6 agosto '18 - lunedì 6th August / Monday visione post - 15
(da la Repubblica - 17 luglio '18 - Vittorio Zucconi / Washington)
Più armi da fuoco, più morti innocenti. Tutto qui. Bambini, studrnti, familiari, bersagli
stragisti, suicidi, incidenti, questa semplice equazione che da 40 anni la lobby americana
delle armi cerca di nascondere spendendo tre milioni all'anno per sopprimere ricerche e
comprare parlamentari, dovrebbe essere l'inizio e la fine di ogni illusione e di ogni discus-
sione sulla "difesa a mano armata". Ma non lo è. Avvinghiata alla Costituzione che sem-
bra - ma nel tempo l'interpretazione è variata - concedere a ogni cittadino il diritto di por-
tare armi e appesa al falso senso di sicurezza che stringere in pugno il calcio di un'automa-
tica o imbracciare un fucile semiautomatico produce - lo so, l'ho provato, è un sentimento
intossicante - la "gun culture", la cultura della pistola, vende legalmente dieci milioni di
armi da fuoco ogni anno per 12 miliardi di dollari. E delle 36mila persone che cadono sot-
to i colpi al ritmo di quasi cento al giorno, la percentuale di criminali violenti formato da
cittadini armati per legittima difesa, o per legittimo sospetto, è microscopica, ridotta a
qualche caso aneddotico. Quella pistola, quell'AR, il fucile d'assalto, uccidono chi li pos-
siede più che chi li aggredisce. Non basta un articolo di giornale per riassumere e illustra-
re i 62 studi accademici migliori, quelli che non servono cioè interessi o pregiudizi politici,
selezionati dagli anni '90 a oggi, per dimostrare la ovvietà di un rapporto di causa ed ef-
fetto che la logica illustra e la paura nasconde dietro l'illusione dell'autodifesa. Dal 1992,
quando il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta tentò di completare senza suc-
cesso una ricerca definitiva sulla relazione fra armi e vittime e fu aggredito dalla Nra, la
lobby degli armaioli che scatenò una campagna nazionale accusando il Centro di "scien-
za spazzatura", la diffusione delle Glock, Colt, Armalite è cresciuta. E con essa il nume-
ro di vittime, confermando un antico proverbio: "Quando un proiettile lascia la canna,
non ha più amici o nemici, ma 16, bersagli".
I casi singoli - il padre che fredda in Texas il figlio che rientrava a casa di nascosto nella
notte scambiato per un intruso, il bambino che gioca con la pistola di papà, la lite fami-
liare per "futili motivi" che degenera in sparatoria per la presenza di un'automatica in
casa - non escono neppure dal nido delle notizie locali. Esplodono invece le stragi, quelle
che un tempo prevedevano almeno quattro vittime per essere definite tali e oggi sono sce-
sce a tre morti, vista la diffusione, che increspano la superficie dell'opinione pubblica, ac-
cendono lumini, producono marce e omelie, prima che l'acqua si quieti e tutto torni come
prima. Con un effetto paradossale: se la politica o l'opinione pubblica si agitano e mostra-
no segni di risveglio dall'incantesimo a mano armata, la vendita di armi schizza in alto.
Nel 2016, quando l'elezione di Hillary Clinton, favorevole a una limitazione del commer-
cio, sembrava imminente, gli armaioli vendettero cifre record, 12 milioni di pezzi. E' un
gorgo irresistibile, nel quale ogni tentativo di introdurre elementi di moderazione senza
intaccare l'apparente dettato della Costituzione viene inghiottito e che la lobby alimen-
ta, senza fare distinzione tra Repubblicani e Democratici. Perchè nessuno, negli stati del
Sud, rischia la trombatura per denunciare l'insensatezza di norme che permettono in al-
cuni casi di portare con sè le armi nascoste e autorizza a sparare nel "sospetto" di esse-
re minacciati. Non ci sono politici progressisti o conservatori che osino prendere di pet-
to la lobby che ora sta raggiungendo anche il governo italiano attraverso Matteo Salvini,
ma non soltanto perchè hanno le tasche profonde e la spregiudicatezza di osare senza
pudore. Non osano perchè il dogma del libero possesso di armi è ormai nel tessuto della
cultura popolare. Se smagliature si aprono, come accadde dopo il massacro di Parkland,
in Florida, che ha portato centinaia di migliaia di giovani a Washington per piangere e
promettere mobilitazione, le volpi della politica, a partire da Trump idolo della Lobby,
spendono qualche buona parola, invitano a pagare, promettono qualche lodevole modi-
fica a norme che permettono anche ai casi psichiatrici di acquistare armi e poi aspetta-
no che il mare si calmi. Le ricerche dicono che soltanto fra i giovanissimi sotto i 24 an-
ni l'opposizione alle armi è forte, ma con l'aumentare dell'età il richiamo West torna e
gli anziani vogliono restare aggrappati alle loro pistole e fucili, fino a quando "qualcu-
no me le strapperà dalle mie mani fredde" come disse Charlton Heston, il "mosè" che
divenne il volto e la voce mistica degli spacciatori di armi. E i vecchi, a differenza dei
giovani, votano, garantendo la maggioranza ai pro-gun. L'illusionme dell'autodifesa,
della propria casa trasformata in fortezza, è troppo seducente, troppo elementare, so-
prattutto nel tempo della paranoia sapientemente sfruttata e moltiplicata dalle infezio-
ni del Social e delle notizie false, contro le orde di assassini, stupratori, gangster, rapi-
natori riversati dalle invasioni apparenti di immigrati illegali. Un'anziana sigora ag-
gredita da un immigrato fa esplodere la collera e fa fiondare cittadini da armaiolo
per spendere i 1200 dollari per una Glock, la pistola preferita del momento. Su quel-
l'aggressione, la lobby costruirà cattedrali di paura, monumenti di voti e camionate
di dollari. Sui bambini della elementare del Connecticut stroncati da un giovanotto
armato (dalla mamma) come Rambo, lumini, veglie e lacrime.
Lucianone
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lunedì 6 agosto 2018
giovedì 2 agosto 2018
L'Opinione del Giovedì - Tanto odio, risentimento e carica di propaganda da questi nostri governanti populisti-sovranisti
2 agosto '18 - giovedì 2nd August / Thursday visione post - 23
Prima delle elezioni del 4 marzo '18:
da un sacco di mesi prima e dunque già nel bel mezzo dell'anno 2016 i leader allora all'opposizione, e soprattutto quelli di Cinquestelle e della Lega, continuavano a martel-
lare ogni giorno il governo del Pd di Renzi sulla urgente necessità di elezioni visto anche
e in maggior maniera che il governo Renzi era stato formato (e si allungava) senza il ve-
ro consenso degli elettori in quanto non c'erano state elezioni in Italia, ma si basava uni-
camente sulla vittoria del Pd alle elezioni europee superiore al 40 per cento. Ed era stata
in effetti l'ultima vera vittoria di Renzi e della sua sinistra, da cui erano partite le illusio-
ni che sia in Italia che in Europa si potesse iniziare una nuova fase della socialdemocrazia guidata dal partito di Renzi. Tutto ciò si dimostrò in seguito fallace e, appunto, completa-
mente illusorio. Anzi da lì iniziò una nuova fase di lotta e battaglia senza sosta contro il
centro-sinistra in Italia guidata del movimento populista Cinquestelle e del partito leghi-
sta di Salvini che si stava sempre più trasformando da movimento Nord Leghista e pro
Padania unita a vero e proprio partito della Lega (senza il Nord antiterroni) e andando
infine a convertirsi, nel corso del 2018, in partito sovranista-populista.
