8 novembre '16 - mercoledì 8th November / Wednesday visione post - 19
Scende il russo, sale il farsi. L'inglese vince sempre la sfida
globale, ma da solo non basta più: il futuro è plurilingue.
Ecco i nuovi report sullo stato di salute degli idiomi nel
mondo.
( da 'DRepubblica' - 15 ottobre '16 - di Elisabetta Muritti)
Essere più o meno parlata nel mondo non rende una lingua più o meno influente, connessa
alle altre e dunque internazionalmente potente. Lo dimostrano anche le cifre diffuse dal
World Economic Forum di Davos (tratte dal quotidiano South China Morning Post, che
rielaborano i dati del progetto di ricerca Ethnologue). Il cinese in tutte le sue numerose
varianti (mandarino, Wu di Shangai e cantonese in testa) è parlato, letto e scritto da più
di un miliardo e 197 milioni di asiatici, distribuiti in 33 nazioni. Ma- nonostante la Brexit-
l'inglese continua a vincere la sfida globale: è di casa in 110 nazioni. Lo spagnolo "solo"
in 35, anche se è parlato da 399 milioni di persone, contro i 335 milioni di "English spea-
king". L'arabo lo parlano in 242 milioni, in 60 paesi. Giovanni Gobber, preside della fa-
coltà di scienze linguistiche e letterature straniere dell'Università Cattolica di Milano,
commenta: "Il Global English, nei suoi vari standard, è indissolubilmente legato a quel-
li che noi linguisti chiamiamo i domini d'uso, che sono quelli oggi importantissimi della
medicina, dell'informatica, dell'aviazione, della scienza". Continua: "Tant'è che i cinesi
stanno investendo moltissimo nel suo apprendimento e nella sua promozione: l'inglese
consente la comunicazione scientifica, il che vuol dire finanziamenti. I cinesi vogliono
essere influenti, per loro non è economicamente interessante imporre una lingua com-
plessa da maneggiare, e così variabile rispetto allpo standard di Pechino".
E però, è la conclusione di molte analisi, l'inglese da solo oggi non basta più. Se, in pa-
role povere, si vuole competere nell'economia globale e cercare la propria "occupabilità",
come dicono gli economisti, di lingue ne servono di più. A tal rigu%ardo la Cardiff Uni-
versity's Business School ha reso pubblico uno studio secondo il quale la mancata cono-
scenza di altre lingue costerebbe agli inglesi 48 miliardi di sterline ogni anno, circa il 3,5
del loro Pil. L'Economist ha calcolato che un dirigente Usa guadagna in media il 2% in
più per ogni altra lingua che impara. Non un granchè. Però, se le lingue le ha studiate per
tempo e messe nel CV il suo primo stipendio da neolaureato è di 45mila dollari all'anno,
contro i 30mila del collega monolingue. Le analisi del Mit (Massachusettes Institute of
Technology) hanno chiarito tale plus: lo spagnolo vale l'1,5%, il francese il 2,3, il tede-
sco il 3,8. Ma il partigiano più recente e sorprendente del superbusiness multilingue è
Michael Skapinker, editorialista del Financial Times. Che spiega: un manager che co-
munica verbalmente in inglese si semplifica la vita, e di molto; ma se si ostina a parla-
re solo la lingua del posto, è un furbo. Costringe gli altri d ascoltarlo con calma, si fa
ricordare per la competenza e non per la verve; le sue reazioni sono giocoforza più
fredde e ponderate; e ne è temuta, nelle contrattazioni, la capacità di stanare stereotipi
e abitudini controproducenti.
Quali sono allora le lingue più remunerative da imparare, affiancandole all'inglese?
