5 aprile '16 - martedì 5th April / Tuesday VISIONE POST - 19
(da DRepubblica - 17/10/2015 - Jhumpa Lahiri)
Uno sguardo sul Campus
Qualche mese prima di cominciare a insegnare all'università di Princeton ho sempre
lo stesso incubo: sono lì, frastornata. Cerco l'aula per ore, arrivo troppo tardi per la
lezione, mi aspettavo cento studenti anzichè dieci. Per tranquillizzarmi decido, pochi
giorni dopo essere rientratya a New York, di farci un salto con i miei figli, che hanno
10 e 13 ann,i. Conosco già il campus, ma ancora poco. Voglio capire dove devo arriva-
re , qual è il mio palazzo, com'è l'ufficio. Il dipartimento di creative writing è vicino
alla stazione ferroviaria, nel palazzo più brutto, secondo me, che ci sia a Princeton:
grigio, severo, deprimente. L'aspetto tremendo è intenzionale: lo stile architettonico
si chiama "brutalismo". Quando lo vedo non mi fermo, sperando che il mio palaz-
zo sia un altro più avanti. Sentendomi però già persa, chiamo l'assistente del dipar-
timento. 2L'avrai già superato", mi dice. Era quello. L'assistente ci saluta, mi fa ve-
dere l'ufficio, mi dà la chiave. Mi trovo in una stanza quasi spoglia, con una luce
fredda. C'è una scrivania istituzionale, poco accogliente. Sugli scaffali di metallo
c'è un mucchio di fogli abbandonati. La finetra dà su un cantiere gigantesco. L'aria
condizionata è eccessiva, insopportabile. Non mi aspettavo uno spazio così triste.
Ci restiamo per poco tempo. "Facciamo un giro del campus, prendiamo un gelato",
suggerisco. Scendendo nell'ascensore mio figlio mi dice, in inglese, "Il tuo ufficio
mi pare bleak". - Mi colpisce subito l'aggettivo che ha usato. E' quello perfetto. Una
parola tanto raffinata quanto dura. Significa, come nella traduzione italiana del ro-
manzo di Dickens, desolato. Il resto di Princeton non è affatto bleak. Attraversando
il campus ammiriamo i tanti edifici gotici, una cattedrale imponente, un cortile ma-
gnifico. Prendiamo il gelato, ci sediamo sull'erba e ci troviamo bene.
Ritorno in ufficio la settimana seguente unae mi preparo per la prima lezione. Mi siedo
alla scrivania, Sistemo qualche cartolina incorniciata sugli scaffali per rendere lo spa-
zio più mio, ma non fa differenza. Mangio da sola - una manciata di mandorle, una fet-
ta di pane e formaggio - guardando la parete vuota. Apro e chiudo i cassetti della scriva-
nia, altrettanto vuoti. La lezione va bene, mi piace incontrare gli studenti. Ma le ore tra-
scorse nell'ufficio sono decisamente bleak.
La seconda settimana del semestre sono ospite di una coppia italiana che abita a Prince-
ton. Lui insegna nel dipartimento d'italiano, lei è una professoressa di latino. Con la mo-
glie parlo spesso di parole. Descrivendole il mio ufficio, mi riferisco al giudizio di mio fi-
glio, citando la sua definizione. Come si direbbe, le chiedo, in italiano? Sarà "squallido",
risponde. Sono confusa. Pensavo che squallido significasse qualcosa di sporco, ripugnan-
te. Squalid, in inglese, ha quest'accezione. Invece la mia amica mi spiega che un ambien-
te squallido è uno misero, privo di grazia, cioè, bleak. Mi chiedo perchè bleak vuol dire squallido mentre squallido non è in effetti l'equivalente di squalid. La questione mi ri-
porta, dopo più di tre anni, al mio vocabolario inglese. Vedo che squalid, come squallido,
viene da squallore in latino. La definizione di squalid evoca qualcosa di lercio, fangoso.
Bleak, d'altronde, ha una radice norrena. Vuole dire brullo, poco accogliente. Cioè squal-
lido.
Faccio un altro passo indietro e controllo il mio dizionario latino-inglese. Lì scopro che
squalidus si traduce "rough, dirty, foul, filthy": diciamo scabro, sudicio, schifoso, lurido.
Il mio ufficio è tutt'altro, lo trovo sterile. Subito dopo "squallore", nel vocabolario italia-
no, si trova "squalo", nome generico di pesci cartilaginei. Stranamente, bleak, oltre a si-
gnificare squallido, ha un doppio senso: è un pesce europeo.
Il mio ufficio resta bleak in inglese, squallido in italiano. Un ambiente privo di ornamenti
che mi fa riflettere comunque sulla ricchezza delle parole, sulle loro origini, sulle loro sfu
mature e sulle parentele che le legano, separano, trasformano.
Lucianone
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martedì 5 aprile 2016
giovedì 31 marzo 2016
L'Opinione del Giovedì - Su Paesi sempre più populisti e dittatori più o meno minacciosi. Perchè, e come comportarsi e reagire
31 marzo '16 - giovedì 31st March / Thursday
Ungheria, Slovenia, Polonia e, in parte, Repubblica Ceca. Sono i Paesi dell'Est euro-
peo in cui sta montando il populismo, o è già montato del tutto come in quello unghe-
rese. Di solito è la destra (all'inizio sono movimenti di destra) quella più estremista,
che prende il sopravvento e fa valere la sua ideologia razzista, di intransigente nazio-
nalismo che dunque comprende un forte sentimento anti-immigrati, di qualsiasi pro-
venienza essi siano. Quel che colpisce è proprio il fatto che siano tutti Paesi dell'Est
europeo, e che quindi hanno conosciuto tutti, in intensità maggiore o minore, la vio-
lenza atroce e distruttiva del nazismo hitleriano.
Continua... to be continued...
Ungheria, Slovenia, Polonia e, in parte, Repubblica Ceca. Sono i Paesi dell'Est euro-
peo in cui sta montando il populismo, o è già montato del tutto come in quello unghe-
rese. Di solito è la destra (all'inizio sono movimenti di destra) quella più estremista,
che prende il sopravvento e fa valere la sua ideologia razzista, di intransigente nazio-
nalismo che dunque comprende un forte sentimento anti-immigrati, di qualsiasi pro-
venienza essi siano. Quel che colpisce è proprio il fatto che siano tutti Paesi dell'Est
europeo, e che quindi hanno conosciuto tutti, in intensità maggiore o minore, la vio-
lenza atroce e distruttiva del nazismo hitleriano.
