E' il caso di alcune grandi città
come Detroit, e il seguente articolo che ho trovato e letto nel
quotidiano la Repubblica descrive molto bene uno scenario
che è bene conoscere.
(Lucianone)
(da la Repubblica - 20/07/2013 - Massimo Vincenzi)
"Detroit sta affondando, aiutateci"
Sulle strade della metropoli fallita / Scuole chiuse, ambulanze
ferme: la bancarotta che scuote l'America.
Detroit -
Sopra c'è scritto : 'abbiamo bisogno di democrazia, non di un commissario'.
E' in pensione, in questo palazzo di vetro e cemento ha lavorato per una
vita e adesso lotta per i suoi diritti. E poco importa se la sua sfida ( e di
quelli come lei) sta uccidendo la città dove è nata: "Ah no, io non ci sto
a questo gioco. Non siamo noi i colpevoli della situazione. Quei due si-
gnori pensano che per avere un tetto e un pò di cibo dobbiamo campare
sulle spalle dei nostri figli? O che dovevamo lavorare sino alla morte?
Comandano loro, trovino ,loro il modo per darci quello che ci spetta".
Quei due signori sono il governatore del Michigan Rick Snyder e il
commissario speciale Kevin Orr, che giovedì pomeriggio si sono arresi
dichiarando il fallimento di Detroit: il più grande nella storia degli Stati
Uniti. Un debito tra i 18 e i 20 miliardi (di dollari), l'impossibilità di arri-
vare ad un accordo con i creditori (fondi pensioni in testa) e i ripetuti
no dei sindacati ad una riduzione dei salari pubblici spingono Orr dove
aveva giurato non sarebbe mai arrivato quattro mesi fa, all'inizio del
suo incarico: "Ci aspettano scelte dolorose, ma purtroppo non ci sono
alternative. Se qualcunio ha un piano diverso o un'dea migliore, venga
da me. Lo accolgo a braccia aperte. Ma le cifre del nostro bilancio non
ci lasciano speranze", dice nella conferenza stampa di ieri. Poi aggiun-
ge: "Vi sembra possibile vivere in una città dove i bambini camminano
lungo le strade buie e malmesse, dove sui tetti delle case fatiscenti cre-
scono arbusti o dove se chiamate la polizia gli agenti arrivano dopo
un'ora perchè sono pochi?". - Non aspetta la risposta, la conosce già.
La sua idea è quella di usare i poteri straordinari che la pratica del fal-
limento gli concede per rimettere in marcia la capitale dell'auto. Servo-
no tagli drastici alla pubblica amministrazione che è la vera zavorra: i
dipendenti sono 13 mila, 1 per 55 abitanti, quasi un servizio a domicilio.
Poi, con i soldi incassati, vuole avviare un piano da un miliardo e mezzo
di dollari per rimettere in sesto le infrastrutture. Ma non sarà facile, i
rappresentanti dei fondi pensioni minacciano ostruzionismo legale e già
ieri un giudice della contea di Ingham ha dichiarato incostituzionale la
richiesta di bancarotta. "Se la prendono con noi che siamo l'anello de-
bole ", dice Brett. E' qui che ascolta Jenna parlare e fa sì con la testa.
Lui ci lavora ancora in questi uffici, si accende una sigaretta all'ombra
della statua che raffigura lo spirito di Detroit. Parla, alzando la voce:
"La signora ha ragione, i suoi diritti se li è conquistati. Non è finita lei
in prigione per corruzione, non siamo noi a far funzionare nel peggiore
dei modi le cose. Andrebbero cambiati tutti i dirigenti, dal numero uno
sino in fondo. Serve una bella ripulita".
E' su questo marciapiede che c'è l'epicentro della protesta . Alcune
mamme distribuiscono volantini che accusano: vogliono toglierci la
Oakman Elementary School. Accanto, un gruppo di persone raccoglie
firme a favore di un ospedale che rischia lo smantellamento. Ecco co-
sa succede quando fallisce una città: le luci si spengono, le scuole
chiudono, le ambulanze restano nei garage, i poarchi diventano deser-
ti. E' il destino di una metropoli schiacciata dal suo stesso peso. C'è
una bella cartina pubblicata dal Detroit Free Press che spiega la situa-
zione meglio di tanti saggi: si vede l'estensione di Detroit e dentro ci
stanno San Francisco, Boston e l'isola di Manhattan. E il guaio è che
in questo spazio infinito ci abitano solo 700 mila persone contro quasi
tre milioni. Ovvio che i conti non tornano, le tasse non bastano più.
