lunedì 30 novembre 2015

Sport - calcio / Serie A - 14^ giornata - 2015/16

30 novembre '15 - lunedì             30th November / Monday

Risultati delle partite

Milan           4   Torino     2     Chievo     2     Empoli   1      Frosinone   3
Sampdoria   1   Bologna   0     Udinese   3     Lazio     0       Verona H.   2

Genoa   1     Palermo    0     Roma       0     Sassuolo      1     Napoli   2
Carpi    2     Juventus   3      Atalanta   2      Fiorentina    1     Inter      1

Classifica
Napoli   31  /   Inter   30  /   Fiorentina   29  /   Roma   27  /   Juventus   24  /   
Sassuolo, Milan   23  /   Torino, Atalanta   21  /   Lazio   19  /   Udinese, Empoli   18  / 
Chievo, Sampdoria, Genoa   16  /   Palermo   15  /   Frosinone   14  /   Bologna   13  /
Carpi   9  /   Verona H.   6



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ATTUALITA' / Riflessione e analisi - Mondi diversi che si incrociano ed ecco il cortocircuito / Ma l'escalation della differenza povertà-ricchezza è anche causa di terrorismo islamico?

30 novembre '15 - lunedì                30th November / Monday               visione post - 14

Come sono vicini quei due mondi lontani
In Europa per decenni abbiamo visto solo la pace. 
Altrove, una generazione è cresciuta tra le bombe.
Ora queste realtà diverse sono entrate in contatto.

(da l'Espresso - 26 / 11/ '15 - Roberto Saviano / L'antitaliano)
Roberto Bolano chiuse "Amuleto" con questa frase: "E anche se il canto che ascoltavo
parlava della guerra , delle imprese eroiche di un'intera generazione di giovani latino-
americani sacrificati, io capii che al di là di tutto, parlava del coraggio (,,,). E quel canto
è il nostro amuleto".      Quando colpiscono la vita con atti di forza, quando la storia ci   
presenta il conto  e  non capiamo  cosa  stiamo pagando, penso che abbiamo bisogno  di
canti e ancor di più di amuleti. E ne abbiamo bisogno perchè stiamo vivendo un corto-
circuito. Venerdì scorso per i fatti di Parigi, qualche settimana fa per l'aereo russo pre-
cipitato nel Sinai e per l'attacco kamikaze a Beirut, ad Aprile per il massacro nel cam-
pus di Garissa e per quello a Gennaio alla redazione di "Charlie Hebdo", reperivamo 
informazioni in tempo reale sui social. Venerdì scorso sapeva più l'adolescente con un
account Twitter che il giornalista che provava a contattare colleghi a Parigi per poter
dare informazioni attendibili. L'essere connessi e quindi idealmente vicinissimi, rende 
ancora più stridenti le diversità che vivono identiche generazioni di paesi separati che 
da poche ore di volo. E fa capire come l'umanità, oggi più che mai, si divida innanzitut-
to tra chi riconosce e chi non riconosce colpi di proiettile. L'umanità che sa riconoscere
colpi di pistola, colpi di mitra, colpi di artiglieria, la differenza tra una granata  e  una
bombola del gas che esplode, generazioni e generazioni di giovani in Libia, Egitto, Isra 
ele, Libano, Turchia, Palestina, Kosovo nati e cresciuti con questa conoscenza che i lo-
