24 settembre '15 - venerdì 24the September / Friday
PIERO DELLA FRANCESCA
Indagine su un mito
Musei San Domenico - Forlì (Italia)
13 febbraio - 26 giugno 2016
BRIXIA. Roma e le genti del Po.
Un incontro di culture. III-I secolo a.C.
Brescia - Museo di Santa Giulia
Fino al 17 gennaio 2016
Info - www.bresciamusei.com
Continua... to be continued...
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venerdì 25 settembre 2015
martedì 22 settembre 2015
L'Intervista - Al padre di Alan Kurdi (per ricordare, non dimenticare e sperare)
22 settembre '15 - martedì 22nd September / Tuesday visione post - 26
Il papà di Alan Kurdi, il bambino la cui immagine ha fatto il giro del mondo e lo
ha scosso non poco, ha concesso un'intervista a un giornalista del quotidiano "la
Repubblica" dove esprime tutta la sua disperazione, comunque composta, e la
sua rabbia (altrettanto comunque composta) ma dove riesce ad esprimere nello
stesso tempo la sua ferma speranza che la morte di Alan possa essere di aiuto
a tutti gli altri bambini siriani. Dice poi che costruire muri non servirà a nulla:
i profughi troveranno comunque sempre il modo di bucarlo. Ecco qui di seguito
l'intervista integrale ad Abdullah Kurdi.
(Lucianone)
Abdullah Kurdi, che nel naufragio in Turchia ha perso la moglie e i due figli,
ha detto: "Io non ho più nulla da chiedere alla vita ma spero che quella foto
svegli i potenti".
(da la Repubblica - 8 settembre 2015 - L'intervista / Fabio Tonacci)
"Ho perso tutto e non ho più niente da chiedere alla vita, Ma i miei figli Alan e Galip non
sono morti invano. Non è stato un sacrificio inutile perchè in cuor mio sento che il mondo
si sta svegliando e si sta rendendo conto del dramma della Siria e del bisogno di pace".
Abdullah Kurdi oggi è un uomo che si tiene in piedi aggrappandosi a questo solo pensiero.
Sa quanto potente è la foto del suo figlioletto Alan, morto nella sabbia e nell'acqua di Bodrum
dopo il rovesciamento del gommone su cui stavano tentando di raggiungere l'isola greca di Kos.
"Tutti devonPoi pero guardarla, perchè credo che attraverso questa immagine i miei figli possano
in qualche modo aiutare i bambini siriani. Se Dio ha voluto che morissero. è per compiere
questa missione". Abdullah parla al telefono dalla sua Kobane, dove è andato a seppellire
Alan, tre anni, Galip, cinque anni, e sua moglie Rehan.
QUAL E' LA LEZIONE CHE IL MONDO DEVE IMPARARE ?
"Che la guerra in Siria va fermata al più presto, perchè i siriani non scapperebbero dal loro
paese, se non fossero costretti. Vivevamo da re nella nostra Siria. La responsabilità di quello
che sta succedendo qui è di tutti quelli che sostengono la guerra. Mi auguro che qualcosa
adesso cambi, soprattutto nei paesi arabi dove non ho visto alcuna indignazione per quanto
mi è successo".
LEI INCOLPA QUALCUNO PER LA MORTE DEI SUOI CARI ?
"Sì, le autorità del Canada perchè hanno rifiutato la mia richiesta d'asilo nonostante ci fos-
sero 5 famiglie disposte a sostenerci economicamente. Volevo trasferirmi insieme alla mia
famiglia e a quella di mio fratello, che ora è in Germania. Non avremmo nemmeno pesato
sulle casse del governo canadese. Non ci hanno dato l'autorizzazione e non so perchè".
DA QUEL RIFIUTO E' NATA L'IDEA DI VENIRE IN EUROPA ?
"Sì. Negli ultimi due anni ho lavorato a Istanbul, mentre i miei figli li avevo lasciati a Kobane.
Lavoravo in un'industria tessile e guadagnavo 800 lire turche. Poi però quando sono comin-
ciati i combattimenti con l'Isis a Kobane, li ho portati in Turchia. Ed è cominciata la mia tra-
gedia. Non mi bastavano i soldi: come facevo a mantenerli quando tra bollette e affitto paga-
vo 500 lire? Mi sono messo a lavorare come muratore, la sera tornavo a casa e Alan e Galip
mi massaggiavano le gambe e la schiena doloranti. Erano loro però ad avere bisogno di cure
mediche".
QUALI CURE ?
"Soffrivano di una malattia congenita alla pelle, avevano bisogno di una pomata speciale da
spalmare tre volte al giorno altrimenti si grattavano e la pelle gli diventava scura. Ma in Tur-
chia a causa della lingua non riuscivo a compilare le pratiche per accedere all'assistenza sa-
nitaria. Quindi ho pensato di andare in Germania, dove ci sonO mediatori culturali. Chissà
adesso chi gliela spalma quella pomata, forse gli angeli...".
COME VI HANNOTTATO LE AUTORITA' TURCHE ?
"Non voglio parlar male della Turchia. La presenza di profughi è altissima e non è possibile
garantire condizioni buone per tutti. Ma da quanto mi hanno raccontato, in Turchia ci accol-
gono meglio che in Libano e in Giordania. Ecco perchè volevo andare in Europa, in Germa-
nia ma anche in Svezia o in Inghilterra: volevo che i miei figli fossero trattati come persone".
COSA SI RICORDA DEL NAUFRAGIO DEL GOMMONE ?
"Avevo pagato agli scafisti 4mila euro. A bordo eravamo in 12, il mare era mosso e dopo
pochi minuti il gommone si è rovesciato. Nell'acqua ho trovato le braccia dei miei bambini
e le ho afferrate, ma mi sono accorto che erano già morti e li ho lasciati andare per prova-
re a salvare mia moglie. Inutilmente. Ora ci sono tante persone accanto a me, ma quando
sarò solo temo di crollare".
COSA FARA' ADESSO CHE E' TORNATO A KOBANE ?
"Non c'è luce, non c'è acqua, non ci sono le condizioni per restare. Pensavo di rimanere
vicino alle tombe dei miei cari, ma qui la vita non è vita".
PROVERA' A TORNARE IN EUROPA ?
"Non ho ancora deciso. Però se parto, forse impazzisco. Ogni mattina vado sulle loro tombe,
innaffio i fiori, ci parlo come se fossero vivi. Parlare con loro mi aiuta un pò".
CHIEDE QUALCOSA AI GOVERNI EUROPEI ?
"Per me niente. Vorrei però che arrivassero aiuti economici alla mia gente, ai siriani che
fuggono e a quelli che rimangono. Non attraverso le organizzazioni internazionali, però,
perchè talvolta si trattengono i soldi ".
PUO' UN MURO FERMARE L'ESODO DEI PROFUGHI ?
"Anche se venisse costruito un muro alto fino al cielo sui confini dell'Europa, troveranno
lo stesso il modo di bucarlo. E lo faranno con i loro bambini in braccio".
COME FA AD ESSERNE CERTO ?
"Quando stavo andando a prendere le salme a Bodrum, ho incontrato una famiglia di curdi
che faceva l'autostop per raggiungere le spiagge dove partono i gommoni. Ho provato a con-
vincerli a non andare, ma il capofamiglia mi ha detto: 'Ormai ho deciso. O moriamo, oppu-
re viviamo come esseri umani'. Mi ha dato questa risposta e aveva suo figlio tra le braccia".
Lucianone
CONTINUA... TO BE CONTINUED...