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Sport - calcio / Serie A - 30^ giornata 2015/16
31 marzo '16 - giovedì 31st March / Thursday visione post - 8
Risultati delle partite
Empoli 0 Roma 1 Atalanta 2 Frosinone 0 Verona H. 1
Palermo 0 Inter 1 Bologna 0 Fiorentina 0 Carpi 2
Sampdoria 0 Sassuolo 1 Torino 1 Napoli 3 Milan 1
Chievo 1 Udinese 1 Juventus 4 Genoa 1 Lazio 1
CLASSIFICA
Juventus 70 / Napoli 67 / Roma 60 / Fiorentina, Inter 55 / Milan 49 /
Sassuolo 45 / Lazio 42 / Chievo 38 / Bologna, Empoli 36 / Genoa 34 /
Torino, Atalanta 33 / Sampdoria 32 / Udinese 31 / Carpi, Palermo 28 /
Frosinone 27 / Verona H. 19
Il Commento
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Risultati delle partite
Empoli 0 Roma 1 Atalanta 2 Frosinone 0 Verona H. 1
Palermo 0 Inter 1 Bologna 0 Fiorentina 0 Carpi 2
Sampdoria 0 Sassuolo 1 Torino 1 Napoli 3 Milan 1
Chievo 1 Udinese 1 Juventus 4 Genoa 1 Lazio 1
CLASSIFICA
Juventus 70 / Napoli 67 / Roma 60 / Fiorentina, Inter 55 / Milan 49 /
Sassuolo 45 / Lazio 42 / Chievo 38 / Bologna, Empoli 36 / Genoa 34 /
Torino, Atalanta 33 / Sampdoria 32 / Udinese 31 / Carpi, Palermo 28 /
Frosinone 27 / Verona H. 19
Il Commento
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mercoledì 30 marzo 2016
Inchiesta / Società-metropoli - No agli Smart district?
30 marzo '16 - mercoledì 30th March / Wednesday visione post - 47
LA FOLLIA DEGLI SMART DISTRICT
Sono in tutte le più grandi metropoli del mondo.
Fanno ricerca, innovazione, affari. Ma in molti
ormai li accusano di distruggere il tessuto sociale.
(da DRepubblica - 6/12/2014 - di Mara Accettura)
Da Barcellona a Boston, da Stoccolma a Seattle, da Seul a Medellin ogni città ne vanta
uno e se non ce l'ha apre un cantiere per realizzarlo. I distretti di innovazione sono di-
ventati il sogno degli urbanisti visionari di tutto il mondo: Quartieri dove ricerca e svi-
luppo si incrociano col business, dove istituzioni di ricerca e società affermate si mi-
schiano a start up, incubatori e acceleratori di business. Enclavi prlogressiste, giovani
e smart con free wifi e energia pulita, con l'obiettivo di incrementare la forza lavoro
del XXI secolo. Creare il futuro. Posti dove i nuovi Mark Zuckerberg di mattina fanno
l'università. di pomeriggio brainstorming negli uffici di fronte, e magari si inventano
la prossima app nello Starbucks sulla via principale e la sera vanno a cena con un inve-
stitore al ristotrante fusion dietro l'angolo. Una specie di utopia (o incubo a seconda dei
punti di vista) organizzata. - "Negli ultimi 50 anni il panorama dell'innovazione è stato
dominato da posti come la Silicon Valley", dice Bruce Katz, vicepresidente di Brookings
Institution e autore di The Metropolitan Revolution, "distretti periferici, campus isolati,
parchi di ricerca perfetti solo per le macchine, con poca enfasi sull'integrazione del lavo-
ro con la vita. Oggi assistiamo all'ascesa di un modello nuovo: dove le istituzioni di ri-
cerca più all'avanguardia sono vicine a start up e incubatori di business. Il tutto in posti
facilmente accessibili che contengono anche abitazioni, uffici e luoghi di intrattenimento".
Secondo il Brookins Institute, che ha pubblicato una lunga relazione, Cities as a Lab, De-
signing the Innovation Economy, le ragioni di questa esplosione sono tante: la nostra eco-
nomia più avanzata è naturalmente "aperta: premia la collaborazione, ha un forte appe-
tito per la vicinanza e l'integrazione che favorisce lo scambio veloce e simultaneo delle
idee. Non per niente una società come Pfizer si è trasferita vicino al Mit di Cambridge, a
due passi daòl gigante farmaceutico Novartis. Google ha aperto un megaufficio satellite
vicino alla Carnegie Mellon a Pittsburgh. E' il motivo per cui Pinterest ha lasciato la Si-
licon Valley per spostarsi a San Francisco vicino a Twitter e Salesforce.com. E' tramon-
tata l'era dell'inventore che crea in solitudine nel garage di casa. E anche i piccoli im-
prenditori arrivano a frotte in questi spazi collaborativi dove possono ridurre i rischi,
condividere i costi, avere accesso al capitale e mescolarsi ad altri inventori come nel ca-
so del Cambridge Innovation Center che ospita più di 600 società o del Benjamin's Desk
di Philadelphia, e 1871 a Chicago.
Il fenomeno della concentrazione si sposa a un grande cambiamento demografico: il
ritorno in città. Sempre più gente, parliamo del 40 per cento dei Millennials ma anche
di coppie senza figli e anziani, aspira a vivere in uno spazio urbano, dove tutto è colle-
gato e facilmente raggiungibile a piedi. - I distretti di innovazione, però, non sono tutti
uguali. "Li abbiamo divisi in tre gruppi", dice Julie Wagner, coautrice di Cities as a Lab,
"ci sono gli anchor plus, quelli che ospitano anche Università e Centri di ricerca che com-
mercializzano l'innovazione, come Boston col MIT, quelli che hanno reinventato il pae-
saggio urbano, come 22@Barcellona, che nel sito aveva un'industria tessile, e i parchi del-
la scienza urbani, come il Kista di Stoccolma. Ognuno ha i suoi punti di forza e altri su
cui deve lavorare. tutti si sforzano di creare un sistema collaborativo che sia inclusivo e
propaghi benessere nei quartieri circostanti". E' fiero Bert-Jan Woertman direttore del-
la comunicazione dellìHigh Tech Campus di Eindhoven, Olanda, che si è guadagnato la
reputazione del chilometro quadrato più smart di tutta Europa. "Fino al 2003 il panora-
ma di Eindhoven era dominato dal quartier generale di Philips. Nel giro di 11 anni il
il Campus ha cambiato il volto della città. Ha portato 10mila persone che provengono
da 80 stati diversi del mondo e lavorano per 135 diverse società, tra cui IBM, Philips,
Intel, tutte raggiungibili in bicicletta. La concentrazione favorisce il networking, che noi
stimoliamo anche tramite seminari, eventi sportivi e culturali. Il risultato è che Eindho-
ven produce il numero più alto di brevetti pro capite nel mondo al ritmo di quattro ri-
chioeste al giorno", dice. "Anche Seattle è un caso esemplare", interviene Enrico Mo-
retti, professore di Economia alla University of california, Berkeley, e autore di La nuova
geografia del lavoro (Mondadori). "Negli anni 70 Seattle sembrava la Detroit di oggi. Poi
è arrivato Bill gates, e Microsoft ha riportato ai fasti la città. Ma è difficile creare una Si-
licon Valley dal nulla perchè è difficile scommettere sulla "next big thing". Il mondo si
muove veloce. Io non so quale sarà il settore trainante del futuro e quali le imprese vin-
centi, ma di certo l'innovazione verrà creata dove c'è un alto tasso di scolarizzazione, una
forza lavoro flessibile e una pressione fiscale non opprimente".
Secondo alcuni gli innovation district sono tutto fumo e niente arrosto. "Ma davvero
raggruppare un pò di persone in edifici cittadini è il modo di far volare scintille crea-
tive?", si è chiesta Elizabeth Winkler su The New Republic. Secondo lei la collabora-
zione sarebbe una mera distrazione: le invenzioni più geniali in realtà sono opera di
maverick, persone fuori dal coro come Steve Jobs. "Il vero catalizzatore dell'innova-
zione è la solitudine, perchè permette alle persone di portare al limite la loro perfor-
mance e il loro potenziale", dice. E citando Il potere degli introversi di Susan Cain
aggiunge che "il pensiero di gruppo minaccia di soffocare la produttività, perchè ele-
va lo spirito di collaborazione su tutto il resto. Steve Wozniak di Apple non ha creato
il primo pc in mezzo a una marea di persone ma ha lavorato per mesi e mesi da solo".