Eppure Detroit non ha la faccia di un ammalato. Basta risalire Wood-
ward Avenue, lo stradone che da Downtown corre berso nord, per ren-
dersene conto. Qui c'era il deserto sino a quattro anni fa. I giganti del-
l'auto: Gm, Ford e Chrsyler erano sul fondo della loro storia, trascinan-
do con sè anche la città. I grattacieli liberty erano in disuso, i cartelli
affittasi e vendesi coprivano le grandi vetrate. E' passato poco tempo,
sembra un secolo fa: ora l'industria dell'auto è in forte ripresa e qui
torna la vita. Arrivano soldi e investimenti, l'economia privata festeg-
gia la ripresa. Dietro Campus Martius Park, la Chrysler dell'era Fiat
ha preso in leasing l'ultimo e il penultimo piano di un palazzo storico,
per metterci alcuni suoi uffici (la maggior parte sono fuori, come tutte
le fabbriche). Negli altri ventuno (piani) lavorano i 900 dipendenti del-
la Quicken Loans, una finanziaria che fornisce mutui, soprattutto on
line e soprattutto ai più giovani. Il fondatore è Dan Gilbert, per molti
la rinascita ha il suo volto da eterno ragazzo del college: "Questi che
lui assume cercano poi casa qui vicino, portano i pub e i ristoranti a
riaprire in queste strade. E' un circolo virtuoso", giurano i manager
che si ritrovano nelle sale eleganti del Detroit Athletic Club, il cir-
colo pià vecchio ed esclusivo. - Ed è qui che la dichiarazione di falli-
mento è stata presa quasi con soddisfazione: "Finalmente invertia-
mo la rotta, è l'occasione giusta per rimediare a 60 anni di declino",
afferma Sandy K. Baruah, il presidente della Detroit Regional
Chamber. La Chrysler con un comunnicato spiega: "Abbiamo fidu-
cia nella città e nella forza di volontà della sua gente. Per noi non
cambia niente, continueremo ad investire qui". La società insie-
me ad altri partner è impegnata nel progetto della nuova metro-
politana leggera che collegherà Downtown a Midtown: altra ben-
zina nel motore, un altro passo in avanti. Whole Foods, il gigante
dell'alimentare, aprirà a breve due supermercati qui: "C'è uno
spirito nuovo, si sente nell'aria. Le persone sono stufe di vivere
sempre sotto la cappa del fallimento, della crisi economica",
giura Matthew, che lavora da Compuware, che ha il suo quar-
tiere generale in queste strade. E che per aiutare sponsorizza
con le sue maglie gialle gli uomini che curano il verde di que-
sta zona.
Poche centinaia di metri più in là, in un altro mondo, Jenna
sta arrotolando il suo cartello: "Luglio non è un bel mese per
noi", sospira ricordando gli scontri razziali del 1967. Poi ri-
trova la grinta: "Ci chiamano la Grecia d'America. Ma la
Grecia è stata salvata, perchè a noi ci lasciano andare a fon-
do?". Ed è nell'incrocio tra i suoi diritti e la logica dei nume-
ri che Detroit gioca la sua partita più difficile.
(da la Repubblica - 20/07/'13 - Federico Rampini)
La maledizione della capitale dell'auto
Bisogno essere stati a Detroit per capire che cosa significa vivere in una città
dove il 40% dei lampioni la sera son o spenti per mancanza di corrente. Una
città dove la metà dei pachi e giardini pubblici sono chiusi perchè sono finiti
da tempo i fondi per la manutenzione e la vigilanza. Quella che all'apice del
suo trionfo industriale fu la capitale mondiale dell'automobile e divenne la
quarta metropoli d'America con 1,8 milioni di abitanti, era ormai dimagrita a
700.000 abitanti, con vastissime zone ridotte allo stato di quartieri-fantasma,
desertificati da uno spopolamento senza precedenti in tempi di pace. Ma la
storia del declino angosciante di Detroit è il penultimo capitolo. Ciò che scon-
certa di più, nelle vicende recenti che hanno preceduto questa bancarotta mu-
nicipale (la più grossa negli annali degli Stati Uniti), è che il fallimento di De-
troit coincide con un periodo di fantastica rinascita della sua industria automo-
bilistica. - General Motors, Ford e Chrysler vanno a gonfie vele, la loro spet-
tacolare rimonta è uno dei fattori dell'attuale ripresa economica americana.
Anche se ormai solo Chrysler ha una grossa fabbrica all'interno del perimetro
urbano (quella dove assembla la nuova Jeep Grand Cherokee), anche le altre
due grandi case hanno ripreso ad assumere in questo bacino di manodopera.
Colipisce la divaricazione estrema tra le due situazioni: da una parte un capi-
talismo privato che torna ad essere forte e opulento; dall'altro un'istituzione
pubblica che va a picco, fino a dichiarare bancorotta.
E' purtroppo la rappresentazione estrema di una contraddizione che l'intera
America sta vivendo. L'economia reale è in crescita da quattro anni, e tutta-
vi lo Stato rimane "povero" in molte delle sue articolazioni ed enti locali: la
qualità dei servizi pubblici langue; molte infrastrutture collettive continuano
a soffrire per una penuria di investimenti. Questo accade perchè in un paese
bicefalo - dove il presidente è democratico, ma la Camera ha una maggio-
ranza di destra; il Senato è democratico ma la Corte suprema e il governo
locale di molti Stati è in mano ai conservatori - l'ideologia liberista continua
ad avere ampia presa. "Affamare la bestia" è l'antico slogan lanciato ai tem-
pi di Ronald Reagan e la Bestia immonda per i conservatori è ovviamente lo
Stato. Detroit è stata affamata fino in fondo, fino a farla morire d'inedia.
Due pesi, due misure, anche nei procedimenti di bancarotta. Quando erano
General Motors e Chrysler sull'orlo del fallimento, scattò la procedura di
bancarotta nota come Chapter 11, con l'obiettivo di risanare e riloanciare le
due aziende. Furono chiesti e ottenuti sacrifici pesanti ai lavoratori ( il dimez-
zamento dei salari per i nuovi assunti) ma al tempo stesso intervenne una ge-
nerosa solidarietà nazionale sotto forma di decine di miliardi intervento pub-
blico. Nella procedura fallimentare di Detroit ci sarà solo la prima parte: i
sacrifici. saranno licenziati molti dipendenti pubblici, altri dovranno accetta-
re tagli ai salari, anche i pensionati verranno messi a contribuzione: non esi-
stono in America "diritti acquisiti" neppure nel pubblico impiego, di fronte
alla bancarotta. Qualcuno ,loderà il modello iper-flessibile che consente al-
l' America di uscire più rapidamente dalle crisi. Ma le ferite sociali saranno
dolorose.
CONTINUA...
to be continued...
lunedì 22 luglio 2013
Società - La Russia di Putin / Il blogger Navalnyj torna in libertà
22 luglio '13 - lunedì 22nd July - Monday visioni post - 6
Nella piazza moscovita esplode la festa
dopo l'annuncio che il blogger dissidente
Aleksej Navalnyj è tornato in libertà
Retromarcia dei giudici russi. / Veglia notturna dopo la
sentenza: "E' solo l'inizio".