Il papà di Alan Kurdi, il bambino la cui immagine ha fatto il giro del mondo e lo
ha scosso non poco, ha concesso un'intervista a un giornalista del quotidiano "la
Repubblica" dove esprime tutta la sua disperazione, comunque composta, e la
sua rabbia (altrettanto comunque composta) ma dove riesce ad esprimere nello
stesso tempo la sua ferma speranza che la morte di Alan possa essere di aiuto
a tutti gli altri bambini siriani. Dice poi che costruire muri non servirà a nulla:
i profughi troveranno comunque sempre il modo di bucarlo. Ecco qui di seguito
l'intervista integrale ad Abdullah Kurdi.
(Lucianone)
Abdullah Kurdi, che nel naufragio in Turchia ha perso la moglie e i due figli,
ha detto: "Io non ho più nulla da chiedere alla vita ma spero che quella foto
svegli i potenti".
(da la Repubblica - 8 settembre 2015 - L'intervista / Fabio Tonacci)
"Ho perso tutto e non ho più niente da chiedere alla vita, Ma i miei figli Alan e Galip non
sono morti invano. Non è stato un sacrificio inutile perchè in cuor mio sento che il mondo
si sta svegliando e si sta rendendo conto del dramma della Siria e del bisogno di pace".
Abdullah Kurdi oggi è un uomo che si tiene in piedi aggrappandosi a questo solo pensiero.
Sa quanto potente è la foto del suo figlioletto Alan, morto nella sabbia e nell'acqua di Bodrum
dopo il rovesciamento del gommone su cui stavano tentando di raggiungere l'isola greca di Kos.
"Tutti devonPoi pero guardarla, perchè credo che attraverso questa immagine i miei figli possano
in qualche modo aiutare i bambini siriani. Se Dio ha voluto che morissero. è per compiere
questa missione". Abdullah parla al telefono dalla sua Kobane, dove è andato a seppellire
Alan, tre anni, Galip, cinque anni, e sua moglie Rehan.
QUAL E' LA LEZIONE CHE IL MONDO DEVE IMPARARE ?
"Che la guerra in Siria va fermata al più presto, perchè i siriani non scapperebbero dal loro
paese, se non fossero costretti. Vivevamo da re nella nostra Siria. La responsabilità di quello
che sta succedendo qui è di tutti quelli che sostengono la guerra. Mi auguro che qualcosa
adesso cambi, soprattutto nei paesi arabi dove non ho visto alcuna indignazione per quanto
mi è successo".
LEI INCOLPA QUALCUNO PER LA MORTE DEI SUOI CARI ?
"Sì, le autorità del Canada perchè hanno rifiutato la mia richiesta d'asilo nonostante ci fos-
sero 5 famiglie disposte a sostenerci economicamente. Volevo trasferirmi insieme alla mia
famiglia e a quella di mio fratello, che ora è in Germania. Non avremmo nemmeno pesato
sulle casse del governo canadese. Non ci hanno dato l'autorizzazione e non so perchè".
DA QUEL RIFIUTO E' NATA L'IDEA DI VENIRE IN EUROPA ?
"Sì. Negli ultimi due anni ho lavorato a Istanbul, mentre i miei figli li avevo lasciati a Kobane.
Lavoravo in un'industria tessile e guadagnavo 800 lire turche. Poi però quando sono comin-
ciati i combattimenti con l'Isis a Kobane, li ho portati in Turchia. Ed è cominciata la mia tra-
gedia. Non mi bastavano i soldi: come facevo a mantenerli quando tra bollette e affitto paga-
vo 500 lire? Mi sono messo a lavorare come muratore, la sera tornavo a casa e Alan e Galip
mi massaggiavano le gambe e la schiena doloranti. Erano loro però ad avere bisogno di cure
mediche".
QUALI CURE ?
"Soffrivano di una malattia congenita alla pelle, avevano bisogno di una pomata speciale da
spalmare tre volte al giorno altrimenti si grattavano e la pelle gli diventava scura. Ma in Tur-
chia a causa della lingua non riuscivo a compilare le pratiche per accedere all'assistenza sa-
nitaria. Quindi ho pensato di andare in Germania, dove ci sonO mediatori culturali. Chissà
adesso chi gliela spalma quella pomata, forse gli angeli...".
COME VI HANNOTTATO LE AUTORITA' TURCHE ?
"Non voglio parlar male della Turchia. La presenza di profughi è altissima e non è possibile
garantire condizioni buone per tutti. Ma da quanto mi hanno raccontato, in Turchia ci accol-
gono meglio che in Libano e in Giordania. Ecco perchè volevo andare in Europa, in Germa-
nia ma anche in Svezia o in Inghilterra: volevo che i miei figli fossero trattati come persone".
COSA SI RICORDA DEL NAUFRAGIO DEL GOMMONE ?
"Avevo pagato agli scafisti 4mila euro. A bordo eravamo in 12, il mare era mosso e dopo
pochi minuti il gommone si è rovesciato. Nell'acqua ho trovato le braccia dei miei bambini
e le ho afferrate, ma mi sono accorto che erano già morti e li ho lasciati andare per prova-
re a salvare mia moglie. Inutilmente. Ora ci sono tante persone accanto a me, ma quando
sarò solo temo di crollare".
COSA FARA' ADESSO CHE E' TORNATO A KOBANE ?
"Non c'è luce, non c'è acqua, non ci sono le condizioni per restare. Pensavo di rimanere
vicino alle tombe dei miei cari, ma qui la vita non è vita".
PROVERA' A TORNARE IN EUROPA ?
"Non ho ancora deciso. Però se parto, forse impazzisco. Ogni mattina vado sulle loro tombe,
innaffio i fiori, ci parlo come se fossero vivi. Parlare con loro mi aiuta un pò".
CHIEDE QUALCOSA AI GOVERNI EUROPEI ?
"Per me niente. Vorrei però che arrivassero aiuti economici alla mia gente, ai siriani che
fuggono e a quelli che rimangono. Non attraverso le organizzazioni internazionali, però,
perchè talvolta si trattengono i soldi ".
PUO' UN MURO FERMARE L'ESODO DEI PROFUGHI ?
"Anche se venisse costruito un muro alto fino al cielo sui confini dell'Europa, troveranno
lo stesso il modo di bucarlo. E lo faranno con i loro bambini in braccio".
COME FA AD ESSERNE CERTO ?
"Quando stavo andando a prendere le salme a Bodrum, ho incontrato una famiglia di curdi
che faceva l'autostop per raggiungere le spiagge dove partono i gommoni. Ho provato a con-
vincerli a non andare, ma il capofamiglia mi ha detto: 'Ormai ho deciso. O moriamo, oppu-
re viviamo come esseri umani'. Mi ha dato questa risposta e aveva suo figlio tra le braccia".
Lucianone
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SOCIETA' / popoli in fuga - Profughi, Democrazie e Libertà
22 settembre '15 - martedì 22nd September / Tuesday visione post - 13
(da 'Corriere della Sera' - martedì 8 settembre 2015 - di Pierluigi Battista)
DEMOCRAZIE
Profughi in cerca di Libertà
ci ricordano i nostri valori
Gridano "Freedom", i rifugiati che premono sui confini dell'Ovest. Ce lo eravamo
dimenticati. Avevamo smarrito il senso di una differenza, di una linea di confine che
divide nel mondo le terre della libertà, della democrazia, del benessere, dei diritti
DAL mondo buio dell'oppressione, dell'intolleranza, del terrore, della riduzione in
schiavitù delle donne, della tortura, della miseria, delle carceri imbottite di dissi-
denti, di chi insiste a onorare un'altra religione, a credere in un'idea diversa, a essere
semplicemente diverso. "Freedom", "Freedom". E stavolta l'Occidente ha saputo es-
sere coerente con se stesso. Ha saputo, almeno per una volta, e si spera per molto tempo,
far suoi i versi che campeggiano ai piedi della Statua della Libertà, quel "datemi le
vostre masse stanche, povere, oppresse, desiderose di respirare libere. Mandateli a
me i diseredati, gli infelici, i disperati". Non la generica disponibilità, l'effimera
solidarietà, ma la coscienza di essere la meta di chi è desideroso di "respirare libero".
