10 maggio '26 - domenica 10th May / Sunday visione post - 6
(da la Repubblica, 10 maggio '26 - Rcultura / Intervista con Lea Ypi - Raffaela De Santis)
Intellettuale amata dalle nuove generazioni, Lea Ypi intreccia nell'ultimo memoir, "Dignità", le vicissitudini famigliari nell'Albania comunista a una riflessione più ampia su una politica che ritrovi moralità.
Siamo liberi solo riscoprendo l'identità europea
Da un pò di tempo Lea Ypi, intellettuale amata dalle nuove generazioni, continua a ripetere che la politica deve ritrovare la moralità perduta. Una cattedra alla London School of Economics, formazione marxista, laurea alla Sapienza di Roma, infanzia nell'Albania comunista: la biografia della quarantaseienne intellettuale più amata dalle nuove generazioni, frequentatrice di simposi a porte chiuse e di festival affol-latissimi, è un mix di esperienze esistenziali e accademiche. Ypi ama scrivere libri più letterari che saggistici, ibridi di riflessioni, memorie e racconti. L'ultimo, Dignità (Feltrinelli), sembra un corposo memoir sulla sua famiglia, in realtà è una chiave per leggere il mondo. La filosofa del momento, acuta osservatrice dei nazionalismi attuali e critica del capitalismo, non si crogiola in vittimismi ma fa un appello: riscopriamo l'Europa delle origini.
Raffaela De Santis - Partiamo proprio dallEuropa. Le sembra debole?
Lea Ypi: "Penso che la crisi dell'Europa possa essere un' opportunità. L'allontanamento dagli Stati Uniti può stimolare la riscoperta del pensiero europeo, può spingersi a ripensare le istituzioni comunitarie. Non penso che l'Europa debba puntare sul nazionalismo per fortificarsi. Al contrario dovrebbe recuperare il progetto cosmopolita e federalista che era di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi".
R. De Santis - Non la convince il discorso sul riarmo e sulla necessità di un esercito europeo che molti anche da sinistra sostengono?
L. Ypi: "ogni volta che ci si riarma c'è una guerra mondiale. Conosciamo il movimento della storia: si parte da una crisi economica, si passa per una guerra tariffaria, si arriva al riarmo. L'escalation è nota, la tappa finale è la guerra. E dopo la guerra per arrivare alla pace ci vorrà un compromesso. - E' un movimento che si porta dietro morte, tragedie, catastrofi. senza contare che oggi all'orizzonte c'è la possibilità di un conflitto nucleare, del quale non riusciamo neanche a immaginare i contorni. Sappiamo inoltre che il riarmo toglie risorse economiche alla scuola, alla sanità, alle infrastrutture. La politica dovrebbe ritrovare il valore della dignità".
R. De Santis - Veniamo al libro, dove racconta la storia dei suoi nonni dall'impero ottomano, alla Grecia, all'Albania comunista. Tutto ruota intorno a quella parola, "dignità", che da memoria familiare diventa categoria politica.
L. Ypi: "Inizio con una citazione di Kant: "Nel regno dei fini, tutto ha un prezzo o una dignità". La dignità non ha prezzo, non è fungibile come una merce, non è riducibile a rapporti di scambio. Esce dalla logica del capitalismo, basato sul profitto. Nelle democrazie il diritto dovrebbe essere dignitoso, libero dai rapporti di forza".
R. De Santis - A cosa sta pensando?
L. Ypi: "Trump è la forza che si fa potere. Non è un fenomeno nuovo nella storia statunitense, ma ora l'articolazione è più esplicita. Trump non prova neanche a fingere di rispettare un ordine internazionale, dice esplicitamente che si muove per il petrolio. Il motto "Make America Great Again" smaschera i limiti di ogni nazionalismo: in un mondo che aspira ad essere "grande" non c'è spazio a sufficienza per tutti"
R. De Santis - Torniamo alla nonna, alla sua lezione sulla dignità. Lei viene da una famiglia cosmopolita importante.
L. Ypi: "Sono cresciuta con mia nonna Leman durante il vomunismo. Mi raccontava storie, mi parlava in francese, mi leggeva libri. Era per me una figura di riferimento. Sapevo che era nata in Grecia, a Salonicco, e che aveva studiato in un liceo francese ma il resto era avvolto dal mistero. Parlava poco di sè, anche perchè sotto il comunismo il suo retaggio culturale e sociale era considerato un peso. Venire dalla borghesia o dall'aristocrazia non era ben visto. Ho scoperto il suo passato dopo la caduta del Muro. Fino a quel momento non avevo idea dei traumi che aveva subito".
R. De Santis - Aveva avuto una vita difficile?
L. Ypi: "Mio nonno, Asilan Ypi, era un socialdemocratico critico rispetto al comunismo albanese. Venne messo in prigione per 15 anni e lei rimase sola, con un figlio. Fece qualsiasi lavoro per sopravvivere, finì anche a scavare trincee. Aveva perso tutto: la famiglia, i soldi, la posizione sociale, ma non la dignità. Lei diceva che la dignità è "qualcosa che ti porti dentro". L'arrivo in Albania per lei era stato duro, era passata dal mondo cosmopolita di Salonicco - ormai non più esistente - allo Stato nazione albanese, dove si sentiva un pò straniera, un'outsider. Scontava anche il fatto di essere considerata una greca in Albania, come prima era stata considerata un'albanese a Salonicco".
R. De Santis - E' bella la storia dell'amore tra i suoi nonni, raccontata partendo da una fotografia da lei ritrovata negli archivi.
L. Ypi: "Anche mio nonno faceva parte di una famiglia dell'élite. Suo padre - il mio bisnonno - era un conservatore che sosteneva gli interessi dei proprietari terrieri ed era legato alla destra popolare. Era stato ministro nel governo collaborazionista fascista".
R. De Santis - Forse anche per queste memorie familiari, uno dei focus della sua ricerca sono i naziona-lismi?
L. Ypi: "Ogni nazionalismo fa eva sulla questione dell'identità: chi sei, dove è la tua casa, a chi appartieni. Nel Novecento molti movimenti nazionalisti sono stati alimentati da forze progressiste. Oggi gli Stati-nazione si fondano sull'esclusione dell'altro, dell'immigrato, di chi non si integra".
continua... to be continued...