(da la Repubblica - 20 luglio 2013 - Nicola Lombardozzi da Mosca)
Un'udienza di 12 minuti dal sapore kafkiano: così il tribunale ha
smentito se stesso
Si canta, si balla, e si urla di gioia alle dieci e mezza del mattimo tra le fontane
della Manezhka, il vezzegiativo con cui i moscoviti chiamano la solenne Piazza
del Maneggio che costeggia il Cremlino. Nastrini bianchi,cartelli improvvisati
con fogli da disegno e pennarelli, e thermos ricolmi di caffè. Almeno mille per-
sone hanno passato la notte in una insolita veglia di protesta per aspettare e,
alla fine, festeggiare la scarcerazione del loro leader Aleksej Navalnyj. E so-
no convinti di averlo liberato loro, con le loro proteste, insieme a tutti gli altri
russi scesi in piazza contemporaneamente in almeno trenta città.
"Le sentenze vanno rispettate e non mischiate con la politica", avrebbe fatto
dire in serata Vladimir Putin al suo portavoce Dmitri Peskhov. Ma nessuno
spiegherà ufficialmente i motivi dell'inaspettato dietro front che ha restituito
la libertà, seppur vigilata, all'oppositore numero uno.
"Li abbiamo spaventati", diceva forse con un pò troppa sicurezza, uno studente
che non si è mai persa una sola manifestazione anti Putin. "Siamo solo all'inizio",
correggeva prudente l'ex deputato Gennadj Gudkov. Ma la sensazione di forza
era ampia e anche giustificata. In diretta sui loro inseparabili tablet, i più irridu-
cibili contestatori si sono goduti in piazza la cronaca del loro trionfo: i 12 minuti
in cui il tribunale regionale di Kiev ha smentito se stesso.
Un'udienza sospesa tra kafka e Ionesco con protagonista la faccia di marmo del
procuratore Bogdanov che chiedeva l'immediata scarcerazione per due motivi.
Il primo che l'arresto è illegale. L'altro che, in questo modo, Navalnyj non potreb-
be liberamente svolgere la sua campagna elettorale per le elezioni di sindaco di
Mosca. Incredibile, perchè proprio Bogdanov aveva insistito per il carcere im-
mediato convincendo il suo giovane sottoposto che adesso diventava l'unico re-
sponsabile. - Da maestro della comunicazione Navalnyj chiedeva la parola per
strappare l'applauso ai pochi presenti in aula e ai trepidanti spettatori online
del Maneggio: "Chiedo venga certificata la reale identità del procuratore.
Non può essere lui. deve essere uno dei miei camuffato". Nessuna reazione
allo sberleffo. E mentre, laggiù a Kirov, un incredulo Navalnyj salutava i suoi
crcerieri, sul Maneggio un migliaio di assonnati sostenitori rientrava a casa
lanciando proclami: "Sarà il nostro sindaco".
E' probabile che Navalnyj decida di partecipare davvero al voto ma ha ancora
dei dubbi che si possono comprendere.
Nella piazza moscovita esplode la festa
dopo l'annuncio che il blogger dissidente
Aleksej Navalnyj è tornato in libertà
Retromarcia dei giudici russi. / Veglia notturna dopo la
sentenza: "E' solo l'inizio".
(da la Repubblica - 20 luglio 2013 - Nicola Lombardozzi da Mosca)
Un'udienza di 12 minuti dal sapore kafkiano: così il tribunale ha
smentito se stesso
Si canta, si balla, e si urla di gioia alle dieci e mezza del mattimo tra le fontane
della Manezhka, il vezzegiativo con cui i moscoviti chiamano la solenne Piazza
del Maneggio che costeggia il Cremlino. Nastrini bianchi,cartelli improvvisati
con fogli da disegno e pennarelli, e thermos ricolmi di caffè. Almeno mille per-
sone hanno passato la notte in una insolita veglia di protesta per aspettare e,
alla fine, festeggiare la scarcerazione del loro leader Aleksej Navalnyj. E so-
no convinti di averlo liberato loro, con le loro proteste, insieme a tutti gli altri
russi scesi in piazza contemporaneamente in almeno trenta città.
"Le sentenze vanno rispettate e non mischiate con la politica", avrebbe fatto
dire in serata Vladimir Putin al suo portavoce Dmitri Peskhov. Ma nessuno
spiegherà ufficialmente i motivi dell'inaspettato dietro front che ha restituito
la libertà, seppur vigilata, all'oppositore numero uno.
"Li abbiamo spaventati", diceva forse con un pò troppa sicurezza, uno studente
che non si è mai persa una sola manifestazione anti Putin. "Siamo solo all'inizio",
correggeva prudente l'ex deputato Gennadj Gudkov. Ma la sensazione di forza
era ampia e anche giustificata. In diretta sui loro inseparabili tablet, i più irridu-
cibili contestatori si sono goduti in piazza la cronaca del loro trionfo: i 12 minuti
in cui il tribunale regionale di Kiev ha smentito se stesso.
Un'udienza sospesa tra kafka e Ionesco con protagonista la faccia di marmo del
procuratore Bogdanov che chiedeva l'immediata scarcerazione per due motivi.
Il primo che l'arresto è illegale. L'altro che, in questo modo, Navalnyj non potreb-
be liberamente svolgere la sua campagna elettorale per le elezioni di sindaco di
Mosca. Incredibile, perchè proprio Bogdanov aveva insistito per il carcere im-
mediato convincendo il suo giovane sottoposto che adesso diventava l'unico re-
sponsabile. - Da maestro della comunicazione Navalnyj chiedeva la parola per
strappare l'applauso ai pochi presenti in aula e ai trepidanti spettatori online
del Maneggio: "Chiedo venga certificata la reale identità del procuratore.
