(da la Repubblica - 27 settembre '18 - Emiliano Morreale)
La storia raccontata in questo film, vincitore del Gran premio della giuria al Festival di
Cannes, è di quelle che si dicono perfette per il cinema, e il suo regista ideale era cer-
tamente Spike Lee. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, nei
primi anni Settanta si infiltrò nel Ku Klux Klan locale tenendo i contatti al telefono, e
mandando di persona un collega collegato con un radiomicrofono. Il film ha una voca-
zione esplicitamente politica, vuol comunicare col grande pubblico attraverso i mecca-
nismi spettacolari: da un lato, quindi, toni da commedia action (retti benissimo dalla
coppia di attori John David Washington e Adam Driver, nel ruolo dei due poliziotti in-
filtrati); dall'altro improvvise aperture didattiche: un finto filmato iniziale con Alex
Baldwin che lancia proclami contro lo strapotere di neri ed ebrei, un discorso di Sto-
kely Carmichael sul significato del "potere nero", un monologo in cui Driver spiega
al collega come "fare il nero", il racconto di un linciaggio fatto da un Harry Belafon-
te novantaduenne e davvero impressionante, alternato con un discorso del capo del
KKK David Duke. E, dall'altro lato, in bocca ai cattivi ci sono slogan di sinistra at-
tualità ("Make America Great Again", "America First", eccetera), a volte in manie-
ra un pò troppo calcata. Con dei toni così carichi e dei cattivi lombrosiani, un rischio
è di mostrare gli adepti del Klan come un branco di idioti, dunque in fondo poco pe-
ricolosi anche, se ben inseriti in un sistema e in un'ideologia. Per sventare questo pe-
ricolo, Lee nel finale esplicita la portata attuale del suo film, e mostra le dimostrazio-
ni di Charlottesville, durante un raduno di suprematisti bianchi, neonazisti eccetera,
e le scandalose affermazioni del presidente Trump in quell'occasione.
Eppure questo film che, a parte l'eccessiva lunghezza, riesce a centrare l'obioettivo
che si era prefisso, mostra tra le sue stesse pieghe un progetto ancora più ambizioso
che il regista accenna soltanro. E' un film sulla rappresentazione della razza, sulle
colpe del cinema stesso (a cominciare ovviamente da La nascita di una nazione di
Griffith e da Via col vento, entramni citati), con la proposta parallela di un sotterra-
neo contro-canone "sporco" che parte dal cinema blaxploitation degli anni 70. Una
linea purtroppo soltanto abbozzata, che avrebbe fatto di BlacKkKlansman un film
più ricco e appassionante.
Lucianone