"L'ovvio consiglio è di scegliere quelle 'necessarie'. Quindi, occorre un'analisi preli-
minare dello stato di salute dei principali idiomi forti", premette Gobber. Che elenca:
"Del cinese saliranno i numeri ma calerà il prestigio. Il francese regge molto bene al
tempo, sempre che i suoi paladini non lo pensino più su modello 'Hexagonale' e ac-
cettino le differenze tra scritto e parlato. Sintetizzerei: stabile la sua diffusionme, im-
portante, e il suo prestigio nella cultura, nella diplomazia, nel turismo, nelle organiz-
zazioni intergovernative come l'Onu". Lo spagnolo non andrà mai sottovalutato; sa-
rà stabile quanto a "valore economico" e, se non aumenterà di prestigio, lo farà per
diffusione, grazie soprattutto alla culla della sua cultura rock/pop, gli Usa. Il giap-
ponese vive una seconda primavera in una nicchia culturale legata al design e alla
moda: ne è insomma percepita la raffinatezza.
Lucianone.
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martedì 8 novembre 2016
lunedì 7 novembre 2016
SPORT - calcio / Serie B - 13^ giornata 2016/17
7 novembre '16 - lunedì 7th November / Monday visione post - 15
RISULTATI delle partite
Brescia 3 Cittadella 2 Latina 2 Novara 0 Pisa 0 Pro Vercelli 0
Cesena 2 Salernitana 0 Bari 1 Spal 1 Perugia 1 Carpi 0
Spezia 1 Trapani 0 Avellino 0 Ternana 0
H. Verona 4 Vicenza 1 Frosinone 1 Benevento 1
CLASSIFICA
VERONA Hellas 30 / Cittadella 25 / Frosinone 24 / Entella, Perugia 22 /
Benevento, Spal 21 / Carpi 20 / Brescia 18 / Spezia 17 / Bari 16 / Pisa 15 /
Ascoli, Novara, Pro Vercelli 14 / Salernitana, Latina, Vicenza 13 /
Avellino, Ternana 12 / Cesena 10 / Trapani 9
continua...
to be continued...
RISULTATI delle partite
Brescia 3 Cittadella 2 Latina 2 Novara 0 Pisa 0 Pro Vercelli 0
Cesena 2 Salernitana 0 Bari 1 Spal 1 Perugia 1 Carpi 0
Spezia 1 Trapani 0 Avellino 0 Ternana 0
H. Verona 4 Vicenza 1 Frosinone 1 Benevento 1
CLASSIFICA
VERONA Hellas 30 / Cittadella 25 / Frosinone 24 / Entella, Perugia 22 /
Benevento, Spal 21 / Carpi 20 / Brescia 18 / Spezia 17 / Bari 16 / Pisa 15 /
Ascoli, Novara, Pro Vercelli 14 / Salernitana, Latina, Vicenza 13 /
Avellino, Ternana 12 / Cesena 10 / Trapani 9
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mercoledì 2 novembre 2016
SPETTACOLI - cinema / "Land of mine-Sotto la sabbia"
2 novembre '16 - mercoledì 2nd November / Wednesday visione post - 11
Il lato oscuro della Seconda guerra mondiale: sul bagnasciuga
(da la Repubblica - 24/03/'16 - 'Al cinema' / Paolo D'Agostini)
Infiniti sono i lati oscuri della seconda guerra mondiale e in particolare dell'immediato
dopoguerra, nelle altrettanto infinite articolazioni nazionali e variazioni locali, e quello
raccontato da Land of mine-Sotto la sabbia è uno dei tanti. Sconosciuto al pubblico e
tenuto sotto silenzio nella sua patria. Lungo le spiagge della costa occidentale della Da-
nimarca l'occupante tedesco aveva concentrato un numero di mine che, secondo una
delle didascalie finali del film di Martin Zandvliet, equivaleva a tutto il resto delle mi-
ne disseminate nell'intera Europa. Concentrazione dovuta alla supposizione che lo
sbarco alleato, quello che avrebbe preferito la Normandia nel giugno 1944, si sarebbe
potuto verificare sul litorale del piccolo paese scandinavo.