ro coetanei europei, vicinissimi non hanno. Quando parlo di Napoli come di territorio
in guerra, è esttamente a questo che mi riferisco. A Napoli un colpo di pistola lo ricono-
scono anche i bambini; invece al Bataclan, venerdì scorso, ci sono testimoni che riferi-
scono di aver sentito colpi di arma da fuoco ma di averli creduti effetti speciali. Di aver-
li creduti rumori innocui.
Ecco il cortocircuito: siamo una generazione  che sta vivendo  guerre su molti fronti,
eppure siamo nati per essere incapaci di imbracciare un fucile, di saperlo caricare, in-
capaci di riconoscere un bossolo o di mettere la sicura a un'arma. Siamo la speranza
partorita  dalla Seconda guerra mondiale, una speranza non solo abortita, ma anche
in larga parte incapace di leggere il presente che del passato è la logica conseguenza.
Questa superficialità ci ha portati a non essere nemmeno capaci di leggere l'inutilità
e persino la pericolosità di certe decisioni in politica estera, come ad esempio l'inva-
sione decisa da Bush e Blair dell'Iraq a guerra già vinta, contro Saddam Hussein già
sconfitto, con l'unico effetto di creare proselitismo  e  un sentimento antioccidentale
ancora più diffuso. Siamo in balia di interessi che a volte non comprendiamo, e a vol-
te siamo proprio noi i destinatari di certe azioni. Noi che abbiamo bisogno che ci si di-
ca che non si sta a braccia conserte, inattivi, mentre aspettiamo che la prossima bomba
ci cada in testa o che la prossima raffica di mitra pieghi le nostre già deboli volontà.
Del resto a Garissa, come in Francia, si è voluto colpire esattamente ciò per cui sono
iniziate le primavere arabe: ovvero l'affermazione della sacrosanta volontà di poter
scegliere come vivere. Gli attentati di Parigi non hanno preso di mira ambasciate o
parlamenti, non sono più questi i loro nemici, ma i luoghi della nostra felicità quoti-
diana. Hanno colpito prima un aereo di turisti di ritorno da una vacanza, poi a Bei-
rut hanno ammazzatpo 47 persone che si trovavano per strada. E in Francia un tea-
tro, poi un ristorante, lo stadio. Capiscono ciò per cui vale la pena vivere: la libertà
di scegliere  dove  andare in vacanza, a che ora uscire per fare la spesa, che musica 
ascoltare, che persona amare, dove andare a mangiare, come poter passare insieme 
il tempo. Ecco cosa hanno voluto attaccare.
Ecco perchè nessuna vacanza, nessun concerto e nessuna uscita possono essere date
per scontate: perchè ci sono persone, a poca distanza da noi, con cui ci capita di dia-
logare sui social, che questa libertà  non ce l'hanno  da molto tempo  o  non l'hanno 
mai avuta. Persone che decidono di lasciare i loro paesi e chiedono asilo a noi, pro-
prio perchè dove sono nati non possono vivere, figuriamoci se possono scegliere.
Un concerto, una cena, una partita di calcio sono la costituzione della libertà che
non appartiene solo a noi. Sono il segno della possibilità di scegliere. Ricordiamolo
ogni volta che siamo lì, semplicemente e superficialmente a vivere.