Non può essere lui. deve essere uno dei miei camuffato". Nessuna reazione
allo sberleffo. E mentre, laggiù a Kirov, un incredulo Navalnyj salutava i suoi
crcerieri, sul Maneggio un migliaio di assonnati sostenitori rientrava a casa
lanciando proclami: "Sarà il nostro sindaco".
E' probabile che Navalnyj decida di partecipare davvero al voto ma ha ancora
dei dubbi che si possono comprendere.
Lucianone
Sport - Tennis / Bis di Fognini: trionfo ad Amburgo
22 luglio '13 - lunedì 22nd July / Monday
Super Fabio Fognini: annulla 3 matchpoint,
batte Delbonis e diventa il nuovo Kaiser di Germania
Per l'azzurro un altro successo, una settimana dopo il trionfo
a Stoccarda. / Batte Delbonis e diventa simbolo di un'Italia
che sa crescere. / Ora è n.19 al mondo. / Match vinto anche
contro se stesso e la maledizione delle sue corde.
(da Tuttosport - 22 luglio 2013 - Piero Valesio)
Saremo anche a pezzettini come Paese. Impoveriti, frustrati, spesso depressi.
Ancora più di frequente spaventati. Ma nel tennis, ragazzi, la musica è diversa.
Altro che un requiem. è un inno alla gioia. Quella gioia che ti fa scattare dalla
sedia (anche a sdraio) o dal divano su cui sei seduto. Quella gioia che il tennis
sa sublimare magari in un solo colpo. O in una palla avversaria che finisce fuo-
ri di un niente e che vuol dire vittoria. Vincere non è facile nella vita, figuriamo-
ci nel tennis: quando succede ti viene da abbandonarla in fretta quella sedia.
Quando ieri Fabio Fognini si è inginocchiato sulla terra di Amburgo, anche lui
un pò incredulo di aver conquistato il secondo successo nel giro di due settima-
ne, alzi la mano chi non si è alzato di scatto dalla sedia. Dimenticando l'impove-
rimento, la frustrazione, la depressione e lo spavento che accompagnano la no-
stra vita di italiani in questi tempi controversi.
CONTINUA... to be continued...
Super Fabio Fognini: annulla 3 matchpoint,
batte Delbonis e diventa il nuovo Kaiser di Germania
Per l'azzurro un altro successo, una settimana dopo il trionfo
a Stoccarda. / Batte Delbonis e diventa simbolo di un'Italia
che sa crescere. / Ora è n.19 al mondo. / Match vinto anche
contro se stesso e la maledizione delle sue corde.
(da Tuttosport - 22 luglio 2013 - Piero Valesio)
Saremo anche a pezzettini come Paese. Impoveriti, frustrati, spesso depressi.
Ancora più di frequente spaventati. Ma nel tennis, ragazzi, la musica è diversa.
Altro che un requiem. è un inno alla gioia. Quella gioia che ti fa scattare dalla
sedia (anche a sdraio) o dal divano su cui sei seduto. Quella gioia che il tennis
sa sublimare magari in un solo colpo. O in una palla avversaria che finisce fuo-
ri di un niente e che vuol dire vittoria. Vincere non è facile nella vita, figuriamo-
ci nel tennis: quando succede ti viene da abbandonarla in fretta quella sedia.
Quando ieri Fabio Fognini si è inginocchiato sulla terra di Amburgo, anche lui
un pò incredulo di aver conquistato il secondo successo nel giro di due settima-
ne, alzi la mano chi non si è alzato di scatto dalla sedia. Dimenticando l'impove-
rimento, la frustrazione, la depressione e lo spavento che accompagnano la no-
stra vita di italiani in questi tempi controversi.
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domenica 21 luglio 2013
Sport - Moto . Mondiale Supersport/Superbike: tragedia in pista
21 luglio '13 - domenica 21st July / Sunday visioni post - 7
Nel circuito dei motori ancora una morte di un giovane pilota,
ma questa volta si poteva, si doveva evitare. E' successo a
Mosca in una gara di Superbike, dove le moto sono mostri che
volano e lo spettacolo è garantito. Ma qui lo show doveva esse-
re fermato, sospeso perchè l'acqua che scendeva era troppa e
quando la pista diventa piscina non è più sport di moto, è solo
un pericolo grosso in più da non far correre ai piloti.
No, non c'erano le condizioni per continuare, adesso lo dicono
quasi tutti i piloti e gli esperti. In questo caso si poteva dire no:
bastava poco per evitare un'altra tragedia, come quella di Marco
Simoncelli.
(Lucianone)
A Mosca travolto in pista:
muore Andrea Antonelli
Durante la Superbike il pilota 25enne di Castiglione
del Lago aveva perso il controllo della Kawasaki ed
era stato investito dal bresciano Zanetti, Corsa can-
cellata.
Tragedia in Russia: Andrea Antonelli, 25 anni, di Castiglione del Lago (Perugia), è morto nel centro medico del Moscow Raceway in conseguenza del terrificante incidente che si è verificato al primo giro della settima prova del Mondiale Supersport, la categoria cadetta della Superbike. La corsa è stata immediatamente interrotta e non verrà ripresa. Gli organizzatori hanno deciso di cancellare anche gara-2 della Superbike che doveva partire alle 13.30 italiane. La Supersport è partita sotto una fitta pioggia. Al primo passaggio sul rettilineo principale, lungo circa 900 metri, i piloti di centro gruppo avvolti in una nube d'acqua si sono toccati. A circa 250 km/h orari Antonelli ha perso il controllo della Kawasaki ZX-6R schierata dal team piemontese GoEleven scivolando sulla pista e restando investito da Lorenzo Zanetti, 25enne bresciano in pista con la Honda della squadra olandese Ten Kate. L'impatto è stato violentissimo. I soccorsi sono stati rapidi, tra l'altro il luogo dell'incidente è ad appena duecento metri dal centro medico dell'impianto. Andrea è stato raccolto dalla pista privo di sensi e nonostante i disperati tentativi non ha ripreso conoscenza. Vista la gravità delle condizioni i sanitari hanno cancellato il trasporto in elicottero continuando i trattamenti d'emergenza in centro medico. Vanamente. (LEGGI ANCHE Melandri: "Non si doveva correre").