Dopo le elezioni del 4 marzo '18:
a seguito della sonora, e in buona parte prevedibile, sconfitta del Pd ma nello stesso tempo
della mancanza di una maggioranza piena che potesse portare al governo da soli o il cen-
tro-destra o i Cinquestelle, è iniziata una lunga tortuosa trattativa (durata circa 3 mesi),
che alla fine si è risolta portando al governo insieme Lega e M5S, che tuttora governano
con un premier, Conte, che è l'espressione del compromesso delle due forze politiche più
che essere un leader indipendente-autonomo, quindi nella sua piena funzione. Situazione
già questa abbastanza anomala nel panorama europeo. Ma situazione perfettamente in
linea con una tendenza europea che vede i populisti e sovranisti in ascesa sulla scia dei go-
verni populisti-sovranisti di Ungheria, Polonia, Slovenia e che sono quelli che più di tut-
ti rifiutano (in parte insieme all'Austria) di condividere le quote di migranti con gli altri
paesi europei. Si sa che il populismo è cavalcato dalle destre e da movimenti tipo M5S ed
è ispirato da sentimenti di rivoluzione "illiberale" (In Ungheria il leader Orban la chia-
ma con orgoglio "democrazia illiberale"), per cui si vuole cambiare radicalmente il vec-
chio establishment sovvertendolo con regole nuove e spesso del tutto opposte a quelle del
vecchio 'regime'. Insomma si tenta di cambiare il sistema democratico parlamentare con
qualcosa di nuovo e che comunque contiene già in partenza un substrato autoritario/pre-
costituito, che va oltre la democrazia e si proietta verso posizioni intransigenti di potere.
E per arrivare a queste prevaricazioni nei confronti della democrazia si parte oggi dal
twittare ogni due secondi, nel comparire in tv ogni mezz'ora predicando l'odio con tanto
di risentimento, che ormai non è più represso, e magari con parole che sostituiscono gli
schiaffi, ed è grave che ciò venga portato avanti da chi deve rappresentare le istituzioni.
Del resto in uno dei post precedenti a questo, avevo fatto notare il clima che si era anda-
to a respirare con una campagna elettorale infarcita di parole e atteggiamenti cariche/i
appunto di odio e risentimento nei confronti degli avversari politici, e che poi si era an-
dato a propagare nella piazza. Che poi gli stessi vice ministri al governo abbiano fatto
e continuino a fare propaganda elettorale e non riescano a portare a soluzione i proble-
mi gravi che affliggono il nostro Paese, è un dato di fatto.
- Luciano Finesso -
Lucianone
Prima delle elezioni del 4 marzo '18:
da un sacco di mesi prima e dunque già nel bel mezzo dell'anno 2016 i leader allora all'opposizione, e soprattutto quelli di Cinquestelle e della Lega, continuavano a martel-
lare ogni giorno il governo del Pd di Renzi sulla urgente necessità di elezioni visto anche
e in maggior maniera che il governo Renzi era stato formato (e si allungava) senza il ve-
ro consenso degli elettori in quanto non c'erano state elezioni in Italia, ma si basava uni-
camente sulla vittoria del Pd alle elezioni europee superiore al 40 per cento. Ed era stata
in effetti l'ultima vera vittoria di Renzi e della sua sinistra, da cui erano partite le illusio-
ni che sia in Italia che in Europa si potesse iniziare una nuova fase della socialdemocrazia guidata dal partito di Renzi. Tutto ciò si dimostrò in seguito fallace e, appunto, completa-
mente illusorio. Anzi da lì iniziò una nuova fase di lotta e battaglia senza sosta contro il
centro-sinistra in Italia guidata del movimento populista Cinquestelle e del partito leghi-
sta di Salvini che si stava sempre più trasformando da movimento Nord Leghista e pro
Padania unita a vero e proprio partito della Lega (senza il Nord antiterroni) e andando
infine a convertirsi, nel corso del 2018, in partito sovranista-populista.
Dopo le elezioni del 4 marzo '18:
a seguito della sonora, e in buona parte prevedibile, sconfitta del Pd ma nello stesso tempo
della mancanza di una maggioranza piena che potesse portare al governo da soli o il cen-
tro-destra o i Cinquestelle, è iniziata una lunga tortuosa trattativa (durata circa 3 mesi),
che alla fine si è risolta portando al governo insieme Lega e M5S, che tuttora governano
con un premier, Conte, che è l'espressione del compromesso delle due forze politiche più
che essere un leader indipendente-autonomo, quindi nella sua piena funzione. Situazione
già questa abbastanza anomala nel panorama europeo. Ma situazione perfettamente in
linea con una tendenza europea che vede i populisti e sovranisti in ascesa sulla scia dei go-
verni populisti-sovranisti di Ungheria, Polonia, Slovenia e che sono quelli che più di tut-
ti rifiutano (in parte insieme all'Austria) di condividere le quote di migranti con gli altri
paesi europei. Si sa che il populismo è cavalcato dalle destre e da movimenti tipo M5S ed
è ispirato da sentimenti di rivoluzione "illiberale" (In Ungheria il leader Orban la chia-
ma con orgoglio "democrazia illiberale"), per cui si vuole cambiare radicalmente il vec-
chio establishment sovvertendolo con regole nuove e spesso del tutto opposte a quelle del
vecchio 'regime'. Insomma si tenta di cambiare il sistema democratico parlamentare con
qualcosa di nuovo e che comunque contiene già in partenza un substrato autoritario/pre-
costituito, che va oltre la democrazia e si proietta verso posizioni intransigenti di potere.
E per arrivare a queste prevaricazioni nei confronti della democrazia si parte oggi dal
twittare ogni due secondi, nel comparire in tv ogni mezz'ora predicando l'odio con tanto
di risentimento, che ormai non è più represso, e magari con parole che sostituiscono gli
schiaffi, ed è grave che ciò venga portato avanti da chi deve rappresentare le istituzioni.
Del resto in uno dei post precedenti a questo, avevo fatto notare il clima che si era anda-
to a respirare con una campagna elettorale infarcita di parole e atteggiamenti cariche/i
appunto di odio e risentimento nei confronti degli avversari politici, e che poi si era an-
dato a propagare nella piazza. Che poi gli stessi vice ministri al governo abbiano fatto
e continuino a fare propaganda elettorale e non riescano a portare a soluzione i proble-
mi gravi che affliggono il nostro Paese, è un dato di fatto.
- Luciano Finesso -
Lucianone
giovedì 26 luglio 2018
Riflessioni - Ma che razza di governo ha l'Italia? Di destra e sempre più a destra!
26 luglio '18 - giovedì 26th July / Thursday visione post - 19
Riassumendo. E' un governo a guida leghista (aggravante: la Lega ha la metà dei voti
grillini). E' un governo con poche donne, il più maschile da molti anni a questa parte.
E' un governo che, per bocca del ministro dell'Economia Tria, non intende introdurre
elementi di rottura nella politica economica, cancellando in partenza il Dna grillino:
dalla decrescita felice al reddito di cittadinanza per tutti allo smantellamento, se non
dell'euro, almeno dell'eurocrazia. Alla Famiglia hanno messo un integralista cattoli-
co, convinto dell'inesistenza (anche se esistono) di famiglie differenti da quella "natu-
rale". L'ordine pubblico è affidato a un leader politico che deve la sua fortuna all'in-
vocazione delle ruspe per disperdere i campi rom e al culto dell'integrità della Nazio-
ne (della sua "purezza") come risposta al contagio migratorio.