Una cosa è certa: anche se non producono Steve Jobs a frotte, i distretti di innova-
zione accelerano la crescita economica. Non a caso John Summers, direttore di The
Baffler, magazine di sinistra, li ha soprannominati Zuckerstan senza Zuckerberg,
enclavi esclusive orientate al business più che alla vera innovazione. Lui, che vive
a Cambridge, Massachusetts, ha assistito allo stravolgimento della sua città, rac-
contandolo in uno dei saggi di No Future for You: Salvos from hTe Baffler. "Gratta-
cieli aziendali tutti uguali stile Frank Gehry proliferano come funghi. Gli impren-
ditori che ci lavorano sono quasi tutti maschi, bianchi, senza figli, workhaolic
che rimangono in città per poi emigrare in un altro distretto. Parliamo di quar-
tieri senz'anima, l'antitesi dello spirito di comunità. Negli ultimi anni ho visto i
prezzi delle case schizzare verso l'alto, al punto che le famiglie con bambini emi-
grano. I negozi tradizionali sono stati sostituiti da centri commerciali e cocktail
bar. La povertà e il numero dei senzatetto sono cresciuti. Gli innovation district
nascondono la privatizzazione dietro la foglia di fico della collaborazione. Hanno
costi molto alti: la disintegrazione del tessuto sociale di una città". Nella vicina
Boston, scrive il Boston Globe, "mentre le società farmaceutiche globali costrui-
scono nuovi laboratori, giganti di internet come Google e Twitter si espandono,
e le start up si accaparrano uffici ad affitti stellari, le famiglie che vivono all'om-
bra di questa economia e che affluiscono ai discount alimentari sono triplicate
negli ultimi dieci anni. La lista d'attesa per le case popolari è raddoppiata, i letti
nei rifugi dell'Esercito della salvezza sono sempre pieni".
Allora che tipo di innovazione producono questi distretti? Inutile farsi illusioni.
"Solo quella che crea ricchezza: quindi che coopta grandi donatori e remunera
gli investitori". L'importante insomma è che i soldi circolino. Summers cita il
caso di Novartis, colosso farmaceutico che finanziando la ricerca a suon di mi-
lioni è diventato praticamente impermeabile a qualsiasi critica.
"Io la ricaduta benefica sulla città non la vedo affatto", conclude Summers, "la
verità è una: noi, i vecchi residenti, che viviamo accanto a questi distretti e svol-
giamo lavori più tradizionali, ci sentiamo come aragoste in una vasca dove la
temperatura dell'acqua si alza sempre di più".
Riflessioni personali
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LA FOLLIA DEGLI SMART DISTRICT
Sono in tutte le più grandi metropoli del mondo.
Fanno ricerca, innovazione, affari. Ma in molti
ormai li accusano di distruggere il tessuto sociale.
(da DRepubblica - 6/12/2014 - di Mara Accettura)
Da Barcellona a Boston, da Stoccolma a Seattle, da Seul a Medellin ogni città ne vanta
uno e se non ce l'ha apre un cantiere per realizzarlo. I distretti di innovazione sono di-
ventati il sogno degli urbanisti visionari di tutto il mondo: Quartieri dove ricerca e svi-
luppo si incrociano col business, dove istituzioni di ricerca e società affermate si mi-
schiano a start up, incubatori e acceleratori di business. Enclavi prlogressiste, giovani
e smart con free wifi e energia pulita, con l'obiettivo di incrementare la forza lavoro
del XXI secolo. Creare il futuro. Posti dove i nuovi Mark Zuckerberg di mattina fanno
l'università. di pomeriggio brainstorming negli uffici di fronte, e magari si inventano
la prossima app nello Starbucks sulla via principale e la sera vanno a cena con un inve-
stitore al ristotrante fusion dietro l'angolo. Una specie di utopia (o incubo a seconda dei
punti di vista) organizzata. - "Negli ultimi 50 anni il panorama dell'innovazione è stato
dominato da posti come la Silicon Valley", dice Bruce Katz, vicepresidente di Brookings
Institution e autore di The Metropolitan Revolution, "distretti periferici, campus isolati,
parchi di ricerca perfetti solo per le macchine, con poca enfasi sull'integrazione del lavo-
ro con la vita. Oggi assistiamo all'ascesa di un modello nuovo: dove le istituzioni di ri-
cerca più all'avanguardia sono vicine a start up e incubatori di business. Il tutto in posti
facilmente accessibili che contengono anche abitazioni, uffici e luoghi di intrattenimento".
Secondo il Brookins Institute, che ha pubblicato una lunga relazione, Cities as a Lab, De-
signing the Innovation Economy, le ragioni di questa esplosione sono tante: la nostra eco-
nomia più avanzata è naturalmente "aperta: premia la collaborazione, ha un forte appe-
tito per la vicinanza e l'integrazione che favorisce lo scambio veloce e simultaneo delle
idee. Non per niente una società come Pfizer si è trasferita vicino al Mit di Cambridge, a
due passi daòl gigante farmaceutico Novartis. Google ha aperto un megaufficio satellite
vicino alla Carnegie Mellon a Pittsburgh. E' il motivo per cui Pinterest ha lasciato la Si-
licon Valley per spostarsi a San Francisco vicino a Twitter e Salesforce.com. E' tramon-
tata l'era dell'inventore che crea in solitudine nel garage di casa. E anche i piccoli im-
prenditori arrivano a frotte in questi spazi collaborativi dove possono ridurre i rischi,
condividere i costi, avere accesso al capitale e mescolarsi ad altri inventori come nel ca-
so del Cambridge Innovation Center che ospita più di 600 società o del Benjamin's Desk
di Philadelphia, e 1871 a Chicago.
Il fenomeno della concentrazione si sposa a un grande cambiamento demografico: il
ritorno in città. Sempre più gente, parliamo del 40 per cento dei Millennials ma anche
di coppie senza figli e anziani, aspira a vivere in uno spazio urbano, dove tutto è colle-
gato e facilmente raggiungibile a piedi. - I distretti di innovazione, però, non sono tutti
uguali. "Li abbiamo divisi in tre gruppi", dice Julie Wagner, coautrice di Cities as a Lab,
"ci sono gli anchor plus, quelli che ospitano anche Università e Centri di ricerca che com-
mercializzano l'innovazione, come Boston col MIT, quelli che hanno reinventato il pae-
saggio urbano, come 22@Barcellona, che nel sito aveva un'industria tessile, e i parchi del-
la scienza urbani, come il Kista di Stoccolma. Ognuno ha i suoi punti di forza e altri su
cui deve lavorare. tutti si sforzano di creare un sistema collaborativo che sia inclusivo e
propaghi benessere nei quartieri circostanti". E' fiero Bert-Jan Woertman direttore del-
la comunicazione dellìHigh Tech Campus di Eindhoven, Olanda, che si è guadagnato la
reputazione del chilometro quadrato più smart di tutta Europa. "Fino al 2003 il panora-
ma di Eindhoven era dominato dal quartier generale di Philips. Nel giro di 11 anni il
il Campus ha cambiato il volto della città. Ha portato 10mila persone che provengono
da 80 stati diversi del mondo e lavorano per 135 diverse società, tra cui IBM, Philips,
Intel, tutte raggiungibili in bicicletta. La concentrazione favorisce il networking, che noi
stimoliamo anche tramite seminari, eventi sportivi e culturali. Il risultato è che Eindho-
ven produce il numero più alto di brevetti pro capite nel mondo al ritmo di quattro ri-
chioeste al giorno", dice. "Anche Seattle è un caso esemplare", interviene Enrico Mo-
retti, professore di Economia alla University of california, Berkeley, e autore di La nuova
geografia del lavoro (Mondadori). "Negli anni 70 Seattle sembrava la Detroit di oggi. Poi
è arrivato Bill gates, e Microsoft ha riportato ai fasti la città. Ma è difficile creare una Si-
licon Valley dal nulla perchè è difficile scommettere sulla "next big thing". Il mondo si
muove veloce. Io non so quale sarà il settore trainante del futuro e quali le imprese vin-
centi, ma di certo l'innovazione verrà creata dove c'è un alto tasso di scolarizzazione, una
forza lavoro flessibile e una pressione fiscale non opprimente".