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La Storia - In Arabia Saudita, patria del petrolio: pena capitale con crocifissione per il giovane Ali

30 novembre '15 - lunedì            30th November / Monday               visione post - 11






(da la Repubblica - 25/09/'15  -  Il caso / Tahar Ben Jelloun)
Il caso fa le cose per bene: qualche giorno prima che Ali Mohammed Al Nimr, 20 anni,
nipote di un oppositore sciita del regime dell'Arabia Saudita, fosse condannato a essere
decapitato e poi crocifisso fino a putrefazione avvenuta, Faisal Bin Hassan Trad, l'amba-
sciatore saudita, è stato eletto a Ginevra presidente del Consiglio per i diritti umani delle
Nazioni Unite. Da parte di questa istituzione sempre più inefficace è una forma di umori-
smo nero un pò speciale. Un umorismo color petrolio. L'Arabia Saudita, da sempre gover-
nata dalla stessa famiglia, emette sentenze di morte a ogni piè sospinto. E' il paese che de-
tiene il record mondiale di esecuzioni capitali. Secondo i media e le associazioni per i dirit-
ti umani, quest'anno ci sono state 133 esecuzioni.
Il crimine di questo ragazzo (al momento dell'arresto aveva 17 anni) è di aver partecipato
a una manifestazione contro il regime.  La sentenza supera i limiti della comprensione. E' 
un assassinio. Quel ragazzo non ha ucciso, nè violentato, nè rubato. Ha solo partecipato a
una manifestazione nel corso della "primavera araba". Se sarà giustiziato, le Nazioni unite
dovrebbero perseguire l'Arabia saudita. Ma non lo faranno. 
Che cosa fare in questi casi? Lasciar correre, stare zitti, tenere un profilo basso per non per-
dere qualche contratto? Starsene dietro alla propria vigliaccheria e distogliere lo sguardo?
Ma è inammissibile. Per giudicare i governanti che hanno commesso crimini contro l'umani-
tà c'è la Corte penale internazionale: perchè non viene denunciato chi amministra la giusti-
zia in quel paese? - Già la condizione femminile è tra le più scandalose del mondo civile.  Il
fatto di esprimere un'opinione, di osare opporsi a un sistema arcaico, ancorchè perfettamen-
te aggiornato sotto il profilo tecnico, è punito con la morte. Ma nel caso del giovane Ali, la
punizione è già cominciata: prima sarà decapitato, poi crocifisso e infine lasciato agli uccelli
rapaci e alla putrefazione. Immaginiamo che cosa sta passando quest'uomo nell'anticamera
della morte: è già mezzo morto, morto di paura, morto di calvario anticipato. E' diventato il
simbolo della vittima la cui vita è stata confiscata da un regime in cui i diritti umani rientra-
no nella sfera del virtuale.
Anche se quello Stato ascoltasse le proteste internazionali e annullasse la condanna, resterà
il problema dell'esistenza di un sistena medievale che non si può nè criticare dall'interno nè
esautorare dall'esterno. Perchè è potente, molto potente. La ricchezza gli procura i miliardi
sufficienti a comprare qualsiasi cosa, dai beni materiali alle coscienze. Nessun Paese ha vo-
glia di contrastare l'Arabia Saudita. Sì, cè l'Iran, ma vorrebbe soppiantarla per diventare
il guardiano dei luoghi sacri e dei diritti umani non gli importa un fico.  Tutti i Paesi occi-
dentali hanno progetti di contratti con l'Arabia e non vogliono sacrificarli per la vita di un
ragazzo. Certo diversi capi di Stato hanno chiesto di annullare l'esecuzione di Ali, ma non
vogliono spingersi più in là di così. In quello risiede la potenza dell'Arabia Saudita. fa quel-
lo che vuole e non dà retta a nessuno.
Questa sentenza ricorda stranamente la condanna e l'esecuzione del grande poeta sufi (mi-
stico) del decimo secolo Al Hallaj.  Condannato a morte  per aver detto, parlando del suo 
amore per Dio, "Ana Al Haq" (Io sono la Verità), il suo corpo è stato evirato e crocifisso.
E' marcito al sole. Al Hallaj era impaziente di raggiungere Dio, perchè la sua passione per 
divinità l'aveva fatto rinunciare ai beni e ai piaceri materiali della vita.
Ma se le autorità saudite hanno deciso di crocifiggere Ali non è in omaggio al poeta sufi
ma semplicemente per crudeltà e arroganza. La loro potenza è nera come l'oro che li ri-
copre e che li rende così disumani.

Il Commento
di Luciano Finesso

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sabato 28 novembre 2015

Istruzione / Inglese-scuola - Proverbi inglesi

28 novembre '15 - sabato              28th November / Saturday             visione post - 13

Match the proverbs to the meanings
(collegare i proverbi ai loro significati)

Born with a silver spoon in your mouth   (A)

Every cloud has a silver lining                (B)

Everything in the garden is rosy            (C)

A rose by any other name would smell as sweet     (D)

The proof of the pudding is in the eating               (E)

A stitch in time (saves nine)                                  (F)

Great oaks from little acorns grow                     (G)

Better safe than sorry                                          (H) 
_______________________________________________________
_______________________________________________________

This is the RIGHT SOLUTION

What is important is what things or people are, not what they are called
____D_____

It is wiser to be too careful than to act too quickly and do something you may later regret
___H______ 

Having rich parents
____A_____

It is better to deal with something immediately because if you wait it may become worse
____F_____

You can only judge  if something is good or bad by trying it
___E______ 

Every sad or difficult situation has a positive side
___B______

Everything is fine
____C_____

Something large and successful often begins in a small way
___G______   


Lucianone

venerdì 27 novembre 2015

SCIENZE / natura - Un'autostrada per le api

26 novembre '15 - giovedì              26th November / Thursda                visione post - 9