All'indomani della caduta della Germania hitleriana, dietro indicazione e autorizzazio-
ne britannica, in violazione della Convenzione di Ginevra che proibiva di utilizzare i
prigionieri di guerra per lavori forzati - sistematicamente elusa in questo come in mol-
ti altri casi - le nuove autorità danesi si servirono di alcune migliaia di soldati tedeschi
obbligandoli a sminare le spiagge. Erano in grande parte appena adolescenti, gli arruo-
lati all'ultimo dal Reich già morente. E il loro impiego in una missione di fatto omicida
data la mancanza di esperienza e addestramento, unito al trattamento durissimo - con-
dizioni ai limiti o perfino sotto i limiti della sopravvivenza, come nei lager nazisti - in
un contesto di odio e di sete di vendetta per quanto subito negli anni di guerra e occu-
pazione, si risolse in una prevedibile carneficina. Che nella realtà come nel film negò
a un gran numero dei prigionieri-schiavi il miraggio del ritorno a casa. L'opera di rimo-
zione delle mine si svolse durante l'estate del 1945, da maggio a ottobre.
Il film, carico di tensione perchè risulta subito evidente quanto quei ragazzi impauriti
fossero destinati a un penoso destino, senza rinunciare a fornire un'idea d'insieme
d'ambiente, storica e dunque anche delle motivazioni che erano dietro una così ferrea
durezza, concentra la sua attenzione sulla relazione tra un sergente danese (validamen-
te affidato all'attore Roland Moller) e la squadra che gli viene assegnata per ripulire il
settore di sua competenza, una spiaggia limitrofa a una fattoria isolata in cui abita una
madre con una bambina che sarà protagonista di un episodio importante della storia.
Ruvido fino alla crudeltà, il sergente non potrà sottrarsi a un processo interiore che
infine lo condurrà, trasgredendo agli ordini, a un atto di pietà. Mentre, con delicatez-
za e rifuggendo ogni prevedibile schema di tipizzazione, il film ci lascia esplorare i
profili dei prigionieri. Il "duro" che rifiuta ogni cameratismo e progetta un'impossibi-
le fuga, la coppia di gemelli dalla patetica fragilità, il ragazzo più maturo e più auto-
revole che persegue l'obiettivo di stabilire una difficile comunicazione con il carce-
riere.
Sullo sfondo dei grandi film sul tema della prigionia militare come Il ponte sul fiume
Kwai di Lean, La collina del disonore di Lumet, o Furyo di Oshima, una testimonian-
za che si aggiunge alla galleria con risultati più che degni, elevandosi oltre i confini
del contributo magari utile e dignitoso ma puramente e limitatamente didascalico.
_____________________
Lucianone
Il lato oscuro della Seconda guerra mondiale: sul bagnasciuga
(da la Repubblica - 24/03/'16 - 'Al cinema' / Paolo D'Agostini)
Infiniti sono i lati oscuri della seconda guerra mondiale e in particolare dell'immediato
dopoguerra, nelle altrettanto infinite articolazioni nazionali e variazioni locali, e quello
raccontato da Land of mine-Sotto la sabbia è uno dei tanti. Sconosciuto al pubblico e
tenuto sotto silenzio nella sua patria. Lungo le spiagge della costa occidentale della Da-
nimarca l'occupante tedesco aveva concentrato un numero di mine che, secondo una
delle didascalie finali del film di Martin Zandvliet, equivaleva a tutto il resto delle mi-
ne disseminate nell'intera Europa. Concentrazione dovuta alla supposizione che lo
sbarco alleato, quello che avrebbe preferito la Normandia nel giugno 1944, si sarebbe
potuto verificare sul litorale del piccolo paese scandinavo.
All'indomani della caduta della Germania hitleriana, dietro indicazione e autorizzazio-
ne britannica, in violazione della Convenzione di Ginevra che proibiva di utilizzare i
prigionieri di guerra per lavori forzati - sistematicamente elusa in questo come in mol-
ti altri casi - le nuove autorità danesi si servirono di alcune migliaia di soldati tedeschi
obbligandoli a sminare le spiagge. Erano in grande parte appena adolescenti, gli arruo-
lati all'ultimo dal Reich già morente. E il loro impiego in una missione di fatto omicida
data la mancanza di esperienza e addestramento, unito al trattamento durissimo - con-
dizioni ai limiti o perfino sotto i limiti della sopravvivenza, come nei lager nazisti - in
un contesto di odio e di sete di vendetta per quanto subito negli anni di guerra e occu-
pazione, si risolse in una prevedibile carneficina. Che nella realtà come nel film negò
a un gran numero dei prigionieri-schiavi il miraggio del ritorno a casa. L'opera di rimo-
zione delle mine si svolse durante l'estate del 1945, da maggio a ottobre.