raggruppare un pò di persone in edifici cittadini è il modo di far volare scintille crea-
tive?", si è chiesta Elizabeth Winkler su The New Republic. Secondo lei la collabora-
zione sarebbe una mera distrazione: le invenzioni più geniali in realtà sono opera di
maverick, persone fuori dal coro come Steve Jobs. "Il vero catalizzatore dell'innova-
zione è la solitudine, perchè permette alle persone di portare al limite la loro perfor-
mance e il loro potenziale", dice. E citando Il potere degli introversi di Susan Cain
aggiunge che "il pensiero di gruppo minaccia di soffocare la produttività, perchè ele-
va lo spirito di collaborazione su tutto il resto. Steve Wozniak di Apple non ha creato
il primo pc in mezzo a una marea di persone ma ha lavorato per mesi e mesi da solo".
Una cosa è certa: anche se non producono Steve Jobs a frotte, i distretti di innova-
zione accelerano la crescita economica. Non a caso John Summers, direttore di The
Baffler, magazine di sinistra, li ha soprannominati Zuckerstan senza Zuckerberg,
enclavi esclusive orientate al business più che alla vera innovazione. Lui, che vive
a Cambridge, Massachusetts, ha assistito allo stravolgimento della sua città, rac-
contandolo in uno dei saggi di No Future for You: Salvos from hTe Baffler. "Gratta-
cieli aziendali tutti uguali stile Frank Gehry proliferano come funghi. Gli impren-
ditori che ci lavorano sono quasi tutti maschi, bianchi, senza figli, workhaolic
che rimangono in città per poi emigrare in un altro distretto. Parliamo di quar-
tieri senz'anima, l'antitesi dello spirito di comunità. Negli ultimi anni ho visto i
prezzi delle case schizzare verso l'alto, al punto che le famiglie con bambini emi-
grano. I negozi tradizionali sono stati sostituiti da centri commerciali e cocktail
bar. La povertà e il numero dei senzatetto sono cresciuti. Gli innovation district
nascondono la privatizzazione dietro la foglia di fico della collaborazione. Hanno
costi molto alti: la disintegrazione del tessuto sociale di una città". Nella vicina
Boston, scrive il Boston Globe, "mentre le società farmaceutiche globali costrui-
scono nuovi laboratori, giganti di internet come Google e Twitter si espandono,
e le start up si accaparrano uffici ad affitti stellari, le famiglie che vivono all'om-
bra di questa economia e che affluiscono ai discount alimentari sono triplicate
negli ultimi dieci anni. La lista d'attesa per le case popolari è raddoppiata, i letti
nei rifugi dell'Esercito della salvezza sono sempre pieni".
Allora che tipo di innovazione producono questi distretti? Inutile farsi illusioni.
"Solo quella che crea ricchezza: quindi che coopta grandi donatori e remunera
gli investitori". L'importante insomma è che i soldi circolino. Summers cita il
caso di Novartis, colosso farmaceutico che finanziando la ricerca a suon di mi-
lioni è diventato praticamente impermeabile a qualsiasi critica.
"Io la ricaduta benefica sulla città non la vedo affatto", conclude Summers, "la
verità è una: noi, i vecchi residenti, che viviamo accanto a questi distretti e svol-
giamo lavori più tradizionali, ci sentiamo come aragoste in una vasca dove la
temperatura dell'acqua si alza sempre di più".
Riflessioni personali
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domenica 27 marzo 2016
Ultime notizie - dal Mondo / Latest news
27 marzo '16 - domenica 27th March / Sunday visione post - 7
PAKISTAN - Lahore
Strage jiadista nel parco dei bambini: almeno 69 morti, molti cristiani.
Un'esplosione nell'Iqbal Park, gremito di gente. Il kamikaze si è fatto
saltare vicino alla zona dei bambini. La rivendicazione dei talebani.
Tra i feriti e le vittime numerosi credenti che erano lì a festeggiare la
Pasqua. Il Vaticano: "Una strage orribile".
BELGIO - Bruxelles
Scontri tra polizia e hooligan. Calpestati i fiori per le vittime della strage
di Bruxelles del 22 marzo. L'estrema destra a piazza della Borsa nonostante il divieto.
Anche questo è successo durante la mobilitazione di holligans e neonazisti a piazza della Borsa a Bruxelles: calpestati i fiori e le candele a ricordo delle vittime degli attacchi del 22 marzo. Le foto immortalano giovani, cappelli o cappucci in testa, mentre camminano sopra quello che è diventato il memoriale per i 31 morti degli attentati terroristici nella capitale belga (Ap).
PAKISTAN - Lahore
Strage jiadista nel parco dei bambini: almeno 69 morti, molti cristiani.
Un'esplosione nell'Iqbal Park, gremito di gente. Il kamikaze si è fatto
saltare vicino alla zona dei bambini. La rivendicazione dei talebani.
Tra i feriti e le vittime numerosi credenti che erano lì a festeggiare la
Pasqua. Il Vaticano: "Una strage orribile".
BELGIO - Bruxelles
Scontri tra polizia e hooligan. Calpestati i fiori per le vittime della strage
di Bruxelles del 22 marzo. L'estrema destra a piazza della Borsa nonostante il divieto.
Anche questo è successo durante la mobilitazione di holligans e neonazisti a piazza della Borsa a Bruxelles: calpestati i fiori e le candele a ricordo delle vittime degli attacchi del 22 marzo. Le foto immortalano giovani, cappelli o cappucci in testa, mentre camminano sopra quello che è diventato il memoriale per i 31 morti degli attentati terroristici nella capitale belga (Ap).
LIBIA - Tripoli
L'aeroporto di Tripoli chiuso 6 ore / Bloccato aereo premier
Lo scalo è rimasto bloccato per ragioni di sicurezza dalle 8
alle 14 di domenica. Fonti locali riferiscono che mezzi sarebbero
stati schierati sulla pista dello scalo della capitale per impedire
l'atterraggio del premier designato Fayyez al Serraj.
Lucianone
sabato 26 marzo 2016
Istruzione / inchiesta - Per gli Inglesi: solo lingua inglese, no other languages!