NORVEGIA -  Percorsi protetti
Un'autostrada per le api

U'autostrada per le api attraverserà Oslo. Non si tratta, ovviamente, di una vera strada,
ma di un percorso fatto di piccoli habitat accoglienti, giardini pubblici e privati e tetti 
ricoperti d'erba, pensato per facilitare l'attraversamento della città agli insetti impolli-
natori, in difficoltà per via dei pesticidi e dei cambiamenti del clima e degli habitat.
L'idea, promossa dal gruppo ambientalista norvegese Bybi, è quella di offrire agli
insetti una quantità sufficiente di alveari e aree verdi dove nutrirsi e trovare riparo
durante il loro passaggio in città: Una società, per esempio, ha messo a disposizio-
ne un terrazzo al 12° piano di un palazzo ricoprendolo di piante e dotandolo di due
alveari da 45 mila api. Gli organizzatori hanno anche realizzato un sito (www.pol-
linatorpassasjen.no) per coordinare l'iniziativa.
La libertà di movimento delle api in regioni dove gli habitat sono compromessi da 
trasformazioni agricole, crescita delle temperature e uso massiccio dei pesticidi è
cruciale perchè non si aggravi una situazione già drammatica: dal 2006 a oggi in
Europa e negli Usa ogni anno gli apicoltori hanno perso oltre un terzo delle loro
colonie.
(da 'il Venerdì-la Repubblica' - 21 agosto '15 - scienze / Giuliano Aluffi)

Pollinationn.jpg


Lucianone

mercoledì 25 novembre 2015

L'Opinione del Giovedì - L'effetto 13 novembre: il mondo occidentale europeo non sarà più quello di prima

26 novembre '15 - giovedì            26th November / Thursday               visione post - 9


(di Luciano Finesso)
Effetti catastrofici, effetti paralleli:
11 settembre 2001 - 13 novembre 2015,
14 anni di distanza non cambiano le somiglianze,
ma approfondiscono le ansie per un mondo sempre più insicuro

C'è un Prima e c'è un Dopo, c'è un Ieri e c'è un Domani. Nel mezzo c'è un
Oggi o se vogliamo un Presente che è un continuo pericoloso spartiacque.
Non è più così semplice vivere  un Oggi permanentemente insicuro  e  dunque fragile,  ed
essere immersi in un Presente quotidiano che non dà più alcun riferimento minimamente
certo per quanto riguarda la nostra stessa vita.  IN QUESTO CASO la differenza tra le 2 
date che finora hanno segnato come solchi i primi 15 anni del nostro secolo, è più marcata
proprio per il senso di insicurezza totale (allora era solo parziale) che si respira sempre di
più in questi anni di "terrorismo quotidiano".

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Sport - calcio / Serie A - 13^ giornata - 2015/16

27 novembre '15 - venerdì           27th November / Friday                 visione post - 14

Risultati delle partite
Bologna   2     Juventus   1     Verona H.   0     Atalanta     0   Carpi      1     Fiorentina    2
Roma       2     Milan        0     Napoli         2     Torino       1   Chievo   2     Empoli         2

Genoa       2     Lazio        1     Udinese        1     Inter           4
Sassuolo   1     Palermo   1     Sampdoria   0     Frosinone   0





IL  Commento

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lunedì 23 novembre 2015

Ultime notizie - dall'Italia e dal Mondo / Latest news

23 novembre '15 - lunedì           23 rd November / Monday                visione post - 17

VENEZIA  -  La vittima italiana del Bataclan / la ricercatrice veneziana morta a Parigi
L'ultimo saluto a Valeria
Per il secondo giorno Venezia si è stretta attorno a sua figlia, Valeria Solesin, morta in seguito all’attacco terroristico dell’Isis al Bataclan di Parigi. Oltre al premier e a moltissima gente comune, alle 16.20 è arrivata anche la presidente della Camera Laura Boldrini: «Ho parlato con i genitori di Valeria - ha detto -, vorrei che la loro figlia diventasse un riferimento per tutte quelle giovani donne che non hanno ancora trovato la loro strada».