Andrea Antonelli e Valentino Rossi
Non potevi dirgli di non fare quello che faceva perché lui era così, convinto di poter arrivare in Superbike". A dirlo è Arnaldo Antonelli padre di Andrea, il 25enne morto ieri durante la gara delle Supersport del Moscow Raceway. E' appena tornato nella casa di famiglia a Castiglione del Lago. Intervistato dal TgR dell'Umbria ha confessato, in lacrime, che il suo "rammarico è stato di non essere riuscito a portarcelo". "Si meritava qualcosa di più - ha detto ancora Arnaldo Antonelli riferendosi al figlio morto ieri a Mosca - e lo sapeva. Lottava per questo". Nell'intervista il padre del pilota ha ricostruito i momenti successivi all'incidente. "L'ho visto - ha spiegato - quando lo portavano al centro medico. È stato interminabile. Secondo me - ha concluso - era già morto". Non è ancora stata fissata la data dei funerali di Andrea. I tempi della cerimonia sono anche legati all'autopsia sul corpo del giovane, che è prevista per oggi a Mosca. ll rientro in Italia della salma avverrà al più presto dopo l'esame.
Lucianone
Nel circuito dei motori ancora una morte di un giovane pilota,
ma questa volta si poteva, si doveva evitare. E' successo a
Mosca in una gara di Superbike, dove le moto sono mostri che
volano e lo spettacolo è garantito. Ma qui lo show doveva esse-
re fermato, sospeso perchè l'acqua che scendeva era troppa e
quando la pista diventa piscina non è più sport di moto, è solo
un pericolo grosso in più da non far correre ai piloti.
No, non c'erano le condizioni per continuare, adesso lo dicono
quasi tutti i piloti e gli esperti. In questo caso si poteva dire no:
bastava poco per evitare un'altra tragedia, come quella di Marco
Simoncelli.
(Lucianone)
A Mosca travolto in pista:
muore Andrea Antonelli
Durante la Superbike il pilota 25enne di Castiglione
del Lago aveva perso il controllo della Kawasaki ed
era stato investito dal bresciano Zanetti, Corsa can-
cellata.
Tragedia in Russia: Andrea Antonelli, 25 anni, di Castiglione del Lago (Perugia), è morto nel centro medico del Moscow Raceway in conseguenza del terrificante incidente che si è verificato al primo giro della settima prova del Mondiale Supersport, la categoria cadetta della Superbike. La corsa è stata immediatamente interrotta e non verrà ripresa. Gli organizzatori hanno deciso di cancellare anche gara-2 della Superbike che doveva partire alle 13.30 italiane. La Supersport è partita sotto una fitta pioggia. Al primo passaggio sul rettilineo principale, lungo circa 900 metri, i piloti di centro gruppo avvolti in una nube d'acqua si sono toccati. A circa 250 km/h orari Antonelli ha perso il controllo della Kawasaki ZX-6R schierata dal team piemontese GoEleven scivolando sulla pista e restando investito da Lorenzo Zanetti, 25enne bresciano in pista con la Honda della squadra olandese Ten Kate. L'impatto è stato violentissimo. I soccorsi sono stati rapidi, tra l'altro il luogo dell'incidente è ad appena duecento metri dal centro medico dell'impianto. Andrea è stato raccolto dalla pista privo di sensi e nonostante i disperati tentativi non ha ripreso conoscenza. Vista la gravità delle condizioni i sanitari hanno cancellato il trasporto in elicottero continuando i trattamenti d'emergenza in centro medico. Vanamente. (LEGGI ANCHE Melandri: "Non si doveva correre").
Andrea Antonelli e Valentino Rossi
Non potevi dirgli di non fare quello che faceva perché lui era così, convinto di poter arrivare in Superbike". A dirlo è Arnaldo Antonelli padre di Andrea, il 25enne morto ieri durante la gara delle Supersport del Moscow Raceway. E' appena tornato nella casa di famiglia a Castiglione del Lago. Intervistato dal TgR dell'Umbria ha confessato, in lacrime, che il suo "rammarico è stato di non essere riuscito a portarcelo". "Si meritava qualcosa di più - ha detto ancora Arnaldo Antonelli riferendosi al figlio morto ieri a Mosca - e lo sapeva. Lottava per questo". Nell'intervista il padre del pilota ha ricostruito i momenti successivi all'incidente. "L'ho visto - ha spiegato - quando lo portavano al centro medico. È stato interminabile. Secondo me - ha concluso - era già morto". Non è ancora stata fissata la data dei funerali di Andrea. I tempi della cerimonia sono anche legati all'autopsia sul corpo del giovane, che è prevista per oggi a Mosca. ll rientro in Italia della salma avverrà al più presto dopo l'esame.
Lucianone
Sport - Mondiale di nuoto / Barcellona 2013
21 luglio '13 - domenica 21st July / Sunday visioni post - 5
A Barcellona un'edizione record
dei Mondiali di nuoto:
181 i Paesi partecipanti, campioni delle Olimpiadi di
Londra come Lochte ma sarà assente Phelps, giovani
che puntano alle Olimpiadi brasiliane di Rio e una
Pellegrini che si limita a dorso e staffette.