E' dunque, nei fatti, un governo fortemente di destra, conservatore in economia, po-
co laico e anzi innervato di suprematismo cattolico, empatico con i leader xenofobi
dell'Est, fin qui muto sulle questioni dell'educazione e della cultura. Rappresenta fe-
delmente l'elettorato leghista: il 17 per cento del totale dei votanti. Rimane il miste-
ro di quel 32 per cento di elettori grillini che vedono le sorti del "loro" governo nel-
le mani di un socio di minoranza, per giunta lepenista. Come si sentiranno? Se ne
parla moltissimo, in questi giorni: ma, considerata l'incredibile situazione, mai ab-
bastanza.
(da la Repubblica - 15 giugno '18 - L'Amaca / Michele Serra)
Lucianone
Riassumendo. E' un governo a guida leghista (aggravante: la Lega ha la metà dei voti
grillini). E' un governo con poche donne, il più maschile da molti anni a questa parte.
E' un governo che, per bocca del ministro dell'Economia Tria, non intende introdurre
elementi di rottura nella politica economica, cancellando in partenza il Dna grillino:
dalla decrescita felice al reddito di cittadinanza per tutti allo smantellamento, se non
dell'euro, almeno dell'eurocrazia. Alla Famiglia hanno messo un integralista cattoli-
co, convinto dell'inesistenza (anche se esistono) di famiglie differenti da quella "natu-
rale". L'ordine pubblico è affidato a un leader politico che deve la sua fortuna all'in-
vocazione delle ruspe per disperdere i campi rom e al culto dell'integrità della Nazio-
ne (della sua "purezza") come risposta al contagio migratorio.
E' dunque, nei fatti, un governo fortemente di destra, conservatore in economia, po-
co laico e anzi innervato di suprematismo cattolico, empatico con i leader xenofobi
dell'Est, fin qui muto sulle questioni dell'educazione e della cultura. Rappresenta fe-
delmente l'elettorato leghista: il 17 per cento del totale dei votanti. Rimane il miste-
ro di quel 32 per cento di elettori grillini che vedono le sorti del "loro" governo nel-
le mani di un socio di minoranza, per giunta lepenista. Come si sentiranno? Se ne
parla moltissimo, in questi giorni: ma, considerata l'incredibile situazione, mai ab-
bastanza.
(da la Repubblica - 15 giugno '18 - L'Amaca / Michele Serra)
Lucianone
domenica 15 luglio 2018
Ultime notizie - dall'Italia e dal Mondo / Latest news
15 luglio '18 - domenica 15th July / Sunday visione post - 18
ITALIA - Economia
Il Fmi taglia la stima dell'Italia, e punta il dito contro l'incertezza politica
ll Fondo più severo di altri: prospettive tagliate al +1,2% quest'anno e +1% il prossimo. I dazi sono la peggiore minaccia sull'andamento globale. Upb: "In Italia sotto-utilizzo del lavoro frena gli stipendi"
MILANO - Il Fondo monetario internazionale si rivela più duro di altre organizzazioni internazionali e sforbicia le previsioni di crescita dell'Italia portandole all'1,2% per quest'anno (0,3 punti meno della stima di aprile) e all'1% per il prossimo (-0,1 punti).
Come hanno già fatto notare la Commissione europea e Bankitalia, sull'andamento del Belpaese pesa sì un rallentamento generalizzato dell'economia del Vecchio continente, ma si aggiunge un carico peculiare che si deve agli "spread più ampi sui titoli di Stato e alle più strette condizioni finanziarie in seguito alla maggiore incertezza politica e che dovrebbero farsi sentire sulla domanda interna".
Come detto, in generale la crescita di Eurolandia è prevista "rallentare gradualmente" dal +2,4% del 2017 al +2,2% del 2018 e +1,9% del 2019. In questo caso il Fondo rivede al ribasso di 0,2 punti percentuali per il 2018 e 0,1 punti percentuali per il 2019 le stime dell'area euro rispetto a quelle di aprile. Invariate invece le previsioni per gli Stati Uniti, il cui Pil è atteso crescere del 2,9% quest'anno e del 2,2% il prossimo. Per la Gran Bretagna il Fmi prevede un pil in crescita dell'1,4% nel 2018 (-0,2) e dell'1,5% nel 2019.
ITALIA - Immigrazione
A terra i 450 di Pozzallo: 128 minori soli / Viminale: "Vittoria politica i ricollocamenti" /
Ma la Ue gela Salvini: "Libia non è porto sicuro"
Portati nell'hotspot in attesa di essere smistati. Il racconto: "Quattro annegati prima dei soccorsi". L'Unhcr: "Fine di una sofferenza prolungata e ingiusta". Salvini da Mosca: "Rendere la Libia un porto sicuro". Ma la Ue ribadisce il suo no
ROMA - Sono tutti a terra i migranti a bordo della nave Monte Sperone della Finanza e della Protector di Frontex, ferme da sabato in rada a Pozzallo. L'autorizzazione allo sbarco è arrivata dal Viminale poco prima della mezzanotte di ieri. Nella notte, sono scesi 128 minori non accompagnati, tre con i genitori, 44 donne e 272 uomini. In totale 447 persone di cui 291 proverrebbero dall'Eritrea e 92 dalla Somalia. Altri migranti vengono da Nigeria, Bangladesh, Algeria, Libia, Siria, Egitto. Venerdì le due imbarcazioni avevano intercettato e soccorso un barcone. Ora gli uomini della prefettura e della questura sono al lavoro per lo smistamento dei migranti verso i 6 Paesi "volenterosi" della Ue (Francia, Malta, Germania, Spagna, Portogallo e, ultima arrivata, l'Irlanda che ha accettato di prenderne 20). A breve potrebbe aggiungersi anche il Belgio.
L'ORRORE NEL RACCONTO DEI MINORI: "MIO PADRE, MORTO NEL DESERTO"
· Quattro morti in mare per fame
Quattro giovani sarebbero morti durante la traversata, secondo le drammatiche testimonianze raccolte dagli operatori dell’Oim all’hotspot di Pozzallo. "Più persone ci hanno raccontato che sono partiti mercoledì da Zwara. Venerdì stavano per terminare le scorte di cibo e acqua, quando hanno visto una nave in lontananza. Ma l’imbarcazione era lontana e una trentina di persone si sono buttate in mare: quattro giovani sarebbero morti", spiega Flavio Di Giacomo dell’Oim. A testimoniarlo anche i parenti delle vittime, tutte di nazionalità somala; tra loro anche un ragazzo di 17 anni. La polizia di Ragusa sta verificando la notizia.
FRANCIA - Mondiali Russia 2018
La francia abbraccia a Parigi i campioni / Festeggia anche la Croazia
Incidenti e saccheggi, evacuati gli Champs-Elysées
Lucianone
ITALIA - Economia
Il Fmi taglia la stima dell'Italia, e punta il dito contro l'incertezza politica
ll Fondo più severo di altri: prospettive tagliate al +1,2% quest'anno e +1% il prossimo. I dazi sono la peggiore minaccia sull'andamento globale. Upb: "In Italia sotto-utilizzo del lavoro frena gli stipendi"
MILANO - Il Fondo monetario internazionale si rivela più duro di altre organizzazioni internazionali e sforbicia le previsioni di crescita dell'Italia portandole all'1,2% per quest'anno (0,3 punti meno della stima di aprile) e all'1% per il prossimo (-0,1 punti).
Come hanno già fatto notare la Commissione europea e Bankitalia, sull'andamento del Belpaese pesa sì un rallentamento generalizzato dell'economia del Vecchio continente, ma si aggiunge un carico peculiare che si deve agli "spread più ampi sui titoli di Stato e alle più strette condizioni finanziarie in seguito alla maggiore incertezza politica e che dovrebbero farsi sentire sulla domanda interna".