E' l'orgoglio della libertà. L'orgoglio della democrazia. Ecco qual è il messaggio di
questi giorni: "Freedom" e ancora "Freedom".
La democrazia sembra un ideale stanco, estenuato. Ma per noi che ci siamo nati e
che ne abbiamo smarrito il valore, la specificità, il privilegio. Per chi vive e muore
nelle tirannie, la democrazia è un traguardo da raggiungere a tutti i costi, con sa-
crifici immani, marce disumane, popolazioni in fuga da despoti e fanatici. Dovrem-
mo riscoprire quella che adesso si definisce la "narrazione": la narrazione della
democrazia e della libertà. La narrazione di un sistema in cui le persone sono tute-
late nei loro diritti, possono parlare senza il timore dell'oppressione e della morte.
Dove le donne non sono bestie da malmenare e coprire fino agli occhi. Dove si può
scegliere, vivere, consumare, svolgere un'attività economica, mettere a frutto il pro-
prio talento senza che il potere confischi arbitrariamente i tuoi beni. Dove la tortura
è bandita e, se non punita, bollata dalla riprovazione pubblica insieme all'impunità
di chi se n'è reso responsabile.
La democrazia:___________________________________
Non una società perfetta. La democrazia, come sosteneva Churchill, " è la peggior
forma di governo fatta eccezione per tutte quelle sperimentate finora". La libertà
è sempre troppo poca. Nuovi diritti fanno fatica ad affermarsi. Vecchie discrimina-
zioni sopravvivono, sia pur in forme sempre più blande. L'economia è troppo spes-
so soffocata da uno statalismo dispotico, illiberale, vessatorio. Ma la sensibilità pub-
blica nelle democrazie è sempre più esigente. Non ci si accontenta mai. I limiti ven-
gomo di continuo oltrepassati. E' la "società aperta" di cui parlava Karl Raimund
Popper, quella che spezza di continuo le proprie catene. Ce lo siamo dimenticat. E
la provvidenziale resipiscenza delle democrazie europee in questi giorni ce lo ha
ricordato, insieme alla caparbietà delle "masse stanche, povere e oppresse", che
premono ai nostri confini e distruggono reticolati, divieti, manganelli. E che voglio-.
no "respirare libere". Dovremmo ricordarcelo ancora, chiedendoci anch, e se siamo
disposti a pagare qualche prezzo perchè la libertà e la democrazia possano soprav-
vivere all'assalto dei suoi nemici fanatici e portatori di un'ideologia di morte.
Dovremmo chiederci se ci crediamo ancora, o se siamo troppo stanchi per crederci,
e se quello che vagheggiano i rifugiati non sia altro che un'illusione. Dovremmo poi
capire da dove scappano, questi nostri fratelli che gridano "Freedom". E se il nostro
cinismo non ci abbia portato a rinunciare all'"universalità" di valori in cui non cre-
diamo più. A non considerare più uno scandalo l'esistenza di regimi che magari sanno
tenere l'ordine, ma schiacciando ogni traccia di libertà, ogni parvenza di democrazia,
senza rispetto per alcun diritto, senza dare alcun valore alle persone. Che oggi scappa-
no. Gridano "Freedom". E ci stanno dando una lezione salutare.
Continua... to be continued...
(da 'Corriere della Sera' - martedì 8 settembre 2015 - di Pierluigi Battista)
DEMOCRAZIE
Profughi in cerca di Libertà
ci ricordano i nostri valori
Gridano "Freedom", i rifugiati che premono sui confini dell'Ovest. Ce lo eravamo
dimenticati. Avevamo smarrito il senso di una differenza, di una linea di confine che
divide nel mondo le terre della libertà, della democrazia, del benessere, dei diritti
DAL mondo buio dell'oppressione, dell'intolleranza, del terrore, della riduzione in
schiavitù delle donne, della tortura, della miseria, delle carceri imbottite di dissi-
denti, di chi insiste a onorare un'altra religione, a credere in un'idea diversa, a essere
semplicemente diverso. "Freedom", "Freedom". E stavolta l'Occidente ha saputo es-
sere coerente con se stesso. Ha saputo, almeno per una volta, e si spera per molto tempo,
far suoi i versi che campeggiano ai piedi della Statua della Libertà, quel "datemi le
vostre masse stanche, povere, oppresse, desiderose di respirare libere. Mandateli a
me i diseredati, gli infelici, i disperati". Non la generica disponibilità, l'effimera
solidarietà, ma la coscienza di essere la meta di chi è desideroso di "respirare libero".
E' l'orgoglio della libertà. L'orgoglio della democrazia. Ecco qual è il messaggio di
questi giorni: "Freedom" e ancora "Freedom".
La democrazia sembra un ideale stanco, estenuato. Ma per noi che ci siamo nati e
che ne abbiamo smarrito il valore, la specificità, il privilegio. Per chi vive e muore
nelle tirannie, la democrazia è un traguardo da raggiungere a tutti i costi, con sa-
crifici immani, marce disumane, popolazioni in fuga da despoti e fanatici. Dovrem-
mo riscoprire quella che adesso si definisce la "narrazione": la narrazione della
democrazia e della libertà. La narrazione di un sistema in cui le persone sono tute-
late nei loro diritti, possono parlare senza il timore dell'oppressione e della morte.
Dove le donne non sono bestie da malmenare e coprire fino agli occhi. Dove si può
scegliere, vivere, consumare, svolgere un'attività economica, mettere a frutto il pro-
prio talento senza che il potere confischi arbitrariamente i tuoi beni. Dove la tortura
è bandita e, se non punita, bollata dalla riprovazione pubblica insieme all'impunità
di chi se n'è reso responsabile.
La democrazia:___________________________________
Non una società perfetta. La democrazia, come sosteneva Churchill, " è la peggior
forma di governo fatta eccezione per tutte quelle sperimentate finora". La libertà
è sempre troppo poca. Nuovi diritti fanno fatica ad affermarsi. Vecchie discrimina-
zioni sopravvivono, sia pur in forme sempre più blande. L'economia è troppo spes-
so soffocata da uno statalismo dispotico, illiberale, vessatorio. Ma la sensibilità pub-
blica nelle democrazie è sempre più esigente. Non ci si accontenta mai. I limiti ven-
gomo di continuo oltrepassati. E' la "società aperta" di cui parlava Karl Raimund
Popper, quella che spezza di continuo le proprie catene. Ce lo siamo dimenticat. E
la provvidenziale resipiscenza delle democrazie europee in questi giorni ce lo ha
ricordato, insieme alla caparbietà delle "masse stanche, povere e oppresse", che
premono ai nostri confini e distruggono reticolati, divieti, manganelli. E che voglio-.
no "respirare libere". Dovremmo ricordarcelo ancora, chiedendoci anch, e se siamo
disposti a pagare qualche prezzo perchè la libertà e la democrazia possano soprav-
vivere all'assalto dei suoi nemici fanatici e portatori di un'ideologia di morte.