26 marzo '16 - sabato 26th March / Saturday visione post - 10
Allarme di Londra: "Senza imparare altre lingue,
a rischio sicurezza e prosperità"
(da la Repubblica - 21/11/2013 - Alessandra Baduel)
IMPARA l'inglese e girerai il mondo, magari trovando anche lavoro; si promette
ai ragazzi. Ma chi l'inglese lo sa dalla nascita, perchè dovrebbe imparare altre lingue?
Perchè saranno presto "di cruciale importanza per la nostra prosperità, la nostra sicu-
rezza e la nostra influenza a livello globale", come dice agli inglesi e al loro governo un
rapporto allarmato del British Council, appena uscito con le cifre di un desolante son-
daggio. Commissionata appositamente a YouGov, l'inchiesta rivela che tre inglesi su
quattro non parlano nessuna delle dieci "Lingue per il futuro" che danno il titolo alla
ricerca. Si tratta di idiomi europei come spagnolo, portoghese, francese, tedesco e ita-
liano, ma anche di arabo, cinese, giapponese, turco e russo. Sono i linguaggi che il Bri-
tish Council definisce "vitali" per i prossimi vent'anni economici, geopoliotici e anche
educativi e culturali del Regno Unito. In vevce, come YouGov certifica con un campio-
ne di 4.000 adulti intervistati, solo il 15% riesce a tenere una conversazione in france-
se, il 6% in tedesco, il 4% in spagnolo e il 2% in italiano. Le altre sei lingue sono par-
late da meno dell'1%. Prime incriminate della carenza sono le scuole. Come ha spie-
gato John Worne presentando il rapporto, dovrebbero includere più idiomi fra quelli
insegnati e dare a quelle materie la stessa importanza e lo stesso status di cui godono
scienza, matematica, tecnologia, ingegneria. Ma Worne accusa anche le aziende, che
non stimolano i propri dipendenti, e lo stesso governo, che non fa abbastanza per le-
gare l'insegnamento di una lingua a quel che può cambiare nella vita degli studenti,
aprendo maggiori opportunità per fare affari e vivere all'estero, oltre che per amplia-
re la loro cultura. "Se non agiamo, subiremo perdite sia economiche che culturali",
ha concluso Worne, spiegando che tutti devono contribuire a cambiare il clima, poli-
tici, mondo degli affari, genitori. Frasi mille volte ripetute nelle istituzioni educative
di tanti altri Paesi, forse tutti quelli che non sono fra i 53 dove l'inglese è madrelingua.
Ora però le cose stanno cambiando e anche negli Stati Uniti, dove il censimento del
2010 diceva che solo il 10% degli americani (immigrati esclusi) parla una seconda lin-
gua, il ministro per l'istruzione Arne Duncan chiede da anni di moltiplicare i corsi di
studio. Il rapporto del British Council spiega anche perchè quelle lingue sono utili,
con l'arabo "parlato da sei nazioni che per le nostre esportazioni valgono economica
mente 12 miliardi di sterline", più di Spagna, Cina o Italia, che pure sono considerate
importanti, Cina soprattutto. Al British Council si è affiancato anche il responsabile
dell'educazione della Premier League, Martyn Heather, avvisando che per i calciatori
sapere le lingue serve, per lavorare all'estero e magari diventare allenatori miliardari
mentre il ministero dell'Istruzione ha approfittato per avvisare gli inglesi che dal 2014
studiare una lingua straniera sarà obbligatorio dai sette ai 14 anni. Ma online i com-
menti alla notizia riportata da tutti i media britannici non sono dei più convinti.
"Ho lavorato a lungo all'estero, in Iraq, Kazakhstan, Azerbaijan", scrive un lettore del
sito di SkyNews "e li linguaggio di lavoro è il nostro. E' anche frustrante scoprire che è
inutile imparare il russo, per esempio, dato che i locvali non vedono l'ora di sedersi con
te a bere un tè e fare pratica d'inglese: lo considerano essenziale per il loro futuro".
Il PARERE di John Peter Sloan
Se fossi costretto a insegnare una lingua straniera a un inglese, ci proverei, ma mettendo
obbligatoriamente una birra sul tavolo e sperando che così si sciolga. Devo essere onesto:
davanti all'impresa di far studiare un connazionale riesco solo a spaventarmi. Per prima
cosa, va detto che per la maggior parte non sanno neppure la propria lingua. Il britanni-
co medio non conosce la nostra stessa grammatica, perchè sembra che non serva. GIA'
questa non è una buona premessa per lo studio di altri linguaggi. Poi bisogna aggiunge-
re che gli inglesi non pensano quasi mai all'ipotesi di vivere all'estero. E se poi ci vivono,
fanno di tutto per non accorgersene.
Lucianone
Allarme di Londra: "Senza imparare altre lingue,
a rischio sicurezza e prosperità"
(da la Repubblica - 21/11/2013 - Alessandra Baduel)
IMPARA l'inglese e girerai il mondo, magari trovando anche lavoro; si promette
ai ragazzi. Ma chi l'inglese lo sa dalla nascita, perchè dovrebbe imparare altre lingue?
Perchè saranno presto "di cruciale importanza per la nostra prosperità, la nostra sicu-
rezza e la nostra influenza a livello globale", come dice agli inglesi e al loro governo un
rapporto allarmato del British Council, appena uscito con le cifre di un desolante son-
daggio. Commissionata appositamente a YouGov, l'inchiesta rivela che tre inglesi su
quattro non parlano nessuna delle dieci "Lingue per il futuro" che danno il titolo alla
ricerca. Si tratta di idiomi europei come spagnolo, portoghese, francese, tedesco e ita-
liano, ma anche di arabo, cinese, giapponese, turco e russo. Sono i linguaggi che il Bri-
tish Council definisce "vitali" per i prossimi vent'anni economici, geopoliotici e anche
educativi e culturali del Regno Unito. In vevce, come YouGov certifica con un campio-
ne di 4.000 adulti intervistati, solo il 15% riesce a tenere una conversazione in france-
se, il 6% in tedesco, il 4% in spagnolo e il 2% in italiano. Le altre sei lingue sono par-
late da meno dell'1%. Prime incriminate della carenza sono le scuole. Come ha spie-
gato John Worne presentando il rapporto, dovrebbero includere più idiomi fra quelli
insegnati e dare a quelle materie la stessa importanza e lo stesso status di cui godono
scienza, matematica, tecnologia, ingegneria. Ma Worne accusa anche le aziende, che
non stimolano i propri dipendenti, e lo stesso governo, che non fa abbastanza per le-
gare l'insegnamento di una lingua a quel che può cambiare nella vita degli studenti,
aprendo maggiori opportunità per fare affari e vivere all'estero, oltre che per amplia-
re la loro cultura. "Se non agiamo, subiremo perdite sia economiche che culturali",
ha concluso Worne, spiegando che tutti devono contribuire a cambiare il clima, poli-
tici, mondo degli affari, genitori. Frasi mille volte ripetute nelle istituzioni educative
di tanti altri Paesi, forse tutti quelli che non sono fra i 53 dove l'inglese è madrelingua.