ITALIA - Immigrazione
A terra i 450 di Pozzallo: 128 minori soli / Viminale: "Vittoria politica i ricollocamenti" /
Ma la Ue gela Salvini: "Libia non è porto sicuro"
Portati nell'hotspot in attesa di essere smistati. Il racconto: "Quattro annegati prima dei soccorsi". L'Unhcr: "Fine di una sofferenza prolungata e ingiusta". Salvini da Mosca: "Rendere la Libia un porto sicuro". Ma la Ue ribadisce il suo no
ROMA - Sono tutti a terra i migranti a bordo della nave Monte Sperone della Finanza e della Protector di Frontex, ferme da sabato in rada a Pozzallo. L'autorizzazione allo sbarco è arrivata dal Viminale poco prima della mezzanotte di ieri. Nella notte, sono scesi 128 minori non accompagnati, tre con i genitori, 44 donne e 272 uomini. In totale 447 persone di cui 291 proverrebbero dall'Eritrea e 92 dalla Somalia. Altri migranti vengono da Nigeria, Bangladesh, Algeria, Libia, Siria, Egitto. Venerdì le due imbarcazioni avevano intercettato e soccorso un barcone. Ora gli uomini della prefettura e della questura sono al lavoro per lo smistamento dei migranti verso i 6 Paesi "volenterosi" della Ue (Francia, Malta, Germania, Spagna, Portogallo e, ultima arrivata, l'Irlanda che ha accettato di prenderne 20). A breve potrebbe aggiungersi anche il Belgio.
L'ORRORE NEL RACCONTO DEI MINORI: "MIO PADRE, MORTO NEL DESERTO"
Quattro giovani sarebbero morti durante la traversata, secondo le drammatiche testimonianze raccolte dagli operatori dell’Oim all’hotspot di Pozzallo. "Più persone ci hanno raccontato che sono partiti mercoledì da Zwara. Venerdì stavano per terminare le scorte di cibo e acqua, quando hanno visto una nave in lontananza. Ma l’imbarcazione era lontana e una trentina di persone si sono buttate in mare: quattro giovani sarebbero morti", spiega Flavio Di Giacomo dell’Oim. A testimoniarlo anche i parenti delle vittime, tutte di nazionalità somala; tra loro anche un ragazzo di 17 anni. La polizia di Ragusa sta verificando la notizia.
FRANCIA - Mondiali Russia 2018
La francia abbraccia a Parigi i campioni / Festeggia anche la Croazia
Incidenti e saccheggi, evacuati gli Champs-Elysées
Lucianone
Il personaggio - Joe Arpaio, giustiziere dei migranti cui Trump concesse la grazia
15 luglio '18 - domenica 15th July / Sunday visione post - 17
(da la Repubblica - 27 agosto '17 - Federico Rampini / New York)
Joe Arpaio era diventato in Arizona
il giustiziere dei migranti clandestini
e l'idolo della destra radicale americana
Arriva di nascosto, venerdì a tarda sera, vigilia di weekend, coi media americani concentrati
sull'uragano in Texas. E' la grazia presidenziale per il controverso sceriffo Joe Arpaio dell'A-
rizona, già condannato in tribunale per "disprezzo della giustizia". E' una celebrity cara alla
destra americana: un auto-proclamatosi giustiziere nella caccia agli immigrati clandestini, che
ha ripetutamente violato i diritti costituzionali delle sue "prede". Rischiava fino a sei mesi di
carcere per le sue malefatte passate, ora la farà franca perchè Donald Trump lo ha graziato
preventivamente (il tribunale non aveva ancora deciso la sua pena). Non è una vera sorpresa.
Lo sceriffo dell'Arizona, 85enne di origini italo-americane (i genitori immigrarono a
New York da Lacedonia, provincia di Avellino), è una celebrity della destra, adorato
da quegli elettori repubblicani che vogliono espulsioni in massa degli immigrati senza
permesso di soggiorno. E infatti l'annuncio del perdono presidenziale è stato accolto
come previsto: indignate condanne da sinistra, qualche repubblicano moderato in net-
to disaccordo (John McCain, senatore proprio dell'Arizona), ma una base di destra fe-
lice che Trump abbia mantenuto questa promessa. Il perdono infatti era nell'aria da
tempo. Anche se Arpaio è stato sconfitto quando si è ripresentato davanti agli elettori
di Maricopa County-Phoenix nel novembre scorso (quella carica di sceriffo è elettiva),
la sua vera campagna elettorale era stata un'altra: spesso a fianco di Trump nei comi-
zi del candidato repubblicano, regolarmente si attirava la sua bella dose di applausi.
Trump ha annunciato il suo perdono venerdì sera con un comunicato che include una
breve biografia: "La carriera di Arpaio, che cominciò col servizio militare nella guer-
ra di Corea all'età di 18 anni, è un modello di servizio altruista della nazione... Da sce-
riffo ha protetto la comunità contro i danni del crimine e dell'immigrazione illegale.
A 85 anni, e dopo mezzo secolo di servizio pubblico, è un degno candidato del perdo-
no presidenziale". - Nel profilo biografico stilato dalla Casa Bianca mancano gli epi-
sodi più clamorosi, stravaganti e scabrosi. Prima ancora di focalizzarsi sulla caccia
agli stranieri, Arpaio era diventato famoso per le condizioni di prigionia che infligge-
va ai carcerati nella contea di Maricopa-Phoenix. Per far fronte alla sovrappopolazio-
ne dei penitenziari, allestì delle tende militari che nella zona desertica dell'Arizona
arrivavano a una temperatura di 60 gradi. Avendo saputo che alcuni detenuti ruba-
vano la biancheria intima, impose a tutti le mutande rosa in modo che fossero meno
facilmente... riciclabili. Ristabilì l'antica punizione dei lavori forzati in catene, anche
per detenute donne. La ragione della sua condanna in tribunale. "racial profiling"
cioè arresti mirati sistematicamente ai latinos; detenzione preventiva oltre il limite
massimo consentito per legge e altri reati per i quali fu recidivo nonostante i ripetu-
ti richiami del Dipartimento di Giustizia federale. -
A Trump lo lega anche il fatto di avere cavalcato il "birther movement", il movimen-
to di destra che accusava Barack Obama di essere nato in Kenya, quindi ineleggibile
alla presidenza degli Stati Uniti. Arpaio usò la propria carica di sceriffo per fare in-
dagini in proprio onde dimostrare la "falsità" del certificato di nascita di Obama.
Tra le altre iniziative che attirarono su di lui l'attenzione nazionale, per dare la cac-
cia ai clandestini, non bastandogli gli organici della sua polizia locale, Arpaio diven-
ne il promotore di una banda di vigilantes privati di cui entrarono a far parte anche
gli attori Steven Seagal e Lou Ferrigno (quello del film "L'incredibile Hulk"). Prima
di essere sciolta da un tribunale quella banda di vigilantes agli ordini dello sceriffo
sostenne di avere raggiunto fino a tremila membri. Tra le accuse che hanno fatto per-
dere ad Arpaio l'ultima elezione, la sua ossessione sulle retate di clandestini lo portò
a trascurare sistematicamente la prevenzione e la repressione di molti altri reati ses-
suali contro i minorenni.