Dovremmo chiederci se ci crediamo ancora, o se siamo troppo stanchi per crederci,
e se quello che vagheggiano i rifugiati non sia altro che un'illusione. Dovremmo poi
capire da dove scappano, questi nostri fratelli che gridano "Freedom". E se il nostro
cinismo non ci abbia portato a rinunciare all'"universalità" di valori in cui non cre-
diamo più. A non considerare più uno scandalo l'esistenza di regimi che magari sanno
tenere l'ordine, ma schiacciando ogni traccia di libertà, ogni parvenza di democrazia,
senza rispetto per alcun diritto, senza dare alcun valore alle persone. Che oggi scappa-
no. Gridano "Freedom". E ci stanno dando una lezione salutare.
Continua... to be continued...
Istruzione / Scuola - La tecnologia aiuta gli alunni disabili
22 settembre '15 - martedì 22nd September / Tuesday visione post - 13
(da la Repubblica - 19/ 09/ '15 - Tiziana De Giorgio)
Dal robot al tablet: la tecnologia
che aiuta gli alunni disabili
C'è il piccolo robot Nao che chiama i bambini per nome, sa imitare i loro movimenti
e può essere usato nelle classi per aiutare gli alunni autistici. Ci sono le maestre che
hanno trovato nelle applicazioni del tablet un nuovo modo per comunicare con i picco-
li che hanno un handicap e stanno sperimentando nuove strade per abbattere le diversità.
I libri di testo multitouch, i comandi vocali che permettono ai non udenti di proiettare una
ricerca o una tesina in aula come tutti gli altri compagni. All'Università Cattolica si apre il
primo convegno internazionale in Italia sulle frontiere high tech per la disabilità. Una gior-
nata di studio in cui professori che lavorano negli istituti di ogni ordine, pedagogisti, esper-
ti del mondo dell'istruzione, ma anche informatici, mettono a confronto le proprie esperien-
ze sul campo per mostrare come le nuove tecnologie possano essere usate dagli insegnanti
di sostegno per superare le barriere in classe. "La multimedialità non può di certo esaurire
tutte le competenze che deve avere un docente che ha a che fare con gli alunni disabili -
spiega Luigi D'Alonzo, direttore del Cedisma, il Centro studi su disabilità e marginalità
della Cattolica - ma gli insegnanti di sostegno ormai non possono più prescinderne; sono strumenti di inclusione fondamentali, forse ancora più utili che per tutti gli altri alunni".
Un tema particolarmente caldo, in questi giorni, quello del sostegno: l'anno scolastico si è aperto con un buco gigantesco negli organioci delle scuole milanesi e lombarde, dove
mancano all'appello migliaia di insegnanti specializzati nell'assistenza ai portatori di handicap. Nelle scuole di città e provincia i presidi sono alla ricerca di più di 1600 sup-
plenti. La maggior parte di quelli che entreranno in classe, però, non avrà alcuna specializzazione: per anni i corsi ad hoc sono stati bloccati e il risualtato è che in tutta
Italia i docenti di sostegno sono pochissimi. "Per questo motivo il Ministero quest'an-
no ci ha chiesto di formare il doppio degli insegnanti dello scorso anno - sottolinea
D'Alonzo - e corsi con 400 iscritti contro i 200 dello scorso anno. E all'interno di questi
percorsi puntiamo tantissimo sulla multimedialità e le nuove tecnologie".
Lucianone
(da la Repubblica - 19/ 09/ '15 - Tiziana De Giorgio)
Dal robot al tablet: la tecnologia
che aiuta gli alunni disabili
C'è il piccolo robot Nao che chiama i bambini per nome, sa imitare i loro movimenti
e può essere usato nelle classi per aiutare gli alunni autistici. Ci sono le maestre che
hanno trovato nelle applicazioni del tablet un nuovo modo per comunicare con i picco-
li che hanno un handicap e stanno sperimentando nuove strade per abbattere le diversità.
I libri di testo multitouch, i comandi vocali che permettono ai non udenti di proiettare una
ricerca o una tesina in aula come tutti gli altri compagni. All'Università Cattolica si apre il
primo convegno internazionale in Italia sulle frontiere high tech per la disabilità. Una gior-
nata di studio in cui professori che lavorano negli istituti di ogni ordine, pedagogisti, esper-
ti del mondo dell'istruzione, ma anche informatici, mettono a confronto le proprie esperien-
ze sul campo per mostrare come le nuove tecnologie possano essere usate dagli insegnanti
di sostegno per superare le barriere in classe. "La multimedialità non può di certo esaurire
tutte le competenze che deve avere un docente che ha a che fare con gli alunni disabili -
spiega Luigi D'Alonzo, direttore del Cedisma, il Centro studi su disabilità e marginalità
della Cattolica - ma gli insegnanti di sostegno ormai non possono più prescinderne; sono strumenti di inclusione fondamentali, forse ancora più utili che per tutti gli altri alunni".
Un tema particolarmente caldo, in questi giorni, quello del sostegno: l'anno scolastico si è aperto con un buco gigantesco negli organioci delle scuole milanesi e lombarde, dove
mancano all'appello migliaia di insegnanti specializzati nell'assistenza ai portatori di handicap. Nelle scuole di città e provincia i presidi sono alla ricerca di più di 1600 sup-
plenti. La maggior parte di quelli che entreranno in classe, però, non avrà alcuna specializzazione: per anni i corsi ad hoc sono stati bloccati e il risualtato è che in tutta
Italia i docenti di sostegno sono pochissimi. "Per questo motivo il Ministero quest'an-
no ci ha chiesto di formare il doppio degli insegnanti dello scorso anno - sottolinea
D'Alonzo - e corsi con 400 iscritti contro i 200 dello scorso anno. E all'interno di questi
percorsi puntiamo tantissimo sulla multimedialità e le nuove tecnologie".
Lucianone
lunedì 21 settembre 2015
Riflessioni - L'aspetto positivo di Angela Merkel / L'altro "populismo"
21 settembre '15 - lunedì 21st September / Monday visione post - 5
In questi giorni si sente ripetere spesso che Merkel avrebbe aperto le porte ai profughi perchè
la scelta è "conveniente" per la Germania. E lo si dice con malizia, che è conveniente, come
per smascherare un' ipocrisia, per rivelare che sotto l'involucro umanitario esiste un calcolo di
utilità: furba, la cancelliera, che fingendo di essere "buona" importa lavoratori giovani per poter pagare le pensioni dei tedeschi tra vent'anni.
Per dire la verità, i discorsi di tipo utilitaristico sull'immigrazione vengono fatti da molti.anni.
E non per cinismo, ma perchè nessuna questione, piccola o grande, può essere affrontata sen-
za valutarne l'impatto pratico, i costi e i ricavi. E che l'immigrazione, in Paesi che invecchiano
irrimediabilmente e hanno un tasso di natalità molto ridotto, possa essere conveniente, è cosa
che viene ripetuta da decenni da istituti economici e leader politici non per questo imputabili
di furbizia, sermmai di realismo. Se gli ambienti xenofobi e la destra più sciocca (entrambi, in
in Italia, ben rappresentati in Parlamento e nelle edicole) non avessero perso tempo e sprecato
fiato per anni, contro il fantasma del "buonismo", loro autentica ossessione, avrebbero preso
atto da tempo che bontà e cattiveria c'entrano molto relativamente. C'entra, piuttosto, la capa-
cità di governare con umanità e intelligenza (facoltà non necessariamente disgiunte) un cata-
clisma geografico, politico, economico. Come ha fatto Merkel.