Ora però le cose stanno cambiando e anche negli Stati Uniti, dove il censimento del
2010 diceva che solo il 10% degli americani (immigrati esclusi) parla una seconda lin-
gua, il ministro per l'istruzione Arne Duncan chiede da anni di moltiplicare i corsi di
studio. Il rapporto del British Council spiega anche perchè quelle lingue sono utili,
con l'arabo "parlato da sei nazioni che per le nostre esportazioni valgono economica
mente 12 miliardi di sterline", più di Spagna, Cina o Italia, che pure sono considerate
importanti, Cina soprattutto. Al British Council si è affiancato anche il responsabile
dell'educazione della Premier League, Martyn Heather, avvisando che per i calciatori
sapere le lingue serve, per lavorare all'estero e magari diventare allenatori miliardari
mentre il ministero dell'Istruzione ha approfittato per avvisare gli inglesi che dal 2014
studiare una lingua straniera sarà obbligatorio dai sette ai 14 anni. Ma online i com-
menti alla notizia riportata da tutti i media britannici non sono dei più convinti.
"Ho lavorato a lungo all'estero, in Iraq, Kazakhstan, Azerbaijan", scrive un lettore del
sito di SkyNews "e li linguaggio di lavoro è il nostro. E' anche frustrante scoprire che è
inutile imparare il russo, per esempio, dato che i locvali non vedono l'ora di sedersi con
te a bere un tè e fare pratica d'inglese: lo considerano essenziale per il loro futuro".
Il PARERE di John Peter Sloan
Se fossi costretto a insegnare una lingua straniera a un inglese, ci proverei, ma mettendo
obbligatoriamente una birra sul tavolo e sperando che così si sciolga. Devo essere onesto:
davanti all'impresa di far studiare un connazionale riesco solo a spaventarmi. Per prima
cosa, va detto che per la maggior parte non sanno neppure la propria lingua. Il britanni-
co medio non conosce la nostra stessa grammatica, perchè sembra che non serva. GIA'
questa non è una buona premessa per lo studio di altri linguaggi. Poi bisogna aggiunge-
re che gli inglesi non pensano quasi mai all'ipotesi di vivere all'estero. E se poi ci vivono,
fanno di tutto per non accorgersene.
Lucianone
venerdì 25 marzo 2016
Riflessioni - Isis e jihadisti: gli europei traditori / Il Ponte sullo Stretto e Matteo Renzi
25 marzo '16 - venerdì 25th March / Friday visione post - 18
Mi fa notare un amico che la definizione più calzante eppure mai utilizzata, per
i francesi, i belgi, i tedeschi, gli europei che abbracciano il terrorismo jihadista,
è quella di traditori. Traditori delle patrie che li hanno visti nascere, li hanno cre-
sciuti e fatti studiare, traditori delle loro scuole e dei loro insegnanti, delle loro
città, dei loro quartieri e (spesso) delle loro famiglie, delle Costituzioni e delle
leggi che hanno garantito loro libertà di espressione, di movimento, di cultura.
Nessuna di queste leggi, nessuna delle scuole che hanno frequentato, nessuna
delle forme culturali e associative a loro disposizione ha mai avuto lo scopo di
impedire o soffocare una loro scelta religiosa, islamica o di qualunque altro ti-
po. Non reagiscono, dunque, a una persecuzione o a un divieto. Semplicemen-
te tradiscono, con odio e violenza puramente imputabili a loro, la libertà che
li ha cresciuti, la comunità plurale e tollerante che li ha ospitati.
Questa qualità di traditori li rende particolarmente odiosi. Sconsiglia la dicitu-
ra di "combattenti islamici", che ha qualcosa di aperto, di dichiarato e perfino
di nobile. Il tradimento si cova nell'ombra, nel rancore e nell'equivoco, e ap-
punto a tradimento si svela. Alto tradimento è l'imputazione con la quale la
quale la Francia e l'intera Europa dovrebbero processare quelli come Salah
Abdeslam.
(da la Repubblica - 22/03/'16 - L'Amaca / Michele Serra)
Ci mancava il Ponte sullo Stretto, evocato da Matteo Renzi nel libro "Donne
d'Italia" (?), la strenna 2015 di Bruno Vespa. Lo faremo - dice il premier - pe-
rò soltanto dopo che abbiamo sistemato un sacco di cose che si devono si-
stemare; tipo il dissesto idrogeologico e la viabilità ordinaria in Sicilia; dun-
que mai, pensa il lettore con un sospiro di sollievo. Ma nel frattempo si so-
no accesi, come le luminarie a Natale, centinaia di titoli online, "Renzi vuole
il Ponte", con codazzi di commenti infurentiti, Renzi come Berlusconi, Ren-
zi al servizio della mafia, Renzi cementificatore, Renzi puzzone, eccetera. E
chissà stamane nelle edicole.
Dunque il vero problema, a ben vedere, non è il Ponte sullo Stretto (che secondo
le prime proiezioni sarà realizzato attorno" al 2650, sotto la dominazione cinese);
è la sbalorditiva incautela con la quale Renzi butta lì, in due o tre frasi, una que-
stione gravata da milioni di tonnellate di superficialità, malaffare, offese ambien-
tali, propaganda ridicola, pregiudizi isterici. Va bene che la fonte ("Donne D'Ita-
glia") è autorevole e congrua, nonchè aggiornata sulle più recenti tendenze della
macroingegneria. Ma con tutti i tavoli della Leopolda a disposizione, possibile
che non ci sia nessuna anima buona che gli dica: mi raccomando Matteo, la co-
municazione politica non si fa a spanne, e nemmeno un tanto al chilo?
(da la Repubblica - 7/11/2015 - L'Amaca / Michele Serra)
Lucianone
Mi fa notare un amico che la definizione più calzante eppure mai utilizzata, per
i francesi, i belgi, i tedeschi, gli europei che abbracciano il terrorismo jihadista,
è quella di traditori. Traditori delle patrie che li hanno visti nascere, li hanno cre-
sciuti e fatti studiare, traditori delle loro scuole e dei loro insegnanti, delle loro
città, dei loro quartieri e (spesso) delle loro famiglie, delle Costituzioni e delle
leggi che hanno garantito loro libertà di espressione, di movimento, di cultura.
Nessuna di queste leggi, nessuna delle scuole che hanno frequentato, nessuna
delle forme culturali e associative a loro disposizione ha mai avuto lo scopo di
impedire o soffocare una loro scelta religiosa, islamica o di qualunque altro ti-
po. Non reagiscono, dunque, a una persecuzione o a un divieto. Semplicemen-
te tradiscono, con odio e violenza puramente imputabili a loro, la libertà che
li ha cresciuti, la comunità plurale e tollerante che li ha ospitati.
Questa qualità di traditori li rende particolarmente odiosi. Sconsiglia la dicitu-
ra di "combattenti islamici", che ha qualcosa di aperto, di dichiarato e perfino
di nobile. Il tradimento si cova nell'ombra, nel rancore e nell'equivoco, e ap-
punto a tradimento si svela. Alto tradimento è l'imputazione con la quale la
quale la Francia e l'intera Europa dovrebbero processare quelli come Salah
Abdeslam.
(da la Repubblica - 22/03/'16 - L'Amaca / Michele Serra)
Ci mancava il Ponte sullo Stretto, evocato da Matteo Renzi nel libro "Donne
d'Italia" (?), la strenna 2015 di Bruno Vespa. Lo faremo - dice il premier - pe-
rò soltanto dopo che abbiamo sistemato un sacco di cose che si devono si-
stemare; tipo il dissesto idrogeologico e la viabilità ordinaria in Sicilia; dun-
que mai, pensa il lettore con un sospiro di sollievo. Ma nel frattempo si so-
no accesi, come le luminarie a Natale, centinaia di titoli online, "Renzi vuole
il Ponte", con codazzi di commenti infurentiti, Renzi come Berlusconi, Ren-
zi al servizio della mafia, Renzi cementificatore, Renzi puzzone, eccetera. E
chissà stamane nelle edicole.