Il film, carico di tensione perchè risulta subito evidente quanto quei ragazzi impauriti
fossero destinati a un penoso destino, senza rinunciare a fornire un'idea d'insieme
d'ambiente, storica e dunque anche delle motivazioni che erano dietro una così ferrea
durezza, concentra la sua attenzione sulla relazione tra un sergente danese (validamen-
te affidato all'attore Roland Moller) e la squadra che gli viene assegnata per ripulire il
settore di sua competenza, una spiaggia limitrofa a una fattoria isolata in cui abita una
madre con una bambina che sarà protagonista di un episodio importante della storia.
Ruvido fino alla crudeltà, il sergente non potrà sottrarsi a un processo interiore che
infine lo condurrà, trasgredendo agli ordini, a un atto di pietà. Mentre, con delicatez-
za e rifuggendo ogni prevedibile schema di tipizzazione, il film ci lascia esplorare i
profili dei prigionieri. Il "duro" che rifiuta ogni cameratismo e progetta un'impossibi-
le fuga, la coppia di gemelli dalla patetica fragilità, il ragazzo più maturo e più auto-
revole che persegue l'obiettivo di stabilire una difficile comunicazione con il carce-
riere.
Sullo sfondo dei grandi film sul tema della prigionia militare come Il ponte sul fiume
Kwai di Lean, La collina del disonore di Lumet, o Furyo di Oshima, una testimonian-
za che si aggiunge alla galleria con risultati più che degni, elevandosi oltre i confini
del contributo magari utile e dignitoso ma puramente e limitatamente didascalico.
_____________________
Lucianone
SPORT - calcio / Serie B - 12^ giornata 2016/17
2 novembre '16 - mercoledì 2nd November / Wednesday visione post - 16
RISULTATI delle partite
Bari 2 Benevento 1 Carpi 0 Cittadella 2 Frosinone 2
Pro Vercelli 0 Spezia 0 Ascoli 2 Latina 1 Cesena 1
Salernitana 0 Ternana 4 Entella 4 H. Verona 2 Vicenza 1 Spal 3
Pisa 0 Novara 3 Brescia 0 Trapani 0 Perugia 4 Avellino 0
CLASSIFICA
VERONA Hellas 27 / Cittadella, Virtus Entella, Perugia 22 / Frosinone, Spal 21 /
Carpi 20 / Benevento 18 / Spezia 17 / Bari 16 / Brescia, Pisa 15 /
Ascoli, Novara, Pro Vercelli 14 / Salernitana, Latina, Vicenza 13 / Avellino, Ternana 12
Cesena 10 / Trapani 9
IL COMMENTO
CONTINUA... to be continued.....
RISULTATI delle partite
Bari 2 Benevento 1 Carpi 0 Cittadella 2 Frosinone 2
Pro Vercelli 0 Spezia 0 Ascoli 2 Latina 1 Cesena 1
Salernitana 0 Ternana 4 Entella 4 H. Verona 2 Vicenza 1 Spal 3
Pisa 0 Novara 3 Brescia 0 Trapani 0 Perugia 4 Avellino 0
CLASSIFICA
VERONA Hellas 27 / Cittadella, Virtus Entella, Perugia 22 / Frosinone, Spal 21 /
Carpi 20 / Benevento 18 / Spezia 17 / Bari 16 / Brescia, Pisa 15 /
Ascoli, Novara, Pro Vercelli 14 / Salernitana, Latina, Vicenza 13 / Avellino, Ternana 12
Cesena 10 / Trapani 9
IL COMMENTO
CONTINUA... to be continued.....