Renzi a Venezia: «Grazie Valeria»
Funerali, il papà: sì a patriarca e imam


Il premier si è intrattenuto con i familiari per una decina di minuti. Nel pomeriggio la presidente della Camera Boldrini. Tutto pronto per l’ultimo saluto a San Marco


Martedì in piazza San Marco la cerimonia civile per la 28enne uccisa negli attacchi di Parigi. 

PARIGI -  La ragazza italiana miracolata
Barbara Serpentini: " Viva per miracolo" / Negli attacchi di Parigi il mitra del terrorista Salah
(ricercato) s'inceppa.

La studentessa italiana di Scienze Politiche, 18 anni, nel caffè «Casa Nostra» con l’amica Sophie: «Non riesco a credere di essere io la ragazza del video. A ogni colpo abbiamo pensato di morire".

Barbara Serpentini, 18 anni, è la ragazza scampata per miracolo alla sparatoria avvenuta nel caffè «Casa Nostra» di Parigi la sera dello scorso 13 novembre. È proprio Barbara la ragazza che si vede nel video diffuso dal quotidiano Daily Mail .Le telecamere del locale mostravano una giovane che si precipitava sotto i tavolini mentre uno dei terroristi, si presume Salah, apriva il fuoco con un Ak47 sulla folla. Fortunatamente il mitra si è inceppata proprio quando l’uomo lo puntava contro di lei, prima di fuggire. In primo piano c’è l’interno del caffè e gli spari arrivano da fuori. Evidenti sono tuttavia la sorpresa, lo spavento e l’orrore delle persone prese di mira. Ma anche le reazioni istintive che permettono di scampare al tiro a segno. Una donna si butta per terra in un angolo, una cameriera si accuccia sotto il bancone del bar e poi aiuta a sistemarsi vicino a lei, quasi abbracciandola, una donna più anziana, che la raggiunge dopo essersi alzata precipitosamente da un tavolino. Le raffiche continuano, poi improvvisamente diminuiscono. Un terrorista si ferma. «Ho aperto gli occhi e ho visto i suoi piedi. Aveva le scarpe da ginnastica nere, è stato davanti a me per un tempo che mi è sembrato un’infinità. Non volevo che i nostri occhi si incrociassero e mi sono messa nuovamente le mani sul viso. Le scarpe erano a 20 centimetri da me», ha raccontato Barbara. «So che sembra assurdo, ma ancora non riesco a identificarmi nella donna del video. È come se mi vedessi dall’esterno: non riesco a credere di essere io». Lì per lì Barbara non ha realizzato quanto è stata fortunata. 

SIRIA  -  Raqqa
La nostra vita di spose dell'Isis
Portavano il bikini, andavano all’università. Poi sono diventate poliziotte del Califfato. Tre siriane si raccontano al «New York Times».
Raqqa, 2012. Dua, Aws e Asma «appartenevano a una generazione di donne siriane che godeva di un’indipendenza assai superiore al passato. Si mischiavano liberamente ai ragazzi, socializzavano e studiavano in una città caratterizzata da diversità religiosa e da costumi piuttosto aperti. Molte donne si vestivano con abiti sportivi, lasciando scoperte le ginocchia e le braccia d’estate, e truccandosi. E anche se alcune abitanti più conservatrici di Raqqa indossavano l’abaya e il velo, un numero crescente frequentava l’università, sposandosi sempre più tardi. La maggior parte delle coppie sceglieva liberamente il partner». 

La citta siriana di Raqqa non è sempre stata la capitale del Califfato
, un luogo dove le donne sono obbligate a indossare veli tripli - pena le frustate delle poliziotte della brigata Al Khansaa -, dove si può uscire di casa solo se accompagnate da un parente maschio e dove chi non rispetta la sharia rischia decapitazioni e lapidazioni. Un confronto illuminante tra il presente e il passato emerge da un articolo pubblicato sul New York Times dalla giornalista Azadeh Moaveni, basato sulle interviste con tre ventenni siriane scappate in Turchia. Non è il primo articolo che racconta la situazione delle donne a Raqqa. «Ma sentivo che ci fosse il bisogno di una narrazione più sobria, meno sensazionalistica. A mio parere, finora la maggior parte degli articoli sulla brigata Al Khansaa sono stati privi di contesto», dice al Corriere la reporter irano-americana, ex inviata di «Time» a Teheran e nota per il libro «Lipstick Jihad». «Non emergeva la società siriana, non veniva raccontata questa generazione di donne, che non erano islam
iste intransigenti eppure si sono unite a una milizia. Ma allora qual era la loro motivazione?». 
(Reuters)