Dunque il vero problema, a ben vedere, non è il Ponte sullo Stretto (che secondo
le prime proiezioni sarà realizzato attorno" al 2650, sotto la dominazione cinese);
è la sbalorditiva incautela con la quale Renzi butta lì, in due o tre frasi, una que-
stione gravata da milioni di tonnellate di superficialità, malaffare, offese ambien-
tali, propaganda ridicola, pregiudizi isterici. Va bene che la fonte ("Donne D'Ita-
glia") è autorevole e congrua, nonchè aggiornata sulle più recenti tendenze della
macroingegneria. Ma con tutti i tavoli della Leopolda a disposizione, possibile
che non ci sia nessuna anima buona che gli dica: mi raccomando Matteo, la co-
municazione politica non si fa a spanne, e nemmeno un tanto al chilo?
(da la Repubblica - 7/11/2015 - L'Amaca / Michele Serra)
Lucianone
mercoledì 23 marzo 2016
Sport - Calcio / Serie A - 29^ giornata 2015/16
23 marzo '16 - mercoledì 23rd March / Wednesday visione post - 14
Risultati delle partite
Juventus 1 Empoli 1 Inter 2 Chievo 0 Carpi 2 Fiorentina 1
Sassuolo 0 Sampdoria 1 Bologna 1 Milan 0 Frosinone 1 Verona H. 1
Genoa 3 Udinese 1 Lazio 2 Palermo 0
Torino 2 Roma 2 Atalanta 0 Napoli 1
Il Commento
Continua... to be continued...
Risultati delle partite
Juventus 1 Empoli 1 Inter 2 Chievo 0 Carpi 2 Fiorentina 1
Sassuolo 0 Sampdoria 1 Bologna 1 Milan 0 Frosinone 1 Verona H. 1
Genoa 3 Udinese 1 Lazio 2 Palermo 0
Torino 2 Roma 2 Atalanta 0 Napoli 1
Il Commento
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venerdì 18 marzo 2016
DOSSIER - Ungheria: bambini soldati, ma non per gioco
18 marzo '16 - venerdì 18th March / Friday visione post - 36
Hanno tra i 10 e i 14 anni e già tengono il Kalashnikov in mano. Indossano un'uniforme
mimetica simile a quella del Magyar Honvèdsèg, l'esercito ungherese, e il pesante vecchio
elmetto di metallo eredità dell'Impero del Male sovietico e del Patto di Varsavia. Esercita-
zioni militari per teenager, ecco la nuova moda nell'Ungheria nazionalpopulista ed euro-
scettica del premier-autocrate Viktor Orbàn: che i giovani imparino la vita vivendo da
soldati.
Non soldati per gioco, soldati sul serio: sveglia alle 5 del mattino, combattimenti simulati
tutto il giorno con munizioni da esercitazione, scontri con l'artiglieria dell'immaginario
nemico. Il volto dell'Europa nazionalpopulista amata da Marine Le Pen, Salvini e Orbàn
in contrasto all'Europa unita sognata da Merkel, Junker e Renzi è anche questo. E se non
ci credete guardate le fotografie dei ragazzini con l'aria terrorizzata vestiti da guerrieri o
accasciati in branda nelle tende. Obbedienti agli ordini, ma con un volto che sembra chia-
mare papà e mamma in aiuto. Niente aiuto, invece: una volta che finisci nei campi para-
militari, che stanno conoscendo un boom nell'Ungheria di Orbàn, devi restarci per il tem-
po concordato. Come nella Legione francese straniera o nel Tèrcio spagnolo. Non pochi
bimbi e ragazzi ci vanno di propria volontà, se sono disperati senza famiglia degni di pa-
gine di Oliver Twist. Molti altri, però - la maggioranza - ci vengono portati per amore o
per forza dai genitori, e i pubblici poteri non dicono nulla. Figurarsi, chi può opporsi?
Certo non magistratura e polizia, normalizzate e ridotte all'obbedienza dall'autocrate. I giovani sono avviati ai campi paramilitari dai loro genitori o perchè la famiglia così ri-
sparmia (nel paese oltre il 40 per cento dei cittadini vive al di sotto di una soglia naziona-
le di povertà fissata ben al di sotto di quella tedesca o anche italiana), oppure perchè di
difesa della Patria e del rigore dell'obbedienza militare. Comandi tanto più duri in un ,
paese che affronta l'emergenza migranti con il Muro di lame di rasoio appena finito di
costruire, il paese il cui premier disprezza l'Europa liberal elogiando la Russia di Putin,
la Turchia di Erdogan o addirittura la Repubblica islamica iraniana come forme di go-
verno più stabili ed efficienti, e auspicando "istituzioni non liberali in nome della difesa
di sovranità e interessi della Nazione".
Sveglia alle 5, rancio, poi si comincia subito a sparare. Imparando a usare il kalashnikov
o le mitragliatrici o i cannoni per uccidere. Per vincere, non si sa contro chi. "Ho trascor-
so una settimana in uno di questi campi, ho condiviso emozioni e tensioni dei ragazzini
in uniforme, ho mangiato il rancio con loro, ho dormito con òloro nelle fredde, scomodis-
sime tende all'aperto, è stato durissimo", racconta il fotoreporter spagnolo Oriol Segon
Torra (autore delle immagini in queste pagine). "Li domina un'idea collettiva sulla socie-
tà europea radicalmente contrastante con la nostra, quella democratica e liberal", aggiun-
ge. E spiega: "Con il mio reportage ho tentato di narrare la trasformazione imposta a
quei giovani animi, con le testimonianze dei ragazzi nel momento in cui vivono, in quei
campi, un momento di svolta della loro crescita, costretti improvvisamente a confrontar-
si con un rigido sistema basato su gerarchia e competitività".
I centri di addestramento per i giovani sono solo un'istituzione patriottica che rafforza le
capacità di difesa nazionale e l'identificazione dei giovani nella nazione, minimizzano
i portavoce governativi. Zsòlt Horvath, capo di uno dei campi più importanti, vanta spes-
so il tutto esaurito nel suo centro d'addestramento militare. "Noi non difendiamo nè pro-
paghiamo idee politiche", ha detto a Kenoe Verseck, reporter critico , ungherese che ormai
scrive soprattutto per la stampa in lingua tedesca. "Le nostre idee di rigore e disciplina
possono essere fatte proprie da ogni partito, noi proponiamo solo che in Ungheria le idee
di ordine, disciplina e patriottismo vengano prese di nuovo sul serio".
Ore di combattimento simulato, con kalashnikov, bombe a mano e artiglieria, poi pausa
rancio, poi si combatte di nuovo contro il nemico immaginario. A sera l'ammainabandie-
ra al canto dell'inno nazionale, poi il silenzio. Così scorre nei campi paramilitari unghere-
si la vita di ragazzi tra i 10 e i 14 anni per i quali, in qualunque altro paese dell'Unione eu-
ropea, sarebbe normale mandare messaggi ai coetanei con lo smartphone, navigare in rete
tra social forum, giocare, al massimo partecipare ai war games con la playstation.