(da la Repubblica - 20/07/2013 - Alessandra Retico da Barcellona)
E' un cumulo di sogni d'acqua, Barcellona. Cielo gonfio d'umidità,
le spiagge piene, le piscine fresche, le navi e i container addormenta-
ti al porto. La festa del nuoto è iniziata, cerimonia d'inaugurazione
dei mondiali di nuoto edizione numero 15..., un'ora abbondante di
spettacolo al Palau Sant Jordi, la stessa arena della rassegna di dieci
anni fa, quando sbucò in una staffetta una ragazza di 14 anni molto
promettente, si chiamava Federica Pellegrini.
Parco olimpico, quello del '92, sulle alture verdissime di Montjuic
vista Sagrada Familia, i tuffatori quando saltano sembrano angeli
di Gaudì. Mondiale record per numero di paesi (181), 2293 gli atle-
ti. In un mondo prosciugato dalla crisi, ma voglioso di flutti per
concimarsi. E Barcellona è un misto di sentimenti, come sempre.
E' catalana, autonomista, ma festeggia il suo essere al centro del
mondo e dello sport., ancora una volta. Nelle stesse ore, i sogni
d'acqua del suo secondo mondiale, e le lacrime per l'addio alla
alla panchina del Barca, il club di calcio che ogni catalano si
appunta al petto, di Tito Vilanova troppo malato. Nuoterà dentro
tutto il suo mondo, la città.
Oggi via col fondo, i tuffi e il sincronizzato con le prime medaglie.
per questi mondiali che sono interrogativi, un anno dopo Londra.
Conterà molto anche l'invisibile: i primi senza il padrone delle
acque dell'ultimo decennio Michael Phelps, ma quelli del suo suc-
cessore Ryan Lochte e dell'intero governo americano guidato da
un appena diciottenne Missy Franklin.
I Mondiali di Barcellona si aprono con
il secondo posto nei tuffi sincro dal trampolino per
Cagnotto-Dallapè, dietro alle solite cinesi. E' comunque una
bella rivincita dopo la beffa e le lacrime dei Giochi di Londra.
Cagnotto: "Un traguardo costruito a modo nostro, sentendoci
più libere, perchè nella vita c'è anche altro: è la medaglia più
bella".
Dallapè: "Stare insieme a Tania mi ha fatto crescere. e adesso
posso finalmente andarmene tranquilla in luna di miele".
Si prende l'oro il tunisino Mellouli
(allenato da una donna) nella 5 km
di fondo.
L'Africa arriva prima: l'acqua non è più sua nemica. La
primavera araba libera menti e corpi. Oussama Mellouli,
tunisino, 29 anni, fila via dopo una gara molto combat-
tuta e alla sua prima volta nella 5 km di fondo la vince
mettendosi dietro il canadese Eric Hedlin e il tedesco
Thomas Lurz, cinque volte campione del mondo.
L'Italia invece affoga, anche culturalmente, male Va.
nelli e Ferretti, male anche la Grimaldi nella prova
femminile (settima). Già suona strano che un fenome-
no tunisino, campione olimpico nella 10 km, stracci
tutti, figurarsi poi se è allenato da una donna, da Ca-
therine Vogt, assistente di Dave Salo all'università di
Southern California.
Continua... to be continued...
A Barcellona un'edizione record
dei Mondiali di nuoto:
181 i Paesi partecipanti, campioni delle Olimpiadi di
Londra come Lochte ma sarà assente Phelps, giovani
che puntano alle Olimpiadi brasiliane di Rio e una
Pellegrini che si limita a dorso e staffette.
(da la Repubblica - 20/07/2013 - Alessandra Retico da Barcellona)
E' un cumulo di sogni d'acqua, Barcellona. Cielo gonfio d'umidità,
le spiagge piene, le piscine fresche, le navi e i container addormenta-
ti al porto. La festa del nuoto è iniziata, cerimonia d'inaugurazione
dei mondiali di nuoto edizione numero 15..., un'ora abbondante di
spettacolo al Palau Sant Jordi, la stessa arena della rassegna di dieci
anni fa, quando sbucò in una staffetta una ragazza di 14 anni molto
promettente, si chiamava Federica Pellegrini.
Parco olimpico, quello del '92, sulle alture verdissime di Montjuic
vista Sagrada Familia, i tuffatori quando saltano sembrano angeli
di Gaudì. Mondiale record per numero di paesi (181), 2293 gli atle-
ti. In un mondo prosciugato dalla crisi, ma voglioso di flutti per
concimarsi. E Barcellona è un misto di sentimenti, come sempre.
E' catalana, autonomista, ma festeggia il suo essere al centro del
mondo e dello sport., ancora una volta. Nelle stesse ore, i sogni
d'acqua del suo secondo mondiale, e le lacrime per l'addio alla
alla panchina del Barca, il club di calcio che ogni catalano si
appunta al petto, di Tito Vilanova troppo malato. Nuoterà dentro
tutto il suo mondo, la città.
Oggi via col fondo, i tuffi e il sincronizzato con le prime medaglie.
per questi mondiali che sono interrogativi, un anno dopo Londra.
Conterà molto anche l'invisibile: i primi senza il padrone delle
acque dell'ultimo decennio Michael Phelps, ma quelli del suo suc-
cessore Ryan Lochte e dell'intero governo americano guidato da
un appena diciottenne Missy Franklin.
I Mondiali di Barcellona si aprono con
il secondo posto nei tuffi sincro dal trampolino per
Cagnotto-Dallapè, dietro alle solite cinesi. E' comunque una
bella rivincita dopo la beffa e le lacrime dei Giochi di Londra.
Cagnotto: "Un traguardo costruito a modo nostro, sentendoci
più libere, perchè nella vita c'è anche altro: è la medaglia più
bella".