Il passato e il presente di Raqqa sono divisi da pochi anni. Dal 2014, quando l’Isis - o come la chiamano gli abitanti «Tanzeem», l’organizzazione - ha preso il controllo della città (e in parte già nel 2013, sotto il dominio dei qaedisti di Al Nusra), la vita è cambiata del tutto. Le cugine Aws e Dua, 25 e 2o anni, l’una studentessa di Letteratura di famiglia borghese e l’altra più povera con il papà contadino, erano accomunate dall’amore per il cinema - la prima Hollywood, l’altra Bollywood - e le passeggiate. La terza ventenne, Asma, studiava Economia, andava in spiaggia in bikini, aveva lasciato un fidanzato che voleva farle portare il velo. Ma nel 2014, pur non aderendo all’ideologia dell’Isis, Dua e Aws hanno sposato due miliziani - la prima costretta dai genitori, la seconda per romanticismo («Aveva visto troppi film con Di Caprio»). Era un modo per tutelare le proprie famiglie e c’erano vantaggi nell’avere un marito «foreign fighter» (salario, appartamento con cucina europea). Si erano perfino innamorate, anche se costrette a usare i contraccettivi perché i loro sposi erano destinati a diventare dei kamikaze, e la prole li avrebbe resi più restii al sacrificio. Tutte e tre si sono unite alla Brigata Al Khansaa, l’unità di polizia femminile, creata per far rispettare le norme della sharia. «Venti frustate per il velo troppo aderente, cinque per il trucco, altre cinque per chi non era docile una volta arrestata». 
(di Viviana Mazza, da www.corriere.it)

BELGIO  -  Bruxelles
Bruxelles è una città deserta e blindata






Nella «capitale d’Europa» il livello di minaccia rimane a 4, il più alto possibile. Anche lunedì metropolitana, scuole e università sono rimaste chiuse e le strade (quasi deserte) sono pattugliate dai militari Salah ancora in fuga


“Keep kalm and tweet a cat”. In una serata di fortissima tensione, durante i blitz antiterrorismo delle forze dell’ordine a Bruxelles, per esorcizzare la paura e rispettare la richiesta della polizia di non diffondere sui social network dettagli delle operazioni in corso, Su Twitter da parte degli utenti in Belgio si è scatenata una vera e propria gara al tweet del gattino più buffo e tenero. L’hashtag di accompagnamento era #BrusselsLockDown. E così la rete ha trovato il modo, in un momento tanto drammatico, con il cuore di Bruxelles e d’Europa bloccato, di farsi una risata e vincere il terrore.

lUCIANONE

Società / terrorismo - Nigeria: le bimbe kamikaze usate da Boko Haram in ottobre

23 novembre '15 - lunedì             23rd November / Monday          visione post - 19