Lucianone
(da la Repubblica - 27 agosto '17 - Federico Rampini / New York)
Joe Arpaio era diventato in Arizona
il giustiziere dei migranti clandestini
e l'idolo della destra radicale americana
Arriva di nascosto, venerdì a tarda sera, vigilia di weekend, coi media americani concentrati
sull'uragano in Texas. E' la grazia presidenziale per il controverso sceriffo Joe Arpaio dell'A-
rizona, già condannato in tribunale per "disprezzo della giustizia". E' una celebrity cara alla
destra americana: un auto-proclamatosi giustiziere nella caccia agli immigrati clandestini, che
ha ripetutamente violato i diritti costituzionali delle sue "prede". Rischiava fino a sei mesi di
carcere per le sue malefatte passate, ora la farà franca perchè Donald Trump lo ha graziato
preventivamente (il tribunale non aveva ancora deciso la sua pena). Non è una vera sorpresa.
Lo sceriffo dell'Arizona, 85enne di origini italo-americane (i genitori immigrarono a
New York da Lacedonia, provincia di Avellino), è una celebrity della destra, adorato
da quegli elettori repubblicani che vogliono espulsioni in massa degli immigrati senza
permesso di soggiorno. E infatti l'annuncio del perdono presidenziale è stato accolto
come previsto: indignate condanne da sinistra, qualche repubblicano moderato in net-
to disaccordo (John McCain, senatore proprio dell'Arizona), ma una base di destra fe-
lice che Trump abbia mantenuto questa promessa. Il perdono infatti era nell'aria da
tempo. Anche se Arpaio è stato sconfitto quando si è ripresentato davanti agli elettori
di Maricopa County-Phoenix nel novembre scorso (quella carica di sceriffo è elettiva),
la sua vera campagna elettorale era stata un'altra: spesso a fianco di Trump nei comi-
zi del candidato repubblicano, regolarmente si attirava la sua bella dose di applausi.
Trump ha annunciato il suo perdono venerdì sera con un comunicato che include una
breve biografia: "La carriera di Arpaio, che cominciò col servizio militare nella guer-
ra di Corea all'età di 18 anni, è un modello di servizio altruista della nazione... Da sce-
riffo ha protetto la comunità contro i danni del crimine e dell'immigrazione illegale.
A 85 anni, e dopo mezzo secolo di servizio pubblico, è un degno candidato del perdo-
no presidenziale". - Nel profilo biografico stilato dalla Casa Bianca mancano gli epi-
sodi più clamorosi, stravaganti e scabrosi. Prima ancora di focalizzarsi sulla caccia
agli stranieri, Arpaio era diventato famoso per le condizioni di prigionia che infligge-
va ai carcerati nella contea di Maricopa-Phoenix. Per far fronte alla sovrappopolazio-
ne dei penitenziari, allestì delle tende militari che nella zona desertica dell'Arizona
arrivavano a una temperatura di 60 gradi. Avendo saputo che alcuni detenuti ruba-
vano la biancheria intima, impose a tutti le mutande rosa in modo che fossero meno
facilmente... riciclabili. Ristabilì l'antica punizione dei lavori forzati in catene, anche
per detenute donne. La ragione della sua condanna in tribunale. "racial profiling"
cioè arresti mirati sistematicamente ai latinos; detenzione preventiva oltre il limite
massimo consentito per legge e altri reati per i quali fu recidivo nonostante i ripetu-
ti richiami del Dipartimento di Giustizia federale. -
A Trump lo lega anche il fatto di avere cavalcato il "birther movement", il movimen-
to di destra che accusava Barack Obama di essere nato in Kenya, quindi ineleggibile
alla presidenza degli Stati Uniti. Arpaio usò la propria carica di sceriffo per fare in-
dagini in proprio onde dimostrare la "falsità" del certificato di nascita di Obama.
Tra le altre iniziative che attirarono su di lui l'attenzione nazionale, per dare la cac-
cia ai clandestini, non bastandogli gli organici della sua polizia locale, Arpaio diven-
ne il promotore di una banda di vigilantes privati di cui entrarono a far parte anche
gli attori Steven Seagal e Lou Ferrigno (quello del film "L'incredibile Hulk"). Prima
di essere sciolta da un tribunale quella banda di vigilantes agli ordini dello sceriffo
sostenne di avere raggiunto fino a tremila membri. Tra le accuse che hanno fatto per-
dere ad Arpaio l'ultima elezione, la sua ossessione sulle retate di clandestini lo portò
a trascurare sistematicamente la prevenzione e la repressione di molti altri reati ses-
suali contro i minorenni.
Lucianone
Spettacoli - cinema/animazione - Storia di Manuel: lupi loschi, di periferia
15 luglio '18 - domenica 15th July / Sunday visione post - 18
(da la Repubblica - 3 maggio '18 - Emiliano Morreale)
Passato in dordina tra mille altri titoli alla Mostra di Venezia (nella sezione "Cinema nel
giardino"), l'esordio di Dario Albertini avrebbe meritato di più. Probabilmente lo ha pe-
nalizzato anche l'appartenenza a un vero e proprio sottogenere del nostro cinema, quel
"realismo delle periferie" che ha peraltro prodotto opere notevoli, da Fiore a Cuori puri.
Anche Manuel ha il suo punto di forza nell'osservazione diretta e nella riscrittura sul
campo del copione. Come è capitato altre volte, c'è alla base un documentario, La re-
pubblica dei ragazzi 2014), ambientato in una casa-famiglia di Civitavecchia. Da quell'in-
contro nasce lo spunto del film. Il Manuel del titolo è un ragazzo di 18 anni, cresciuto in
quella struttura perchè la madre è in carcere da 5 anni. Adesso esce, torna a casa, è solo
e la libertà un pò lp spaventa. La madre ha chiesto i domiciliari e di essere affidata a lui,
che da figlio diventerebbe responsabile della sua condotta. In attesa del responso del tri-
bunale Manuel vaga, incontra persone nuove, ritrova un amico entrato in giri loschi, o
un altro ex ospite della casa famiglia, oggi falegname. Molti di questi ritratti sono preci-
si, credibili, ma in un film come questo molto si basa sul protagonista. E il film ha la sua
forza nell'attore venticinquenne Andrea Lattanzi, quasi esordiente, una specie gan-
te dalla faccia lunga, con l'aria da cane bastonato e una fisicità goffa. Il regista gli sta
addosso, costruisce le scene con tecnica paradocumentaria, senza stacchi, valorizzando
i ritmi dei dialoghi e spostandosi spesso su di lui anche quando parlano gli altri. Ma so-
no valorizzati anche altri interpreti, come Alessandro Di Carlo, noto finora come comi-
co televisivo. Manuel è un film tutt'altro che perfetto, a volte incappa in qualche stile-
ma tipico del suo filone, specie nel finale, quando scivola su un paio di immagini quasi
imperdonabili (meglio chiudere gli occhi e fingere che non ci siano). Eppure conquista
per la sua curiosità, la capacità di guardarsi intorno con gusto degli spazi, di costruire
un melodramma contemporaneo (chè di questo si tratta, alla fine) con piccole scene e-
mozionanti: la prima entrata in scena di Manuel, l'addio all'amica da dietro i vetri. il
dialogo con l'assistente sociale. Alla fine, a questo ragazzo ci si appassiona, si spera e
si soffre con lui.
Lucianone
(da la Repubblica - 3 maggio '18 - Emiliano Morreale)
Passato in dordina tra mille altri titoli alla Mostra di Venezia (nella sezione "Cinema nel
giardino"), l'esordio di Dario Albertini avrebbe meritato di più. Probabilmente lo ha pe-
nalizzato anche l'appartenenza a un vero e proprio sottogenere del nostro cinema, quel
"realismo delle periferie" che ha peraltro prodotto opere notevoli, da Fiore a Cuori puri.