Dallapè: "Stare insieme a Tania mi ha fatto crescere. e adesso
posso finalmente andarmene tranquilla in luna di miele".
Si prende l'oro il tunisino Mellouli
(allenato da una donna) nella 5 km
di fondo.
L'Africa arriva prima: l'acqua non è più sua nemica. La
primavera araba libera menti e corpi. Oussama Mellouli,
tunisino, 29 anni, fila via dopo una gara molto combat-
tuta e alla sua prima volta nella 5 km di fondo la vince
mettendosi dietro il canadese Eric Hedlin e il tedesco
Thomas Lurz, cinque volte campione del mondo.
L'Italia invece affoga, anche culturalmente, male Va.
nelli e Ferretti, male anche la Grimaldi nella prova
femminile (settima). Già suona strano che un fenome-
no tunisino, campione olimpico nella 10 km, stracci
tutti, figurarsi poi se è allenato da una donna, da Ca-
therine Vogt, assistente di Dave Salo all'università di
Southern California.
Continua... to be continued...
sabato 20 luglio 2013
Economia / società - Notizie recuperate: 'lo spresd fa ricca la Germania'
20 luglio '13 - sabato 20th July / Saturday
80 miliardi dal calo dei tassi: lo spresd
fa ricca la Germania
Altro che saccheggio ai danni del contribuente, solo guadagni
per il bilancio pubblico tedesco / Effetto rifugio per il Bund con
capitali in fuga dagli altri Paesi / Il rapporto Allianz.
Ecco i risparmi dovuti alla crisi dei Paesi indebitati
(da la Repubblica - martedì 11 giugno 2013 / Maurizio Ricci)
Al di là delle sottigliezze giuridiche, il dibattito in corso alla Corte
istituzionale di Karlsruhe sulle strategie della Bce è ancorato ad una
potente zamorra emotiva: la rivolta del contribuente tedesco contro il
saccheggio del suo portafogli per far fronte ai debiti degli scriteriati
partner mediterranei. Il problema, con il copione di questo dramma
in diretta, sulla cui legalità si interrogano i giudici di Karlsruhe, è
che il dramma è fasullo. Dalla crisi scoppiata nel 2009, il bilancio
pubblico tedesco trae assai più benefici che danni, come riconosco-
no, ormai, anche i centri di ricerca tedeschi, individuando una sor-
ta di rendita europea nel mercato del debito pubblico.
Il calo dei tassi di interesse, dal 2009 ad oggi, sui Bund e sugli altri
titoli pubblici farà risparmiare all'erario tedesco - il calcolo è del-
l'autorevole Ifw di Kiel - 80 miliardi di euro, che diventeranno pro-
babilmente 100, dopo l'ultimo taglio dei tassi da parte della Bce.
Non è una valutazione isolata: già nell'autunno scorso, una grande
società di assicurazioni come Allianz valutava il risparmio in 67 mi-
liardi di euro. Attenzione: questi risparmi riguardano solo il bilan-
cio federale (meno di metà del debito pubblico). Anche sull'altra
metà, regioni e comuni hanno lucrato un consistente risparmio di
interessi. Insomma, il contribuente tedesco lamenta una perdita
ipotetica e non si accorge di un guadagno concreto, che vale 10
miliardi e più di euro ogni anno.
Per un governo che emette 250-300 miliardi di euro di titoli pub-
blici ogni anno, più di tre anni di tassi in calo rappresentano un
sostegno importante. Si è arrivati all'estremo di investitori pronti
ad acquistare i Bund anche in perdita: o perchè - sulle scadenze
a breve termine - l'interesse era inferiore a zero o perchè - su
quelle più lunghe - inferiore all'inflazione. Secondo i calcoli
di Jens Boysen-Hogrefe dell'Ifw, sui titoli emessi dal 2009 in poi,
l'erario tedesco ha risparmiato, rispetto ai tassi pagati nel decen-
nio precedente, 10 miliardi di euro nel solo 2012. Quest'anno sa-
ranno circa 13 miliardi. Proiettando i risparmi sull'arco di dura-
ta dei titoli (molti decennali) il risparmio complessivo è, grosso
modo, di 80 miliardi di euro. Se, poi, si tiene conto anche dell'ul-
timo taglio dei tassi da parte della Bce, il risparmio, secondo l'Ifw,
supererà probabilmente i 100 miliardi.
In larga misura, questo calo dei tassi è l'effetto diretto della crisi,
della recessione e della politica monetaria messa in atto negli ul-
timi anni. La Germania è stata in grado (al contrario, ad esempio,
dell'Italia e degli altri paesi deboli della fascia mediterranea) di
sfruttare pienamente, nel costo del debito, questo risvolto della
crisi. Ma non è stata l'unica. Anche la Francia, ad esempio, ha
potuto approfittare del calo dei tassi. Ma in misura inferiore a
Berlino. La differenza è data dall'effetto.rifugio del Bund tede-
sco, la cui domanda è stata moltiplicata dall'affollarsi di investi-
tori , a caccia di un investimento sicuro: spesso capitali in fuga
dai Paesi più colpiti dalla crisi, dalla Spagna all'Italia. In altre
parole, i tedeschi dovrebbero in buona misura ringraziare, per
il risparmio del calo dei tassi, gli stessi paesi che condannano
per la crisi. Questa domanda extra, scatenata dall'effetto-rifu-
gio ha ulteriormente abbassato i rendimenti dei Bund, con un
risparmio aggiuntivo. Boysen-Hogrefe valuta che la fuga verso
il Bund valga un quarto-un quinto del risparmio complessivo
del calo dei rendimenti: 2 miliardi di euro su 10 nel 2012 e 3
miliardi su 13 nel 2013.
