9 gennaio 2026 - venerdì 9th January / Friday visione post - 7
(da il Corriere della Sera - giovedì, 8 gennaio '26 / di Paolo Lepri)
Democrazie smarrite / P. Lepri
Ciò che à accaduto in Venezuela ha valore se il Paese imbocca un percorso di transizione affidato alle libere scelte degli elettori
E' un paradosso di questa nostra disgraziata epoca - segnata da attacchi all'ordinr internazionale, alla convivenza pacifica e ai diritti più elementari - dover felicitarsi con cautela, senza sorrisi e senza illusioni, quando un regime impresentabile come quello di Caracas viene decapitato. Ma felicitarsi è d'obbligo. Con tutte le critiche al ruolo destabilizzante nel mondo di Donald Trump, dopo il 3 gennaio questo mondo è meno peggiore di quello in cui Nicolàs Maduro governava con il terrore, facendo del Venezuela un Paese in cui il tasso di povertà è salito al 90%. Dimentichiamo un momento, però, l'invidioso aspirante al premio Nobel per la Pace. Ne sa qualcosa una leader come Maria Cristina Machado - vincitrice a distanza, con l'ex diplomatico Edmundo Gonzalez Urrutia, delle elezioni del luglio 2024 di cui il successore di Chavez ha strappato i risultati - che quel riconoscimento lo ha sffettivamente ottenuto e che ora, in una sorta di tragicommedia, è disposta a condividerlo con il suo umorale antipatizzante. Non è questione di vincere premi, ma di capire che oggi - vista la infausta ma oggettiva crisi del multilateralismo - il primato della democrazia (un primato che certamente va sempre confermato nei fatti) può legittimare interventi di ingerenza politico-umanitaria, utilizzando anche la forza militare, laddove questa stessa democrazia è cal-pestata, la popolazione viene privata di libertà fondamentali, le ccondizioni di vita sono inaccettabili. Intervenire dalla parte dei più deboli, come erano e sono i venezuelani, era diventato un dovere in uno scenario in cui diplomazia e pressioni si sono rivelate inutili. Intervenire è giusto, tenendo ovviamente conto degli errori compiuti nel passato in situazioni simili ma abbastanza diverse. - L'ingerenza politico-umanitaria, sempre che non abbia secondi fini (come in questa vicenda può diventare invece la questione del petrolio, degli affari e dei guadagni) è una potente arma pacifica contro i sostenitori dell'isolazionismo ( o dell'egoismo) e i nemici intern, nelle nostre impaurite nazioni, della solidarietà e delle regole. E' un messaggio contro i cultori indifferenti dello stato di cose esistente, non di sado accecati dall'ideologia, che agitano la logora bandiera del neutralismo. Nicholas Kristof racconta di avere assistito nella baraccopoli di La Dolorita a Caracas, alle sofferenze di Alaska, una bambina di cinque anni che pesava solo 26 libbre (meno di 12 chilogrammi) "vicina alla morte per denutrizione, respinta da quattro ospedali per la mancanza di letti disponibili". Su Maduro non c'è altro da aggiungere. Detto questo, rimane in sospeso un punto fondamentale. In ogni intervento che si colloca nella difesa di valori positivi (al di là dei risvolti giuridici, ancora in parte da chiarire che hanno fatto diventare questo blitz soprattutto una "operazione di polizia") il ripristino reale della democrazia deve essere il punto di riferimento e la condizione essenziale: una condizione che si basa su un percorso di transizione trasparente, affidato in massima parte alla libera scelta degli elettori, individuando gli interlocutori giusti e delinenado un programma a medio e lungo periodo. E bisogna avere tutte le carte in regola. Per dare un esempio - e non si tratta di un gioco di parole - occorre essere esemplari, anche in casa propria. Se è vero che rovesciare un gover-no risulta più facile che assicurarne uno migliore, è su questo terreno che si gioca il futuro dei venezue-lani affidato attualmente alla vice di Maduro, Delcy Rodriguez. Spiace pensare che tuto possa dipen-dere, ora, dalla sua "obbedienza" alla Casa Bianca. E Trump non è sembrato asolutamente interessato, dopo l'operazione, a mettere in rilievo l'importanza del ritorno alla libertà di un popolo ferito e la pro-spettiva di una rapida transizione verso la piena democrazia. Appare chiaro, quindi, che in questa vicenda le incognite sono molte. Anzi abbondano le "domane senza risposta" come riconosce sul New York Times Matthew Kroenig, vice presidente dell'Atlantic Council's Scowcroft Center for Strategy and Security e docente alla Georgetown University che, pur avendo criticato Trump mel Passato, giudica "un successo" e una "cosa giusta" la scelta di aver mandato un'unità speciale dell'esercito a catturare il leader bolivariano. La principale questione, appunto, riguarda la costruzione di una nuova governance. Vista da entrambi i lati del problema. Ci auguriamo che non abbia ragione Phil Gunson, analista dell'International Crisis Group che vive a Caracas, interpellato da Le Monde, secondo cui "gli oppositori hanno sbagliato a pensare che un uomo che smantella la democrazia nel proprio Paese li avrebbe aiutati a instaurarla nel loro". Un compito importante, forse, può spettare a Paesi come Spagna, Brasile, Cile. Colombia, messico e Uruguay, chiamati non tanto a ripetere la condanna dell'"atto unilaterale" americano ma a battersi invece, veramente, per quello che hanno definito nei giorni scorsi "un processo politico inclusivo, guidato dai venezuelani, che possa portare a una soluzione democratica e sostenibile". Sempre, aggiungiamo, che ce ne sia la possibilità. Le parole degli attori nella scena internazionale sono, come si vede, spesso prevedibili. Ma dal caso Venezuela arriva una lezione fondamentale per una riflessione destinata possibilmente a superare schemi ideologici del passato. L'aggressiva politica estera statunitense, che con maduro ha battuto un colpo ma che con la Groenlandia sembra voler seppellire un'alleanza che ha difeso il mondo, non può che essere affrontata guardando ai risultati finali. In Europa serve agire, non stare a guardare. Non è un caso che prprio uno storico atlantista, l'ex premier conservatore svedese Carl Bildt, esprima la convinzione in una lucida intervista al Corriere che quanto è avvenuto a Caracas dimostri l'impossibilità di "fare affidamento negli americani che hanno diverse priorità". "Dobbiamo cercare - osserva - di coinvolgerli quanto più possibile, ma senza illuderci e assumendoci piena responsabilità". La strada è indicata, gli ostacoli sono molti.
Lucianone