Anche Manuel ha il suo punto di forza nell'osservazione diretta e nella riscrittura sul
campo del copione. Come è capitato altre volte, c'è alla base un documentario, La re-
pubblica dei ragazzi 2014), ambientato in una casa-famiglia di Civitavecchia. Da quell'in-
contro nasce lo spunto del film. Il Manuel del titolo è un ragazzo di 18 anni, cresciuto in
quella struttura perchè la madre è in carcere da 5 anni. Adesso esce, torna a casa, è solo
e la libertà un pò lp spaventa. La madre ha chiesto i domiciliari e di essere affidata a lui,
che da figlio diventerebbe responsabile della sua condotta. In attesa del responso del tri-
bunale Manuel vaga, incontra persone nuove, ritrova un amico entrato in giri loschi, o
un altro ex ospite della casa famiglia, oggi falegname. Molti di questi ritratti sono preci-
si, credibili, ma in un film come questo molto si basa sul protagonista. E il film ha la sua
forza nell'attore venticinquenne Andrea Lattanzi, quasi esordiente, una specie gan-
te dalla faccia lunga, con l'aria da cane bastonato e una fisicità goffa. Il regista gli sta
addosso, costruisce le scene con tecnica paradocumentaria, senza stacchi, valorizzando
i ritmi dei dialoghi e spostandosi spesso su di lui anche quando parlano gli altri. Ma so-
no valorizzati anche altri interpreti, come Alessandro Di Carlo, noto finora come comi-
co televisivo. Manuel è un film tutt'altro che perfetto, a volte incappa in qualche stile-
ma tipico del suo filone, specie nel finale, quando scivola su un paio di immagini quasi
imperdonabili (meglio chiudere gli occhi e fingere che non ci siano). Eppure conquista
per la sua curiosità, la capacità di guardarsi intorno con gusto degli spazi, di costruire
un melodramma contemporaneo (chè di questo si tratta, alla fine) con piccole scene e-
mozionanti: la prima entrata in scena di Manuel, l'addio all'amica da dietro i vetri. il
dialogo con l'assistente sociale. Alla fine, a questo ragazzo ci si appassiona, si spera e
si soffre con lui.
Lucianone
venerdì 13 luglio 2018
Ultime notizie - dall'Italia e dal Mondo / Latest news
13 luglio '18 - venerdì 13th July / Friday visione post - 15
Italia - Migranti
Barcone con 450 persone punta verso la Sicilia/ Salvini: "Nessun nostro porto disponibile"
Malta non raccoglie l'invito della Farnesina e di Toninelli a intervenire. Nuovo scontro con La Valletta. L'imbarcazione è poi entrata nella zona Sar italiana. E' affiancata da due motovedette della guardia costiera e della finanza. - Un altro sbarco a Crotone: 75 persone arrivate su una
nave della capitaneria di porto.
TRAPANI - Sono tornati a partire con le barche di legno, anzi i barconi, per attrezzarsi ad una rotta più lunga che possa portarli fino all'Italia. Come è accaduto ieri e oggi a Lampedusa e come, stando alle informazioni fornite dal Viminale, sta accadendo dall'alba di oggi, inizialmente nelle acque maltesi, dove è stata avvistata una grossa imbarcazione a due piani, un peschereccio carico di circa 450 migranti, diretta verso nord. Dal Viminale hanno fatto sapere che il vecchio barcone, un peschereccio di circa 20 metri, è partito dalla Libia, probabilmente da Zuara. Per alcune ore ha navigato in direzione della costa siciliana, verso Agrigento o Siracusa, poi è entrato in zona Sar italiana e avrebbe corretto la rotta, puntando verso Lampedusa. A mezzanotte un cambio di rotta, il barcone si sta allontanando dalle isole di Linosa e di Lampedusa. Lo riferiscono i pescatori delle Pelagie che seguono la situazione con attenzione. L'imbarcazione, che sta seguendo una rotta non 'lineare', sembra puntare la costa sud della Sicilia. Se questa fosse la sua meta impiegherebbe, stimano i pescatori, più di un giorno per arrivare. Il barcone naviga affiancato da due motovedette, una della guardia costiera e una della Finanza.
Londra - visita di Donald Trump
100mila in piazza contro Trump
Il presidente americano prima minaccia il primo ministro inglese May, poi cambia
idea. Da 'accordi a rischio' a "relazioni mai così forti".
Lucianone
Italia - Migranti
Barcone con 450 persone punta verso la Sicilia/ Salvini: "Nessun nostro porto disponibile"
Malta non raccoglie l'invito della Farnesina e di Toninelli a intervenire. Nuovo scontro con La Valletta. L'imbarcazione è poi entrata nella zona Sar italiana. E' affiancata da due motovedette della guardia costiera e della finanza. - Un altro sbarco a Crotone: 75 persone arrivate su una
nave della capitaneria di porto.
TRAPANI - Sono tornati a partire con le barche di legno, anzi i barconi, per attrezzarsi ad una rotta più lunga che possa portarli fino all'Italia. Come è accaduto ieri e oggi a Lampedusa e come, stando alle informazioni fornite dal Viminale, sta accadendo dall'alba di oggi, inizialmente nelle acque maltesi, dove è stata avvistata una grossa imbarcazione a due piani, un peschereccio carico di circa 450 migranti, diretta verso nord. Dal Viminale hanno fatto sapere che il vecchio barcone, un peschereccio di circa 20 metri, è partito dalla Libia, probabilmente da Zuara. Per alcune ore ha navigato in direzione della costa siciliana, verso Agrigento o Siracusa, poi è entrato in zona Sar italiana e avrebbe corretto la rotta, puntando verso Lampedusa. A mezzanotte un cambio di rotta, il barcone si sta allontanando dalle isole di Linosa e di Lampedusa. Lo riferiscono i pescatori delle Pelagie che seguono la situazione con attenzione. L'imbarcazione, che sta seguendo una rotta non 'lineare', sembra puntare la costa sud della Sicilia. Se questa fosse la sua meta impiegherebbe, stimano i pescatori, più di un giorno per arrivare. Il barcone naviga affiancato da due motovedette, una della guardia costiera e una della Finanza.
Londra - visita di Donald Trump
100mila in piazza contro Trump
Il presidente americano prima minaccia il primo ministro inglese May, poi cambia
idea. Da 'accordi a rischio' a "relazioni mai così forti".
Lucianone
giovedì 5 luglio 2018
L'Opinione del Giovedì - Non si costruisce più alcun nuovo futuro, ma si ripete un passato ben noto!
5 luglio '18 - giovedì 5th July / Thursday visione post - 18
Fine della Seconda guerra mondiale. Una guerra che ha lasciato sul terreno, come tutte le
guerre, morti, fame, disperazione. Ma la fine di tutto ciò porta anche una speranza: di ri-
cominciare, di ricostruire, e insomma di uscire dall'incubo e dalla tragedia che la guerra
porta con sè. Dalla speranza alla concretezza della ricostruzione morale e materiale, si sa,
il passo non è breve. Ci vuole tempo e tenacia. Ma alla fine le nazioni europee più colpite,
Francia, Italia, Spagna e la stessa Germania ce la fanno. Risorgono dai lutti e dai lunghi
anni di sofferenze morali, fisiche e materiali. Un bel pezzo d'Europa rinasce dalle macerie
e agli inizi degli anni Cinquanta va verso un futuro senza più guerre, senza più grossi con-
trasti. Anzi, dagli anni Sessanta il boom economico esplode in mezza Europa, soprattutto
in quelle nazioni che avevano patito i drammi dei contrasti bellici, seguiti alla presa del
potere di Hitler e del nazionalsocialismo, poi sfociato nella fanatica ideologia nazista di
razza ariana con il progetto dell'eliminazione del popolo ebraico.
CONTINUA...
to be continued...