Nei calcoli di Allianz, l'effetto rifugio, specificamente tedesco,
ha un peso maggiore di quello che gli attribuisce la Ifw. Rispet-
to a quello che giustificherebbe la situazione economica com-
plessiva, infatti, i rendimenti dei titoli decennali sono stati più
bassi di 0,6 punti percentuali nel 2010, 0,7 punti nel 2011, 1,35
nel 2012. Il risparmio complesivo, comunque, coincide con
quello calcolato dall'istituto di Kiel: oltre 10 miliardi di euro
l'anno, per un totale (calcolato nel settembre scorso) di 67 mi-
liardi di euro sull'arco di durata dei titoli.
CONTINUA... to be continued...
80 miliardi dal calo dei tassi: lo spresd
fa ricca la Germania
Altro che saccheggio ai danni del contribuente, solo guadagni
per il bilancio pubblico tedesco / Effetto rifugio per il Bund con
capitali in fuga dagli altri Paesi / Il rapporto Allianz.
Ecco i risparmi dovuti alla crisi dei Paesi indebitati
(da la Repubblica - martedì 11 giugno 2013 / Maurizio Ricci)
Al di là delle sottigliezze giuridiche, il dibattito in corso alla Corte
istituzionale di Karlsruhe sulle strategie della Bce è ancorato ad una
potente zamorra emotiva: la rivolta del contribuente tedesco contro il
saccheggio del suo portafogli per far fronte ai debiti degli scriteriati
partner mediterranei. Il problema, con il copione di questo dramma
in diretta, sulla cui legalità si interrogano i giudici di Karlsruhe, è
che il dramma è fasullo. Dalla crisi scoppiata nel 2009, il bilancio
pubblico tedesco trae assai più benefici che danni, come riconosco-
no, ormai, anche i centri di ricerca tedeschi, individuando una sor-
ta di rendita europea nel mercato del debito pubblico.
Il calo dei tassi di interesse, dal 2009 ad oggi, sui Bund e sugli altri
titoli pubblici farà risparmiare all'erario tedesco - il calcolo è del-
l'autorevole Ifw di Kiel - 80 miliardi di euro, che diventeranno pro-
babilmente 100, dopo l'ultimo taglio dei tassi da parte della Bce.
Non è una valutazione isolata: già nell'autunno scorso, una grande
società di assicurazioni come Allianz valutava il risparmio in 67 mi-
liardi di euro. Attenzione: questi risparmi riguardano solo il bilan-
cio federale (meno di metà del debito pubblico). Anche sull'altra
metà, regioni e comuni hanno lucrato un consistente risparmio di
interessi. Insomma, il contribuente tedesco lamenta una perdita
ipotetica e non si accorge di un guadagno concreto, che vale 10
miliardi e più di euro ogni anno.
Per un governo che emette 250-300 miliardi di euro di titoli pub-
blici ogni anno, più di tre anni di tassi in calo rappresentano un
sostegno importante. Si è arrivati all'estremo di investitori pronti
ad acquistare i Bund anche in perdita: o perchè - sulle scadenze
a breve termine - l'interesse era inferiore a zero o perchè - su
quelle più lunghe - inferiore all'inflazione. Secondo i calcoli
di Jens Boysen-Hogrefe dell'Ifw, sui titoli emessi dal 2009 in poi,
l'erario tedesco ha risparmiato, rispetto ai tassi pagati nel decen-
nio precedente, 10 miliardi di euro nel solo 2012. Quest'anno sa-
ranno circa 13 miliardi. Proiettando i risparmi sull'arco di dura-
ta dei titoli (molti decennali) il risparmio complessivo è, grosso
modo, di 80 miliardi di euro. Se, poi, si tiene conto anche dell'ul-
timo taglio dei tassi da parte della Bce, il risparmio, secondo l'Ifw,
supererà probabilmente i 100 miliardi.
In larga misura, questo calo dei tassi è l'effetto diretto della crisi,
della recessione e della politica monetaria messa in atto negli ul-
timi anni. La Germania è stata in grado (al contrario, ad esempio,
dell'Italia e degli altri paesi deboli della fascia mediterranea) di
sfruttare pienamente, nel costo del debito, questo risvolto della
crisi. Ma non è stata l'unica. Anche la Francia, ad esempio, ha
potuto approfittare del calo dei tassi. Ma in misura inferiore a
Berlino. La differenza è data dall'effetto.rifugio del Bund tede-
sco, la cui domanda è stata moltiplicata dall'affollarsi di investi-
tori , a caccia di un investimento sicuro: spesso capitali in fuga
dai Paesi più colpiti dalla crisi, dalla Spagna all'Italia. In altre
parole, i tedeschi dovrebbero in buona misura ringraziare, per
il risparmio del calo dei tassi, gli stessi paesi che condannano
per la crisi. Questa domanda extra, scatenata dall'effetto-rifu-
gio ha ulteriormente abbassato i rendimenti dei Bund, con un
risparmio aggiuntivo. Boysen-Hogrefe valuta che la fuga verso
il Bund valga un quarto-un quinto del risparmio complessivo
del calo dei rendimenti: 2 miliardi di euro su 10 nel 2012 e 3
miliardi su 13 nel 2013.
Nei calcoli di Allianz, l'effetto rifugio, specificamente tedesco,
ha un peso maggiore di quello che gli attribuisce la Ifw. Rispet-
to a quello che giustificherebbe la situazione economica com-
plessiva, infatti, i rendimenti dei titoli decennali sono stati più
bassi di 0,6 punti percentuali nel 2010, 0,7 punti nel 2011, 1,35
nel 2012. Il risparmio complesivo, comunque, coincide con
quello calcolato dall'istituto di Kiel: oltre 10 miliardi di euro
l'anno, per un totale (calcolato nel settembre scorso) di 67 mi-
liardi di euro sull'arco di durata dei titoli.
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