E' un'altra idea di società quella che sta prendendo piede in Ungheria, scrive Kenoe Ver-
seck su Cicero, la rivista politica più trendy tra le élites democratiche tedesche e centroeu-
ropee. Orbàn, sempre più spesso, viene chiamato "il capo" dai suoi. Riabilita l'ammiraglio
Horthy, cioè il dittatore antisemita che governò dal 1919 al 1944, e fu il principale alleato di Hitler sul fronte orientale e introdusse nel 1920 le prime leggi razziali.
Nell'Ungheria di Orbàn che l'Unione Europea tollera tra i suoi membri prosperano anche
altre organizzazioni paramilitari. Da gruppi di difesa civica orientati chiaramente verso l'e-
strema destra, alla temuta Magyar Gàrda (guardia magiara), forte gruppo paramilitare vici-
no a Jobbik. Ufficialmente proibita, tiene comunque sulla centralissima piazza degli Eroi di
Budapest ogni cerimonia pubblica di giuramento di nuove reclute, e specie nelle povere pro-
vince orientali organizza ronde intimidatorie contro i rom. I campi d'addestramento milita-
ri per soldati-bambini, che farebbero pensare prima all'Africa delle guerre tribali che non
all'Europa, hanno anche questa realtà politica come sfondo. Mentre l'Europa tace.
Continua... to be continued...
Hanno tra i 10 e i 14 anni e già tengono il Kalashnikov in mano. Indossano un'uniforme
mimetica simile a quella del Magyar Honvèdsèg, l'esercito ungherese, e il pesante vecchio
elmetto di metallo eredità dell'Impero del Male sovietico e del Patto di Varsavia. Esercita-
zioni militari per teenager, ecco la nuova moda nell'Ungheria nazionalpopulista ed euro-
scettica del premier-autocrate Viktor Orbàn: che i giovani imparino la vita vivendo da
soldati.
Non soldati per gioco, soldati sul serio: sveglia alle 5 del mattino, combattimenti simulati
tutto il giorno con munizioni da esercitazione, scontri con l'artiglieria dell'immaginario
nemico. Il volto dell'Europa nazionalpopulista amata da Marine Le Pen, Salvini e Orbàn
in contrasto all'Europa unita sognata da Merkel, Junker e Renzi è anche questo. E se non
ci credete guardate le fotografie dei ragazzini con l'aria terrorizzata vestiti da guerrieri o
accasciati in branda nelle tende. Obbedienti agli ordini, ma con un volto che sembra chia-
mare papà e mamma in aiuto. Niente aiuto, invece: una volta che finisci nei campi para-
militari, che stanno conoscendo un boom nell'Ungheria di Orbàn, devi restarci per il tem-
po concordato. Come nella Legione francese straniera o nel Tèrcio spagnolo. Non pochi
bimbi e ragazzi ci vanno di propria volontà, se sono disperati senza famiglia degni di pa-
gine di Oliver Twist. Molti altri, però - la maggioranza - ci vengono portati per amore o
per forza dai genitori, e i pubblici poteri non dicono nulla. Figurarsi, chi può opporsi?
Certo non magistratura e polizia, normalizzate e ridotte all'obbedienza dall'autocrate. I giovani sono avviati ai campi paramilitari dai loro genitori o perchè la famiglia così ri-
sparmia (nel paese oltre il 40 per cento dei cittadini vive al di sotto di una soglia naziona-
le di povertà fissata ben al di sotto di quella tedesca o anche italiana), oppure perchè di
difesa della Patria e del rigore dell'obbedienza militare. Comandi tanto più duri in un ,
paese che affronta l'emergenza migranti con il Muro di lame di rasoio appena finito di
costruire, il paese il cui premier disprezza l'Europa liberal elogiando la Russia di Putin,
la Turchia di Erdogan o addirittura la Repubblica islamica iraniana come forme di go-
verno più stabili ed efficienti, e auspicando "istituzioni non liberali in nome della difesa
di sovranità e interessi della Nazione".
Sveglia alle 5, rancio, poi si comincia subito a sparare. Imparando a usare il kalashnikov
o le mitragliatrici o i cannoni per uccidere. Per vincere, non si sa contro chi. "Ho trascor-
so una settimana in uno di questi campi, ho condiviso emozioni e tensioni dei ragazzini
in uniforme, ho mangiato il rancio con loro, ho dormito con òloro nelle fredde, scomodis-
sime tende all'aperto, è stato durissimo", racconta il fotoreporter spagnolo Oriol Segon
Torra (autore delle immagini in queste pagine). "Li domina un'idea collettiva sulla socie-
tà europea radicalmente contrastante con la nostra, quella democratica e liberal", aggiun-
ge. E spiega: "Con il mio reportage ho tentato di narrare la trasformazione imposta a
quei giovani animi, con le testimonianze dei ragazzi nel momento in cui vivono, in quei
campi, un momento di svolta della loro crescita, costretti improvvisamente a confrontar-
si con un rigido sistema basato su gerarchia e competitività".
I centri di addestramento per i giovani sono solo un'istituzione patriottica che rafforza le
capacità di difesa nazionale e l'identificazione dei giovani nella nazione, minimizzano
i portavoce governativi. Zsòlt Horvath, capo di uno dei campi più importanti, vanta spes-
so il tutto esaurito nel suo centro d'addestramento militare. "Noi non difendiamo nè pro-
paghiamo idee politiche", ha detto a Kenoe Verseck, reporter critico , ungherese che ormai
scrive soprattutto per la stampa in lingua tedesca. "Le nostre idee di rigore e disciplina
possono essere fatte proprie da ogni partito, noi proponiamo solo che in Ungheria le idee
di ordine, disciplina e patriottismo vengano prese di nuovo sul serio".
Ore di combattimento simulato, con kalashnikov, bombe a mano e artiglieria, poi pausa
rancio, poi si combatte di nuovo contro il nemico immaginario. A sera l'ammainabandie-
ra al canto dell'inno nazionale, poi il silenzio. Così scorre nei campi paramilitari unghere-
si la vita di ragazzi tra i 10 e i 14 anni per i quali, in qualunque altro paese dell'Unione eu-
ropea, sarebbe normale mandare messaggi ai coetanei con lo smartphone, navigare in rete
tra social forum, giocare, al massimo partecipare ai war games con la playstation.
E' un'altra idea di società quella che sta prendendo piede in Ungheria, scrive Kenoe Ver-
seck su Cicero, la rivista politica più trendy tra le élites democratiche tedesche e centroeu-
ropee. Orbàn, sempre più spesso, viene chiamato "il capo" dai suoi. Riabilita l'ammiraglio
Horthy, cioè il dittatore antisemita che governò dal 1919 al 1944, e fu il principale alleato di Hitler sul fronte orientale e introdusse nel 1920 le prime leggi razziali.
Nell'Ungheria di Orbàn che l'Unione Europea tollera tra i suoi membri prosperano anche
altre organizzazioni paramilitari. Da gruppi di difesa civica orientati chiaramente verso l'e-
strema destra, alla temuta Magyar Gàrda (guardia magiara), forte gruppo paramilitare vici-
no a Jobbik. Ufficialmente proibita, tiene comunque sulla centralissima piazza degli Eroi di
Budapest ogni cerimonia pubblica di giuramento di nuove reclute, e specie nelle povere pro-
vince orientali organizza ronde intimidatorie contro i rom. I campi d'addestramento milita-
ri per soldati-bambini, che farebbero pensare prima all'Africa delle guerre tribali che non
all'Europa, hanno anche questa realtà politica come sfondo. Mentre l'Europa tace.
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