14 marzo '26, sabato 14th March / Saturday visione post - 17
( da la Repubblica - 12 marzo '26 / di Annalisa Cuzzocrea)
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La giravolta della premier
Stretta tra una guerra che non vuole appoggiare nè rinnegare e un referendum sulla giustizia che rischia di minare il suo governo, Giorgia Meloni va in affanno. Chiede un ruolo più forte dell'Europa, ma sostiene il diritto di veto con cui Orbàn blocca gli aiuti all'Ucraina. Offrre un tavolo di collaborazione al'opposizione ma lo fa quasi per caso - alla fine della replica al Senato - senza crederci davvero. L'apertura dura sei ore, viene richiusa - dopo il dibattito - da una presidente del Consiglio che spara a caso: contro il Pd e i 5 stelle che non avevano protestato per l'uccisione da parte degli Stati Uniti del generale iraniano Soleimani. Un intervento mirato paragonato a una guerra su larga scala. Contro il governo D'Alema - vicepremier e ministro della Difesa era Sergio Mattarella - che ha partecipato all'intervento della Nato in Kosovo nel 1999. Senza passare al Parlamento, sostiene Meloni, fingendo di non ricordare che il voto ci fu e che a sostenere e permettere quell'azione militare fu Silvio Berlusconi. Contro tutti coloro che si sono rallegrati della liberazione dal nazifascismo, avvenuta anche grazie agli Stati Uniti, e che ora non pensano lo stesso della liberazione del popolo iraniano. Nessumo di questi eventi assomiglia a quel che sta avvenendo in medio Oriente, ma è evidente che la presidente del Consiglio non sa più dove colpire. Perchè non sa cosa pensare. - L'intervento scritto e meditato, presentato al mattino al Senato, aveva concesso due cose a chi guarda alla guerra con preoccupazione. Con un giro di parole Meloni aveva detto che si tratta di un intervento che avviene al di fuori del diritto internazionale, come aveva fatto il ministro della Difesa Guido Crosetto. E aveva aggiunto di aver chiesto a Israele di non attaccare le basi Unifil in Libano: la missione Onu è guidata dall'Italia, sul terreno ci sono oltre mille dei nostri soldati. Inoltre, aveva espresso dolore per la morte dei civili, tra cui almeno 150 bambine nella scuola di Minab, nel sud dell'Iran, chiedendo che su questo venga fatta chia-rezza. Tutto questo, per, era stato accompagnato da un'idea di fondo: i diritto internazionale è stato rotto dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, che siede nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. E ades-so tutto è possibile. Come non si dovesse lavorare per difendere quel che resta o per costruire qualcosa di alternativo. Come se davvero - d'ora in poi - il ruolo dell'Italia e dell'Europa potesse essere quello di "osservatori" di grandi potenze che si lanciano missili. Magari con un cappellino rosso in mano, come l'osservatore Tajani al Board of peace di Trump. Meloni non nomina il presidente americano, non fa riferimento al fatto che più inchieste hanno sostenuto che sulla scuola di Minab sono piovuti missili statunitensi, non dice nulla che non suoni vago e generico perchè ha due problemi. Il primo è che sa bene che il conflitto innescato da Israele e Stati Uniti è impopolare - lo dimostrano i continui riferimenti ala posizione assunta dal premier spagnolo Pedro Sanchez, in salita nei sondaggi - ma non può permettersi di prendere le distanze da Trump. Sostiene che a non poterlo fare è l'Italia, che agli Stati Uniti ha delegato a lungo la sua sicurezza. E' in parte vero, com'è però vero che il partito di Meloni fa parte della famiglia politica del tycoon. Ne condivide le idee e la cultura di riferimento. Il secondo problema è un referendum che non voleva politicizzare, ma a cui ha finito per dedicare molte più energie di quante avrebbe voluto. Tanto da non riuscire a sfuggire alla propaganda neanche al Senato, dove per difendere le sue leggi contro l'immigrazione clandestina ha rinnovato un attacco ai giudici "che liberano stupratori di bambini", facendo riferimento a mancati trattenimenti dovuti a procedure errate. E dimenticando che a rimandare a casa in Libia con tutti gli onori su un volo di Stato un assassino e stupratore di bambini ricercato dalla Corte penale internazionale sono stati lei e il suo governo. Senza mai spiegarne le ragioni. - Per questo incrocio di debolezze, meloni aveva bisogno di un dialogo con l'opposizione così come ha bisogno di dire che a decidere sull'eventuale uso delle basi italiane in guerra sarà il Parlamento. Un modo per mettere distanza tra sè e una scelta che non le porterebbe consenso. Ma è anche questo un gioco di prestigio: alle Camere la maggioranza è la sua, e nessuno dei suoi oerebbe mai votarle contro. Se la premier ritenesse davvero di poter collaborare con l'opposizione, non avrebbe aspettato dodici giorni prima di proporlo; non avrebbe usato il suo discorso per fare propaganda contro i giudici; non avrebbe difeso il diritto di Orbàn di bloccare l'Europa. Ma Meloni sa di non poter dare all'opposizione quel che chiede: la richiesta di un cessate il fuoco immedia- to a Trump e Netanyahu e la negazione delle basi italiane per azioni d'attacco. E così, quella che poteva essere una vera prova di unità - perfino necessaria davanti a una crisi che rischia di fare molto male al nostro Paese - diventa puro teatro. Provocazioni, colpi a effetto, risatine tra i banchi. Fuori, il mondo in fiamme.
Lucianone