(da la Repubblica - 13/ 09/ '15 - L'AMACA / Michele Serra)
Non ci si deve fare illusioni, passato il momento di forte emotività positiva la questione
dei profughi e dei rifugiati, e quella più vasta e generica dei migranti, tornerà a produrre
le sue spine, le sue tensioni, i suoi drammi. Ma qualcosa di profondo sembra davvero av-
venuto, in Europa, in questi ultimi giorni. La forza simbolica dell'accoglienza, forse per
la prima volta, ha messo in ombra i fantasmi della paura e della diffidenza; il sentimento
della solidarietà è apparso finalmente popolare, facendo a pezzi il detestabile luogo comu-
ne costruito in questi anni dalla destra xenofoba, che dipinge le élite arroccate nel loro
buonismo ipocrita, ben tutelato dal censo, e il popolo lasciato solo e indifeso con le sue
angosce, esposto alla strada e ai suoi rischi.
I tedeschi che a migliaia affollano le stazioni ferroviarie per accogliere i profughi cantando
l'Inno alla gioia (che è l'inno d'Europa), e portano cibo, vestiti, strette di mano, abbracci, so-
no popolo anch'essi. Il termine "populismo" usurpa e monopolizza il concetto di popolo, gli
leva la facoltà di non essere una massa indistinta capace solamente di chiedere (e di odiare),
ma individui in condizioni di scegliere, di avere e soprattutto di dare. Se il ringhio razzista
appare, in questi giorni. un poco più fievole, è perchè i media sono stati in qualche modo
costretti a puntare le telecamere e i microfoni su tutt'altro spettacolo. Finalmente.
(da la Repubblica - 08/09/'15 - L'AMACA / Michele Serra)
Lucianone.
In questi giorni si sente ripetere spesso che Merkel avrebbe aperto le porte ai profughi perchè
la scelta è "conveniente" per la Germania. E lo si dice con malizia, che è conveniente, come
per smascherare un' ipocrisia, per rivelare che sotto l'involucro umanitario esiste un calcolo di
utilità: furba, la cancelliera, che fingendo di essere "buona" importa lavoratori giovani per poter pagare le pensioni dei tedeschi tra vent'anni.
Per dire la verità, i discorsi di tipo utilitaristico sull'immigrazione vengono fatti da molti.anni.
E non per cinismo, ma perchè nessuna questione, piccola o grande, può essere affrontata sen-
za valutarne l'impatto pratico, i costi e i ricavi. E che l'immigrazione, in Paesi che invecchiano
irrimediabilmente e hanno un tasso di natalità molto ridotto, possa essere conveniente, è cosa
che viene ripetuta da decenni da istituti economici e leader politici non per questo imputabili
di furbizia, sermmai di realismo. Se gli ambienti xenofobi e la destra più sciocca (entrambi, in
in Italia, ben rappresentati in Parlamento e nelle edicole) non avessero perso tempo e sprecato
fiato per anni, contro il fantasma del "buonismo", loro autentica ossessione, avrebbero preso
atto da tempo che bontà e cattiveria c'entrano molto relativamente. C'entra, piuttosto, la capa-
cità di governare con umanità e intelligenza (facoltà non necessariamente disgiunte) un cata-
clisma geografico, politico, economico. Come ha fatto Merkel.
(da la Repubblica - 13/ 09/ '15 - L'AMACA / Michele Serra)
Non ci si deve fare illusioni, passato il momento di forte emotività positiva la questione
dei profughi e dei rifugiati, e quella più vasta e generica dei migranti, tornerà a produrre
le sue spine, le sue tensioni, i suoi drammi. Ma qualcosa di profondo sembra davvero av-
venuto, in Europa, in questi ultimi giorni. La forza simbolica dell'accoglienza, forse per
la prima volta, ha messo in ombra i fantasmi della paura e della diffidenza; il sentimento
della solidarietà è apparso finalmente popolare, facendo a pezzi il detestabile luogo comu-
ne costruito in questi anni dalla destra xenofoba, che dipinge le élite arroccate nel loro
buonismo ipocrita, ben tutelato dal censo, e il popolo lasciato solo e indifeso con le sue
angosce, esposto alla strada e ai suoi rischi.
I tedeschi che a migliaia affollano le stazioni ferroviarie per accogliere i profughi cantando
l'Inno alla gioia (che è l'inno d'Europa), e portano cibo, vestiti, strette di mano, abbracci, so-
no popolo anch'essi. Il termine "populismo" usurpa e monopolizza il concetto di popolo, gli
leva la facoltà di non essere una massa indistinta capace solamente di chiedere (e di odiare),
ma individui in condizioni di scegliere, di avere e soprattutto di dare. Se il ringhio razzista
appare, in questi giorni. un poco più fievole, è perchè i media sono stati in qualche modo
costretti a puntare le telecamere e i microfoni su tutt'altro spettacolo. Finalmente.
(da la Repubblica - 08/09/'15 - L'AMACA / Michele Serra)
Lucianone.
Sport - calcio / Serie A - 4^ giornata - 2015/16
21 settembre '15 - lunedì 21st September / Monday visione post - 7
Risultati delle partite
Udinese 1 Milan 3 Atalanta 1 Bologna 1 Carpi 0 Chievo 0
Empoli 2 Palermo 2 Verona 1 Frosinone 0 Fiorentina 1 Inter 1
Genoa 0 NAPOLI 5 Roma 2 Torino 2
Juventus 2 LAZIO 0 Sassuolo 2 Sampdoria 0
CLASSIFICA
INTER 12 / Torino 10 / Fiorentina 9 / Roma, Sassuolo 8 /
Chievo, Sampdoria, Palermo 7 / Milan, Lazio 6 / Napoli, Atalanta 5 /
Juventus, Empoli 4 / Verona H., Genoa, Bologna, Udinese 3 / Carpi 1
Frosinone 0 -
Commento
Continua... to be continued...
Risultati delle partite
Udinese 1 Milan 3 Atalanta 1 Bologna 1 Carpi 0 Chievo 0
Empoli 2 Palermo 2 Verona 1 Frosinone 0 Fiorentina 1 Inter 1
Genoa 0 NAPOLI 5 Roma 2 Torino 2
Juventus 2 LAZIO 0 Sassuolo 2 Sampdoria 0
CLASSIFICA
INTER 12 / Torino 10 / Fiorentina 9 / Roma, Sassuolo 8 /
Chievo, Sampdoria, Palermo 7 / Milan, Lazio 6 / Napoli, Atalanta 5 /
Juventus, Empoli 4 / Verona H., Genoa, Bologna, Udinese 3 / Carpi 1
Frosinone 0 -
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Stampa - giornali / Tutti i commenti dal Mondo
21 settembre '15 - lunedì 21st September / Monday visione post - 16
Los Angeles Times
Usa: i simboli dei sudisti vietati a scuola
La bandiera confederata dei sudisti va rimossa dagli istitui pubblici degli Usa.
Ma se è un ragazzo ad indossare una maglietta con l'emblema di Dixieland?
A chiederselo è il 'Los Angeles Times' diretto da Davan Maharaj, con un commento
critico verso una decisione di una scuola di Charleston. Dove finisce, scrive il Los
Angeles Times, l'istigazione all'odio ed inizia la violazione del diritto di espressione?
EL PAI'S
Spagna, il diritto alle cure mediche dei clandestini
Garantire l'assistenza sanitaria agli immigrati privi di documenti?
Il governo spagnolo aveva deciso per il no, ma diverse autorità locali
hanno disobbedito. E così molti medici hanno continuato a curare i
clandestini. Ed esiste la minaccia anche di sanzioni da parte della Ue.