(da la Repubblica - 03/ 10/ '15 - Allarme terrorismo / Giampaolo Cadalanu)
Nigeria - Cinque bimbe kamikaze, è strage
Un gruppo di kamikaze adolescenti, cinque secondo alcune fonti, si sono fatte esplodere
 - giovedì sera, 1 ottobre - in mezzo alla gente di Maiduguri, capitale dello Stato del Borno.
Una di loro aveva appena nove anni. Si sono fatte saltare alla fine della preghiera serale:
14 i morti, una quarantina i feriti, molti gravissimi. Un testimone ha raccontato all'agen-
zia France Presse che un'altra ragazzina è morta nell'esplosione anticipata della sua cin-
tura esplosiva vicino alla moschea del quartiere di Ajilari. Altri tre kamikaze sono entra-
ti in azione vicino a un passaggio a livello, dice la polizia di Maiduguri. Altri testimoni raccontano di una ragazzina che non sarebbe riuscita a innescare l'ordigno  e sarebbe
stata catturata viva dagli agenti.  -  I fondamentalisti non hanno nemmeno rivendicato la 
strage, ma le autorità locali non hanno dubbi: a scegliere il giorno in cui si celebrano i 55
anni di indipendenza del Paese  per spedire verso il martirio le giovanette sono stati i fa-
natici di Boko Haram che lo scorso marzo hanno giurato fedeltà all'Is prendendo il nome
di Provincia dello Stato islamico nell'Africa occidentale. Il gruppo è ben radicato nello Sta-
to del Borno. A Maiduguri avevano colpito lo scorso 20 settembre, con una serie di attacchi
in cui morirono 117 persone, tra cui molte donne.    Gli attacchi  sono avvenuti nello stesso giorno in cui l'esercito ha annunciato che 80 combattenti di Boko Haram si sono arresi nel Borno, evento che è stato descritto come una "pietra miliare" nella lotta contro il terrorismo.
Non è ben chiaro se il gruppo sia ancora guidato da Abubakar Shekau, che più volte le auto-
rità hanno dato per morto. Quello che sembra evidente è il cambio di strategia dei terroristi.
Il presidente federale Muhammad Buhari, di fede islamica, ha dichiarato loro guerra aperta impegnando mezzi e uomini nella sfida. I fondamentalisti, che nei mesi precedenti aveva-
no attaccato con successo villaggi e città, hanno modificato il loro modo di procedere, orien-
tandosi  su una tattica  molto meno controllabile  dalle autorità centrali di Abuja, evitando
ogni confronto e concentrando i propri sforzi su uno scenario di terrore. La tattica prevede
razzie nei villaggi che ospitano scuole e soprattutto attacchi suicidi nelle città, imprevedibili
per le forze di sicurezza perchè condotti spesso attraverso minori.
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QUELLE PICCOLE TRASFORMATE A FORZA  IN ARMI MICIDIALI DEL TERRORE 
Era già successo, ma c'è sempre un gradino più infame: cinque bambine mandate insieme
a esplodere all'entrata di una moschea all'ora della preghierra della sera. La loro età può  
essere solo ricostruita a occhio dai testimoni superstiti: la più piccola, dicono, avrà avuto 
nove anni.  Sarà stato più facile per loro andare insieme, le più grandi che facevano co-
raggio alle più piccole - o viceversa, chissà. I morti (dicono le notizie, ma il conto è desti-
nato a crescere) sono 14, "comprese le bambine".   Non so se chi ha redatto così la noti-
zia l'abbia fatto distrattamente, o si sia fermato a riflettere. Altre volte si leggono frasi di-
verse: "Ci sono state 9 vittime, oltre agli attentatori". Si sta attenti a mettere in un conto 
a parte gli attentatori, specialmente quando siano avidi della propria morte. Qui nessun
può essere tentato di togliere le bambine dal conto delle vittime. Ci si interroga angoscio-
samente: si rendono conto, le attentatrici suicide, di ciò cui vanno incontro? Gli esperti
avvertono che i loro congegni esplosivi possono essere fatti detonare a distanza, e a insa-
puta delle poverette su cui sono state caricati. Altri spiegano come sia possibile indottrina-
re fino all'ottusità, o all'entusiasmo, creature fragili strappate alla loro vita e rimodellate, 
dalla violenza fisica  e  dalla suggestione psicologica dei carcerieri, e come le donne e 
le bambine siano più vulnerabili. 
C'è un tristo repertorio internazionale di donne e ragazze votate alla morte altrui e propria.
Ma le "vedove nere" cecene, adolescenti a volte, non avevano nove anni, e anche quando,
spesso, erano forzate, erano pur sempre parte del popolo e della cultura che le mandava a
morte. Qui c'è il raccapriccio nuovo, se non nelle più terribili immaginazioni letterarie, di
donne e bambine tolte dalle proprie case e magari alla propria religione e "convertite" a
diventare armi micidiali contro la propria gente e contro se stesse. E' inevitabile arrovel-
larsi attorno a questo dilemma, spingersi a immaginare con che animo cinque bambine
e ragazze abbiano percorso l'ultimo tratto della loro strada: purchè non si ceda alla paz-
zia di ritenerle responsabili o colpevoli.

Continua... to be continued...