Fine della Seconda guerra mondiale. Una guerra che ha lasciato sul terreno, come tutte le
guerre, morti, fame, disperazione. Ma la fine di tutto ciò porta anche una speranza: di ri-
cominciare, di ricostruire, e insomma di uscire dall'incubo e dalla tragedia che la guerra
porta con sè. Dalla speranza alla concretezza della ricostruzione morale e materiale, si sa,
il passo non è breve. Ci vuole tempo e tenacia. Ma alla fine le nazioni europee più colpite,
Francia, Italia, Spagna e la stessa Germania ce la fanno. Risorgono dai lutti e dai lunghi
anni di sofferenze morali, fisiche e materiali. Un bel pezzo d'Europa rinasce dalle macerie
e agli inizi degli anni Cinquanta va verso un futuro senza più guerre, senza più grossi con-
trasti. Anzi, dagli anni Sessanta il boom economico esplode in mezza Europa, soprattutto
in quelle nazioni che avevano patito i drammi dei contrasti bellici, seguiti alla presa del
potere di Hitler e del nazionalsocialismo, poi sfociato nella fanatica ideologia nazista di
razza ariana con il progetto dell'eliminazione del popolo ebraico.
CONTINUA...
to be continued...
La STORIA - reportage / I profughi - A Bani Walid (Libia) tra gli angeli
5 luglio '18 - giovedì 5th July / Thursday visione post - 11
(da la Repubblica - 23 giugno '18 - Primo Piano / Vincenzo Nigro, a Bani Walid)
Tra gli angeli di Bani Walid
"Aiutiamo chi è sfuggito all'inferno"
"Abbiamo iniziato a raccoglierli un anno e mezzo fa: i primi due li abbiamo trovati nella
discarica di spazzatura, i trafficanti li avevano gettati lì di notte. Erano stati torturati pe-
santemente, a uno avevano rotto le gambe. Non sapevamo cosa fare, abbiamo avuto pau-
ra a portarli in ospedale perchè temevamo di essere scambiati noi per trafficanti. Li ab-
biamo curati alla meglio, ma poi abbiamo dovuto chiamare i medici. Uno è morto, ma
l'altro lo abbiamo salvato. E da allora non ci siamo fermati".
Questa è Bani Walid, la capitale dei migranti a Sud di Tripoli, lo snodo, la piattaforma dove
i trafficanti parcheggiano in decine di case prigione i migranti che poi trasferiscono verso le
spiagge da cui (forse) partiranno: Tripoli, Misurata, Homs, Garabulli Sabrata. Chi parla è
il professor Hosin Mohammed, ha una storia che da sola vale un libro: è un ex gheddafiano,
hs studiato ad Atlanta, ha insegnato inglese a Bani Walid e poi a Tripoli ha lavorato per la
"Fondazione Libro Verde", la "bibbia" di Gheddafi. Dopo la rivoluzione è stato due volte
in carcere, da quando l'hanno liberato vive in questa città.
Arrivare a Bani Walid non è facile: a 180 chilometri a sud di Tripoli, sulla strada che porta
alla capitale del Fezzan Sebha, questo è un altro mondo. All'ingresso della città i monumen-
ti hanno ancora la bandiera verde gheddafiana. Bani Walid e Tarhuna erano città che offri-
vano soldati fedeli e leali a Gheddafi. Dopo la rivoluzione i gheddafiani provarono a ribel-
larsi, sequestrarono dei giovani di Misurata, sembra ci fosse uno di quelli accusati di aver ucciso il colonnello. Arrivò l'esercito di Misurata, devastò la città, diede una lezione di vio-
lenza ai gheddafiani e se ne tornò indietro. Da allora la città è difesa da una milizia mante-
nuta debole, per cui i trafficanti (che girano con kalashnikov ed Rpg) sono i padroni della
notte e delle campagne.
"Da quei primi due non ci siamo più fermati: tutti i malati, i feriti, i torturati che veniva-
no scaricati dai trafficanti li abbiamo curati, prima in una casa, poi in queste due, le ab-
biamo battezzate "Albeit Alamen", le case sicure. Oggi tutti sanno che curiamo i migran-
ti, le case sono aperte, ma nessuno entra, anzi chi può ci aiuta a curarli, farli mangiare, a
sopravvivere". Da Misurata ogni settimana arrivano un medico e un infermiere di Medi-
ci Senza Frontiere. Msf ha contattato anche un medico locale, che viene a lavorare in un
piccolo ambulatorio nella casa. Yusuf Demba Sankhanou viene dal Senegal, è partito nel
2016 e da allora ha provato disperatamente a entrare in Italia: "Sono passato dal Mali,
da Bamako e poi Gao. Sono entrato in Algeria, ho lavorato con una compagnia cinese, in
un campo militare. Poi sono passato in Libia, ho pagato 1200 dollari, uno dei trafficanti è
un senegalese che se li è fatti mandare dalla mia famiglia con un money transfer in Sene-
gal. Fanno così - spiega Yusuf - I soldi li fanno mandare ai loro complici che poi pagano i
complici in Libia. A Tripoli prima ho aspettato di partire da Garabulli, poi da Tajura.
Quando dovevamo partire il secondo gommone è esploso, lo avevano gonfiato troppo e si
è rotto. E' stato un caos, sono arrivati i poliziotti, hanno sparato, mi hanno messo in pri-
gione. Ci hanno mandato al Sud a Sebha, sono stato torturato e sono tornato qui, mi ave-
vano quasi ucciso. Adesso voglio solo una cosa: voglio tornare in Senegal".
Friday Goodstime è nigeriano, 21 anni: a Sebha i trafficanti gli hanno spezzato le gambe
a colpi di bastone di ferro mentre telefonava alla famiglia per farlo gridare mentre chie-
deva i soldi: "Mi hanno caricato comunque su un camion, con altri che erano stati tortu-
rati e mi hanno scaricato qui. Mi sto riprendendo. Voglio tornare in Nigeria".
Anche Mohammed Kondi, 27 anni, per arrivare dalla Guinea Conakry in Libia è passa-
to dal Mali e dall'Algeria: "In Algeria ho lavorato per i turchi, costruivano case a Blida.
Poi ho trovato i soldi e sono passato in Libia: il giorno dopo esser entrato sono stato ar-
restato una prima volta. Ho pagato per uscire, e ce l'ho fatta. Ho provato a partire per
l'Italia due volte, mi hanno ripreso e messo in carcere. Siamo fuggiti con quattro suda-
nesi, ma ci hanno sparato addosso, mi hanno colpito di striscio alla spalla, per fortuna
non mi hanno fratturato l'osso. Ora voglio solo tornare in Guinea". Dentro una stan-
za c'è il caso peggiore, una donna eritrea abbandonata su un materasso, i trafficanti
per trasportarla l'hanno legata come un capretto, poi l'hanno gettata dal camion. Non
è chiaro se abbia il bacino fratturato o cosa altro, ma qui non ci sono i raggi X, i medi-
ci di Msf stanno organizzando qualcosa in una Libia in cui del quasi non ci sono gli ospe-
dali. - Il professore Hosin si aggira come un padre, un fratello premuroso. Cura gli
altri per curare il suo dolore: "Vedo questo paese distrutto, non guardo al passato ma
penso al futuro miserabile che abbiamo davanti. Beni Walid è stata cancellata dal go-
verno di Tripoli, non ci mandano aiuti, non ci mandano polizia. I trafficanti di notte
sono pericolosi, ci sono zone in cui nessuno ha il coraggio di avventurarsi.