La scelta dell'esecutivo è stata stigmatizzata sulle pagine del Paìs, di-
retto da Javier Moreno, che ha ricordato che in questo modo si attua
una situazione di diseguaglianza tra le persone. E sottolinea come la
decisione del governo sia stata disattesa anche da regioni dove la
maggioranza è quella del partito di Rajoy.
- (da Corriere della Sera del 23 agosto '15 - Commenti dal Mondo / di Carlo Baroni)
The Japan Times
Disarmo nucleare: il Giappone chiede più impegno
Non bastano le politiche di deterrenza. Per il disarmo nucleare bisogna fare di più.
Lo sostiene un editoriale del Japan Times, diretto da Takashi Kitazume. Il quotidiano
nipponico prende spunto dalla tragedia che 70 anni fa colpì il Giappone. Da allora
ogni anno le nazioni si impegnano a non ripetere il tragico esperimento.
Ma bisogna andare oltre le celebrazioni. E creare organismi territoriali che tengano
alta la guardia contro le smanie di rinunciare alla battaglia per il disarmo.
Los Angeles Times
Rivalutare Carter come difensore dei diritti civili
Nel 1954 chiesero a un coltivatore di arachidi della Georgia di aderire ad
un'associazione composta da soli bianchi. Quel giovane uomo rifiutò. Si
chiamava Jimmy Carter. Più di vent'anni dopo sarebbe diventato presidente
degli Stati Uniti. Un episodio del passato commentato dal Los Angeles Times.
L'occasione per sgombrare la figura dell'inquilino democratico della Casa
Bianca della fine degli anni Settanta dalle critiche talvolta eccessive. Carter,
l'indeciso, ma anche Jimmy il paladino dei diritti civili.
da Corriere della Sera dell' 8 settembre '15 - Commenti dal Mondo / di Carlo Baroni
Lucianone
Los Angeles Times
Usa: i simboli dei sudisti vietati a scuola
La bandiera confederata dei sudisti va rimossa dagli istitui pubblici degli Usa.
Ma se è un ragazzo ad indossare una maglietta con l'emblema di Dixieland?
A chiederselo è il 'Los Angeles Times' diretto da Davan Maharaj, con un commento
critico verso una decisione di una scuola di Charleston. Dove finisce, scrive il Los
Angeles Times, l'istigazione all'odio ed inizia la violazione del diritto di espressione?
EL PAI'S
Spagna, il diritto alle cure mediche dei clandestini
Garantire l'assistenza sanitaria agli immigrati privi di documenti?
Il governo spagnolo aveva deciso per il no, ma diverse autorità locali
hanno disobbedito. E così molti medici hanno continuato a curare i
clandestini. Ed esiste la minaccia anche di sanzioni da parte della Ue.
La scelta dell'esecutivo è stata stigmatizzata sulle pagine del Paìs, di-
retto da Javier Moreno, che ha ricordato che in questo modo si attua
una situazione di diseguaglianza tra le persone. E sottolinea come la
decisione del governo sia stata disattesa anche da regioni dove la
maggioranza è quella del partito di Rajoy.
- (da Corriere della Sera del 23 agosto '15 - Commenti dal Mondo / di Carlo Baroni)
The Japan Times
Disarmo nucleare: il Giappone chiede più impegno
Non bastano le politiche di deterrenza. Per il disarmo nucleare bisogna fare di più.
Lo sostiene un editoriale del Japan Times, diretto da Takashi Kitazume. Il quotidiano
nipponico prende spunto dalla tragedia che 70 anni fa colpì il Giappone. Da allora
ogni anno le nazioni si impegnano a non ripetere il tragico esperimento.
Ma bisogna andare oltre le celebrazioni. E creare organismi territoriali che tengano
alta la guardia contro le smanie di rinunciare alla battaglia per il disarmo.
Los Angeles Times
Rivalutare Carter come difensore dei diritti civili
Nel 1954 chiesero a un coltivatore di arachidi della Georgia di aderire ad
un'associazione composta da soli bianchi. Quel giovane uomo rifiutò. Si
chiamava Jimmy Carter. Più di vent'anni dopo sarebbe diventato presidente
degli Stati Uniti. Un episodio del passato commentato dal Los Angeles Times.
L'occasione per sgombrare la figura dell'inquilino democratico della Casa
Bianca della fine degli anni Settanta dalle critiche talvolta eccessive. Carter,
l'indeciso, ma anche Jimmy il paladino dei diritti civili.
da Corriere della Sera dell' 8 settembre '15 - Commenti dal Mondo / di Carlo Baroni
Lucianone
sabato 19 settembre 2015
SOCIETA' / Italia - Lo spirito di MAFIA...
19 settembre '15 - sabato 19th September / Saturday visione post - 11
Beni e mali comuni -
Il problema è di tutti i cittadini italiani e non solo delle istituzioni.
In troppi considerano un segno di debolezza ricorrere alle giustizia.
Così il "quieto vivere" diventa facilmente "codardia morale".
(da 'Corriere della Sera' - 23 / 09 /'15 - Goffredo Buccini)
Lo spirito di mafia rischia di indebolire lo spirito pubblico
Qualcuno pagherà, certo. Cadrà qualche testa, oltre a quella del pilota dell'elicottero che -
fuori rotta - dispensava petali di rosa sul corteo funebre del capoclan. Ma, alla fine, il pa-
sticciaccio mondiale generato dalle esequie di "zio" Vittorio Casamonic nella periferia
romana del quartiere Don Bosco racconta su di noi, forse su molti di noi, qualcosa di ben
più antico e radicato d'una catena di omissioni e colpe. E ci rivela, nella salsa all'amatri-
ciana di quella cerimonia megalomane, l'eterna dialettica che ha azzoppato la nostra sto-
ria: quella tra spirito pubblico e spirito di mafia.
Già, perchè a rendere possibile un corteo di tre pariglie di cavalli con tanto di carro funebre
d'epoca rispolverato (forse, addirittura) dalle nobili esequie di Antonio de Curtis (per tutti
noi Totò), con scorta di dodici (!) autopattuglie di vigili urbani a bloccare il traffico attorno
e di squadre di motociclisti del clan (senza casco in omaggio al defunto, sotto gli occhi dei
vigili medesimi), con banda di ottoni a intonare il Padrino e poster con "zio Vittorio" vesti-
to da Ponteficebaffisso alle colonne della chiesa sotto il naso del parroco, il tutto condito
dall'assenza di comuni, cazioni tra gli uffici e i comandi di zona fino alle stanze del prefetto
di Roma Gabrielli, beh, a rendere possibile tutto questo senza - si badi - raffiche di telefo-
nate indignate degli abitanti del quartiere al 112 o al 113 (l'indignazione sui social network
è successiva, come sempre), beh, ci vuol altro che qualche omissione. La faccenda interpel.
la il nostro modo di essere come romani e come cittadini italiani.
"Lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de' prin-
cipi, lascia a ciascuno quasi intera la libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada",
il nostro disgraziatissimo Paese alle nazioni europee più evolute, nel suo Discorso sopra lo
stato presente dei costumi degli italiani: "Senza che il pubblico s'impacci (...) nè s'impacci
mai in modo da dar molta briga", aggiungeva. Ovvero, tutti zitti, chè passa "zio" Vittorio,
volgarizzeremmo oggi, senza voler così mancare di rispetto al Giovane Favoloso. Questa
storia di italiani che si girano dall'altra parte badando al proprio "particulare" deve ave-
re tormentato parecchio anche Antonio Gramsci che considerava lo spirito pubblico il
tratto distintivo di una nazione e l'assenza di esso dalle nostre parti anche come frutto di
quella "rivoluzione passiva" che forse fu il nostro Risorgimento.
La sceneggiata funebre al Don Bosco ci restituisce soprattutto questo: il senso sconfortante
che nulla muti mai, se non per qualche eroe, che, essendo dotato di sufficiente spirito pub-
blico da badare al bene comune prima che al proprio, finisce per pagare in solitudine la
propria a)nomala normalità, salvo consacrazione postuma. come Ambrosoli o Borsellino.
E' il trionfo dello spirito di mafia, negazione del bene comune: "Reputare segno di debo-corrisponde da sempre
lezza o di vigliaccheria ricorrere alla giustizia ufficiale", lo descriveva Gaetano Mosca
nel suo straordinario Che cos'è la mafia, che, pubblicato nel 1900, pare (purtroppo)
scritto ieri, e non riguarda certo solo la Sicilia (Manzoni racconta in Renzo "una certa
aria di braveria comune allora anche agli uomini più quieti").
Al quartiere Don Bosco, giovedì mattina, non s'è scritta solo una indegna pagina nella
recente cronaca romana; non soltanto una nuova appendice nella crisi politica e morale
che sembra travolgere ormai la Capitale d'Italia senza alcun rimedio se non un dramma-
tico "tutti a casa": s'è recitata per l'ennesima volta una collaudata pièce nazionale. Nella
quale alla protervia degli uni corrisponde da sempre il "quieto vivere" degli altri, quel
morbo contagioso di "codardia morale" che Mosca pensava debellabile 115 anni fa, cer-
to della reazione all'omicidio Notarbartolo, primo delitto siciliano eccellente. Non andò
così. Non siamo cambiati. Dunque ora possiamo anche fingere stupore, cercare qualche
capro espiatorio, ma la campana funebre di "zio" Vittorio suona per tutte le nostre coscienze.
Lucianone
Beni e mali comuni -
Il problema è di tutti i cittadini italiani e non solo delle istituzioni.
In troppi considerano un segno di debolezza ricorrere alle giustizia.
Così il "quieto vivere" diventa facilmente "codardia morale".
(da 'Corriere della Sera' - 23 / 09 /'15 - Goffredo Buccini)
Lo spirito di mafia rischia di indebolire lo spirito pubblico
Qualcuno pagherà, certo. Cadrà qualche testa, oltre a quella del pilota dell'elicottero che -
fuori rotta - dispensava petali di rosa sul corteo funebre del capoclan. Ma, alla fine, il pa-
sticciaccio mondiale generato dalle esequie di "zio" Vittorio Casamonic nella periferia
romana del quartiere Don Bosco racconta su di noi, forse su molti di noi, qualcosa di ben
più antico e radicato d'una catena di omissioni e colpe. E ci rivela, nella salsa all'amatri-
ciana di quella cerimonia megalomane, l'eterna dialettica che ha azzoppato la nostra sto-
ria: quella tra spirito pubblico e spirito di mafia.
Già, perchè a rendere possibile un corteo di tre pariglie di cavalli con tanto di carro funebre
d'epoca rispolverato (forse, addirittura) dalle nobili esequie di Antonio de Curtis (per tutti
noi Totò), con scorta di dodici (!) autopattuglie di vigili urbani a bloccare il traffico attorno
e di squadre di motociclisti del clan (senza casco in omaggio al defunto, sotto gli occhi dei
vigili medesimi), con banda di ottoni a intonare il Padrino e poster con "zio Vittorio" vesti-
to da Ponteficebaffisso alle colonne della chiesa sotto il naso del parroco, il tutto condito
dall'assenza di comuni, cazioni tra gli uffici e i comandi di zona fino alle stanze del prefetto
di Roma Gabrielli, beh, a rendere possibile tutto questo senza - si badi - raffiche di telefo-
nate indignate degli abitanti del quartiere al 112 o al 113 (l'indignazione sui social network
è successiva, come sempre), beh, ci vuol altro che qualche omissione. La faccenda interpel.
la il nostro modo di essere come romani e come cittadini italiani.
"Lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de' prin-
cipi, lascia a ciascuno quasi intera la libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada",
il nostro disgraziatissimo Paese alle nazioni europee più evolute, nel suo Discorso sopra lo
stato presente dei costumi degli italiani: "Senza che il pubblico s'impacci (...) nè s'impacci
mai in modo da dar molta briga", aggiungeva. Ovvero, tutti zitti, chè passa "zio" Vittorio,
volgarizzeremmo oggi, senza voler così mancare di rispetto al Giovane Favoloso. Questa
storia di italiani che si girano dall'altra parte badando al proprio "particulare" deve ave-
re tormentato parecchio anche Antonio Gramsci che considerava lo spirito pubblico il
tratto distintivo di una nazione e l'assenza di esso dalle nostre parti anche come frutto di
quella "rivoluzione passiva" che forse fu il nostro Risorgimento.
La sceneggiata funebre al Don Bosco ci restituisce soprattutto questo: il senso sconfortante
che nulla muti mai, se non per qualche eroe, che, essendo dotato di sufficiente spirito pub-
blico da badare al bene comune prima che al proprio, finisce per pagare in solitudine la
propria a)nomala normalità, salvo consacrazione postuma. come Ambrosoli o Borsellino.
E' il trionfo dello spirito di mafia, negazione del bene comune: "Reputare segno di debo-corrisponde da sempre
lezza o di vigliaccheria ricorrere alla giustizia ufficiale", lo descriveva Gaetano Mosca
nel suo straordinario Che cos'è la mafia, che, pubblicato nel 1900, pare (purtroppo)
scritto ieri, e non riguarda certo solo la Sicilia (Manzoni racconta in Renzo "una certa
aria di braveria comune allora anche agli uomini più quieti").
Al quartiere Don Bosco, giovedì mattina, non s'è scritta solo una indegna pagina nella
recente cronaca romana; non soltanto una nuova appendice nella crisi politica e morale
che sembra travolgere ormai la Capitale d'Italia senza alcun rimedio se non un dramma-
tico "tutti a casa": s'è recitata per l'ennesima volta una collaudata pièce nazionale. Nella
quale alla protervia degli uni corrisponde da sempre il "quieto vivere" degli altri, quel
morbo contagioso di "codardia morale" che Mosca pensava debellabile 115 anni fa, cer-
to della reazione all'omicidio Notarbartolo, primo delitto siciliano eccellente. Non andò
così. Non siamo cambiati. Dunque ora possiamo anche fingere stupore, cercare qualche
capro espiatorio, ma la campana funebre di "zio" Vittorio suona per tutte le nostre coscienze.
Lucianone
giovedì 17 settembre 2015
L'Opinione del Giovedì - Muri, fili spinati, barriere aperte e poi chiuse, confini vuoti di senso: l'Europa è proprio allo sbando! / E le invasioni dei migranti, visti come i nuovi barbari, fanno paura
17 settembre '15 - giovedì 17th September / Thursday visione post - 15
A RUOTA LIBERA...
Dov'è l'umanità? Dov'è l'essere umano? Non mi sono accorto che ci siano più. Spariti,
dissolti. C'è l'ipocrisia, c'è l'interesse, c'è il tornaconto, c'è l'inganno, c'è la maschera
aberrante che hanno sostituito quell'umanità e quell'essere umano che non si trovano
più, diciamo 'quasi da nessuna parte'. Ecco perchè il mondo rischia di rovinare, forse
di disintegrarsi su se stesso, diciamo ancora "forse" come effimera, ultima speranza.