Bani Walid in Libia passa come la città dei trafficanti, un luogo dove c'è anche un
"mercato" degli schiavi. "Non c'è mercato, perchè con la violenza a questi uomini
possono far fare tutto. E tutta Bani Walid ci aiuta, perchè noi non sopportiamo que-
sto marchio di infamia e perchè la nostra anima, la nostra religione sacrosanta ci
impone di aiutare questi disperati. L'Europa deve fermare questo traffico, deve fer-
marlo in Africa, deve aiutare noi qui in Libia ma poi dovete scendere giù e spiegare
a tutti che questo viaggio è un massacro, una follia". Dalla "casa sicura" del pro-
fessore Hosin chi sopravvive vuole una cosa soltanto: tornare a casa, in quell'Africa
che non capisce che questo è l'inferno.
Lucianone
(da la Repubblica - 23 giugno '18 - Primo Piano / Vincenzo Nigro, a Bani Walid)
Tra gli angeli di Bani Walid
"Aiutiamo chi è sfuggito all'inferno"
"Abbiamo iniziato a raccoglierli un anno e mezzo fa: i primi due li abbiamo trovati nella
discarica di spazzatura, i trafficanti li avevano gettati lì di notte. Erano stati torturati pe-
santemente, a uno avevano rotto le gambe. Non sapevamo cosa fare, abbiamo avuto pau-
ra a portarli in ospedale perchè temevamo di essere scambiati noi per trafficanti. Li ab-
biamo curati alla meglio, ma poi abbiamo dovuto chiamare i medici. Uno è morto, ma
l'altro lo abbiamo salvato. E da allora non ci siamo fermati".
Questa è Bani Walid, la capitale dei migranti a Sud di Tripoli, lo snodo, la piattaforma dove
i trafficanti parcheggiano in decine di case prigione i migranti che poi trasferiscono verso le
spiagge da cui (forse) partiranno: Tripoli, Misurata, Homs, Garabulli Sabrata. Chi parla è
il professor Hosin Mohammed, ha una storia che da sola vale un libro: è un ex gheddafiano,
hs studiato ad Atlanta, ha insegnato inglese a Bani Walid e poi a Tripoli ha lavorato per la
"Fondazione Libro Verde", la "bibbia" di Gheddafi. Dopo la rivoluzione è stato due volte
in carcere, da quando l'hanno liberato vive in questa città.
Arrivare a Bani Walid non è facile: a 180 chilometri a sud di Tripoli, sulla strada che porta
alla capitale del Fezzan Sebha, questo è un altro mondo. All'ingresso della città i monumen-
ti hanno ancora la bandiera verde gheddafiana. Bani Walid e Tarhuna erano città che offri-
vano soldati fedeli e leali a Gheddafi. Dopo la rivoluzione i gheddafiani provarono a ribel-
larsi, sequestrarono dei giovani di Misurata, sembra ci fosse uno di quelli accusati di aver ucciso il colonnello. Arrivò l'esercito di Misurata, devastò la città, diede una lezione di vio-
lenza ai gheddafiani e se ne tornò indietro. Da allora la città è difesa da una milizia mante-
nuta debole, per cui i trafficanti (che girano con kalashnikov ed Rpg) sono i padroni della
notte e delle campagne.
"Da quei primi due non ci siamo più fermati: tutti i malati, i feriti, i torturati che veniva-
no scaricati dai trafficanti li abbiamo curati, prima in una casa, poi in queste due, le ab-
biamo battezzate "Albeit Alamen", le case sicure. Oggi tutti sanno che curiamo i migran-
ti, le case sono aperte, ma nessuno entra, anzi chi può ci aiuta a curarli, farli mangiare, a
sopravvivere". Da Misurata ogni settimana arrivano un medico e un infermiere di Medi-
ci Senza Frontiere. Msf ha contattato anche un medico locale, che viene a lavorare in un
piccolo ambulatorio nella casa. Yusuf Demba Sankhanou viene dal Senegal, è partito nel
2016 e da allora ha provato disperatamente a entrare in Italia: "Sono passato dal Mali,
da Bamako e poi Gao. Sono entrato in Algeria, ho lavorato con una compagnia cinese, in
un campo militare. Poi sono passato in Libia, ho pagato 1200 dollari, uno dei trafficanti è
un senegalese che se li è fatti mandare dalla mia famiglia con un money transfer in Sene-
gal. Fanno così - spiega Yusuf - I soldi li fanno mandare ai loro complici che poi pagano i
complici in Libia. A Tripoli prima ho aspettato di partire da Garabulli, poi da Tajura.
Quando dovevamo partire il secondo gommone è esploso, lo avevano gonfiato troppo e si
è rotto. E' stato un caos, sono arrivati i poliziotti, hanno sparato, mi hanno messo in pri-
gione. Ci hanno mandato al Sud a Sebha, sono stato torturato e sono tornato qui, mi ave-
vano quasi ucciso. Adesso voglio solo una cosa: voglio tornare in Senegal".
Friday Goodstime è nigeriano, 21 anni: a Sebha i trafficanti gli hanno spezzato le gambe
a colpi di bastone di ferro mentre telefonava alla famiglia per farlo gridare mentre chie-
deva i soldi: "Mi hanno caricato comunque su un camion, con altri che erano stati tortu-
rati e mi hanno scaricato qui. Mi sto riprendendo. Voglio tornare in Nigeria".
Anche Mohammed Kondi, 27 anni, per arrivare dalla Guinea Conakry in Libia è passa-
to dal Mali e dall'Algeria: "In Algeria ho lavorato per i turchi, costruivano case a Blida.
Poi ho trovato i soldi e sono passato in Libia: il giorno dopo esser entrato sono stato ar-
restato una prima volta. Ho pagato per uscire, e ce l'ho fatta. Ho provato a partire per
l'Italia due volte, mi hanno ripreso e messo in carcere. Siamo fuggiti con quattro suda-
nesi, ma ci hanno sparato addosso, mi hanno colpito di striscio alla spalla, per fortuna
non mi hanno fratturato l'osso. Ora voglio solo tornare in Guinea". Dentro una stan-
za c'è il caso peggiore, una donna eritrea abbandonata su un materasso, i trafficanti
per trasportarla l'hanno legata come un capretto, poi l'hanno gettata dal camion. Non
è chiaro se abbia il bacino fratturato o cosa altro, ma qui non ci sono i raggi X, i medi-
ci di Msf stanno organizzando qualcosa in una Libia in cui del quasi non ci sono gli ospe-
dali. - Il professore Hosin si aggira come un padre, un fratello premuroso. Cura gli
altri per curare il suo dolore: "Vedo questo paese distrutto, non guardo al passato ma
penso al futuro miserabile che abbiamo davanti. Beni Walid è stata cancellata dal go-
verno di Tripoli, non ci mandano aiuti, non ci mandano polizia. I trafficanti di notte
sono pericolosi, ci sono zone in cui nessuno ha il coraggio di avventurarsi.
Bani Walid in Libia passa come la città dei trafficanti, un luogo dove c'è anche un
"mercato" degli schiavi. "Non c'è mercato, perchè con la violenza a questi uomini
possono far fare tutto. E tutta Bani Walid ci aiuta, perchè noi non sopportiamo que-
sto marchio di infamia e perchè la nostra anima, la nostra religione sacrosanta ci
impone di aiutare questi disperati. L'Europa deve fermare questo traffico, deve fer-
marlo in Africa, deve aiutare noi qui in Libia ma poi dovete scendere giù e spiegare
a tutti che questo viaggio è un massacro, una follia". Dalla "casa sicura" del pro-
fessore Hosin chi sopravvive vuole una cosa soltanto: tornare a casa, in quell'Africa
che non capisce che questo è l'inferno.
Lucianone
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