Il "quasi" e il "forse" sono legati a doppio filo a quella tenue ma comunque in se stessa
ancora forte e tenace forza rappresentata da tutti quegli uomini e donne (fortunatamente
sono ancora tanti) che hanno salvato letteralmente/praticamente gli immigrati/migranti
nel Mare Mediterraneo fino ad oggi - e che continuano a farlo - e coloro che hanno messo
e stanno mettendo in atto tuttora l'accoglienza di una parte dei migranti. Ecco: tra questi
salvatori (non solo la Marina militare italiana...) e questi accoglitori possiamo vedere an-
cora quella luce ancora accesa di Umanità, di 'essere umano'-
Ma ritorno alle mie prime quattro righe di questo "A ruota libera": è chiaro che là il mio
pessimismo è dettato (al contrario) dalla disumanità e quindi dall'essere disumano che io
(penso, spero, suppongo tantissimi altri come me) vedo non solo in tanti uomini e donne
comuni in giro per l'Europa, ma addirittura in intere popolazioni e popoli.
E' non solo disumano, ma anche bestiale il trattamento ricevuto dai profughi in territorio
ungherese e in quello ceco (repubblica Ceca): tutti hanno visto quelle scene orripilanti ed
equivalenti solo ai periodi più foschi del nazi-fascismo. E purtroppo vi sono invischiati in
modo completo tanti abitanti di quegli Stati che hanno eletto quei leader tiranni e razzisti.
Marchiare donne e bambini come fossero bestie, lanciare cibo in mezzo alla moltitudine
di migranti come si faceva/si fa allo zoo, spargere gas lacrimogeni al peperoncino e usare
manganelli sulle loro teste (ora si parla anche di sparare pallottole di gomma), tutto ciò è:
non solo spregevole, ma atrocemente bestiale e ci riporta ai tempi bui nazifascisti e stali-
niani se vogliamo equipararli alla nostra civiltà internettiana. Questi Paesi dell'Est che
hanno voluto aderire alla Ue - Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca - si stanno
dimostrando indegni di poterci appartenere. Ha iniziato ìl presidente ungherese Orban
a dare il primo esempio, poi altri suoi vicini si sono accodati. La scusa è stata (una vergo-
gna anche questa!) la paura della contaminazione di razze diverse, soprattutto di quella
islamica.
I Paesi occidentali della Ue hanno cominciato a occuparsi del problema dei migranti "un
pò" in ritardo: non ci voleva tanto già all'inizio di quest'anno a vedere e capire che nel
Mediterraneo meridionale, canale di Sicilia principalmente, le ondate migratorie stavano
diventando - appesantite dalle stragi di esseri umani - un problema gigantesco che l'Italia
da sola non poteva e riusciva più a gestire con la semplice accoglienza nell'isola siciliana.
Le condizioni in cui si era andata a trovare Lampedusa e dintorni non aveva interessato
nè il francese Hollande nè la tedesca Merkel, questa è la verità antecedente: le grida del
governo Renzi per attirare la minima attenzione erano inascoltate! Non era una forma di
muro anche quella, per dircela tutta?
Il cambiamento nell'atteggiamento sul problema dell'immigrazione da parte della Merkel
e di conseguenza della Germania è avvenuto davanti alla foto del piccolo Alan, a pancia in
giù sulla spiaggia turca e raccolto da un soldato turco. Vi voleva l'immagine di quel bimbo
per smuovere la cancelliera. Ma non solo lei, naturalmente.
Continua... to be continued...
A RUOTA LIBERA...
Dov'è l'umanità? Dov'è l'essere umano? Non mi sono accorto che ci siano più. Spariti,
dissolti. C'è l'ipocrisia, c'è l'interesse, c'è il tornaconto, c'è l'inganno, c'è la maschera
aberrante che hanno sostituito quell'umanità e quell'essere umano che non si trovano
più, diciamo 'quasi da nessuna parte'. Ecco perchè il mondo rischia di rovinare, forse
di disintegrarsi su se stesso, diciamo ancora "forse" come effimera, ultima speranza.
Il "quasi" e il "forse" sono legati a doppio filo a quella tenue ma comunque in se stessa
ancora forte e tenace forza rappresentata da tutti quegli uomini e donne (fortunatamente
sono ancora tanti) che hanno salvato letteralmente/praticamente gli immigrati/migranti
nel Mare Mediterraneo fino ad oggi - e che continuano a farlo - e coloro che hanno messo
e stanno mettendo in atto tuttora l'accoglienza di una parte dei migranti. Ecco: tra questi
salvatori (non solo la Marina militare italiana...) e questi accoglitori possiamo vedere an-
cora quella luce ancora accesa di Umanità, di 'essere umano'-
Ma ritorno alle mie prime quattro righe di questo "A ruota libera": è chiaro che là il mio
pessimismo è dettato (al contrario) dalla disumanità e quindi dall'essere disumano che io
(penso, spero, suppongo tantissimi altri come me) vedo non solo in tanti uomini e donne
comuni in giro per l'Europa, ma addirittura in intere popolazioni e popoli.
E' non solo disumano, ma anche bestiale il trattamento ricevuto dai profughi in territorio
ungherese e in quello ceco (repubblica Ceca): tutti hanno visto quelle scene orripilanti ed
equivalenti solo ai periodi più foschi del nazi-fascismo. E purtroppo vi sono invischiati in
modo completo tanti abitanti di quegli Stati che hanno eletto quei leader tiranni e razzisti.
Marchiare donne e bambini come fossero bestie, lanciare cibo in mezzo alla moltitudine
di migranti come si faceva/si fa allo zoo, spargere gas lacrimogeni al peperoncino e usare
manganelli sulle loro teste (ora si parla anche di sparare pallottole di gomma), tutto ciò è:
non solo spregevole, ma atrocemente bestiale e ci riporta ai tempi bui nazifascisti e stali-
niani se vogliamo equipararli alla nostra civiltà internettiana. Questi Paesi dell'Est che
hanno voluto aderire alla Ue - Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca - si stanno
dimostrando indegni di poterci appartenere. Ha iniziato ìl presidente ungherese Orban
a dare il primo esempio, poi altri suoi vicini si sono accodati. La scusa è stata (una vergo-
gna anche questa!) la paura della contaminazione di razze diverse, soprattutto di quella
islamica.
I Paesi occidentali della Ue hanno cominciato a occuparsi del problema dei migranti "un
pò" in ritardo: non ci voleva tanto già all'inizio di quest'anno a vedere e capire che nel
Mediterraneo meridionale, canale di Sicilia principalmente, le ondate migratorie stavano
diventando - appesantite dalle stragi di esseri umani - un problema gigantesco che l'Italia
da sola non poteva e riusciva più a gestire con la semplice accoglienza nell'isola siciliana.
Le condizioni in cui si era andata a trovare Lampedusa e dintorni non aveva interessato
nè il francese Hollande nè la tedesca Merkel, questa è la verità antecedente: le grida del
governo Renzi per attirare la minima attenzione erano inascoltate! Non era una forma di
muro anche quella, per dircela tutta?
Il cambiamento nell'atteggiamento sul problema dell'immigrazione da parte della Merkel
e di conseguenza della Germania è avvenuto davanti alla foto del piccolo Alan, a pancia in
giù sulla spiaggia turca e raccolto da un soldato turco. Vi voleva l'immagine di quel bimbo
per smuovere la cancelliera. Ma non solo lei, naturalmente.
Continua... to be continued...
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