martedì 1 novembre 2016
Musica - Il personaggio / Il batterista Jeff Ballard
2 novembre '16 - martedì 2nd November / Tuesday visione post - 4
(da la Repubblica - 20/09/'16 - Andrea Morandi)
BATTERIA REGINA
Spesso sottovalutata oppure semplicemente poco considerata da critica e pubblico,
la figura del batterista nella storia del jazz ha spesso dimostrato quanto sia necessa-
rio e fondamentale per una formazione avere un grande musicista che faccia da mo-
tore. Gli esempi non si contano, soprattutto scorrendo la cronologia del genere, dal-
l'enorme Elvin Jones per A Love Supreme di John Coltrane a Joe Morello su Take
Five di Dave Brubeck, tra Gene Krupa nella big band di Benny Goodman fino a Bil-
ly Cobham, ovvero l'uomo dietro alla Mahavishnu Orchestra. In tempi più recenti,
abbiamo visto anche la rilevanza di artisti come Jack DeJohnette per Keith Jarrett
oppure di Antonio Sànchez per Pat Metheny. Proprio a questa categoria appartiene
il signore che il 20 settembre '16 è salito sul palco del Blue Note affiancato dalla sua
formazione: Jeff Ballard, celebre per essere il batterista del trio di Brad Mehldau
da oltre dieci anni.
"Ci sono stati molti grandi strumentisti in passato, io ho cominciato seguendo perso-
naggi come Eddie Marshall e Tony Williams, che sono stati anche miei insegnanti -
ha ricordato Ballard - e poi dei geni come Kenny Clarke, figura fondamentale del
bebop, e Joe Morello. Poi c'erano le cose che mi faceva sentire mio padre quand'ero
bambino a casa, dischi come quelli di Count Basie in cui suonava Sonny Payne.
Ci sono varie scuole di pensiero tra noi percussionisti, ma il comandamento fonda-
mentale per ogni batterista che voglia diventare grande è sempre lo stesso: non ri-
manere schiavo della tecnica, ma essere sempre al servizio della musica. Solo que-
sto conta". - Classe 1963, nato e cresciuto a Santa Cruz, in California, Ballard ha
cominciato suonando per giganti come Ray Charles, Pat Metheny e Chick Corea
fino a quando nel 2005, ha iniziato a New York la collaborazione che lo ha reso ce-
lebre, ovvero quella con Brad Melhdau che, da Day Is Done fino al recentissimo
Blues and Ballads, ha accompagnato su otto dischi e innumerevoli tour.
"L'aspetto affascinante del suonare con Brad - ha spiegato Ballard - è la sua incre-
dibile varietà di generi. Il suo pianoforte non ha confini e lui può decidere di rein-
terpretare un pezzo dei Beatles o dei Radiohead e poi mettersi a fare qualcosa di
musica classica o un brano di Jarrett. Da quel punto di vista uonare con lui ha
una dimensione contemporanea che spesso nel jazz non c'è. E poi il suo modo di
suonare il piano permette a me e Larry (Grenadier, il contrabassista del trio, nda)
di inserirci spesso e suonare quindi di più". - Questa sera Ballard al Blue Note
porterà il suo primo disco solista, il solido Time's Tales, affiancato da altri due
musicisti assolutamente da tenere d'occhio: il chitarrista africano Lionel Loueke,
già ascoltato su Possibilities di Herbie Hancock, e il sassofonista Chris Cheek, già
a fianco di Paul Motian. Tra i pezzi in scaletta , attenzione a Dal (A Rhythm Song),
addirittura una variante su una composizione di Béla Bartòk.
Lucianone
(da la Repubblica - 20/09/'16 - Andrea Morandi)
BATTERIA REGINA
Spesso sottovalutata oppure semplicemente poco considerata da critica e pubblico,
la figura del batterista nella storia del jazz ha spesso dimostrato quanto sia necessa-
rio e fondamentale per una formazione avere un grande musicista che faccia da mo-
tore. Gli esempi non si contano, soprattutto scorrendo la cronologia del genere, dal-
l'enorme Elvin Jones per A Love Supreme di John Coltrane a Joe Morello su Take
Five di Dave Brubeck, tra Gene Krupa nella big band di Benny Goodman fino a Bil-
ly Cobham, ovvero l'uomo dietro alla Mahavishnu Orchestra. In tempi più recenti,
abbiamo visto anche la rilevanza di artisti come Jack DeJohnette per Keith Jarrett
oppure di Antonio Sànchez per Pat Metheny. Proprio a questa categoria appartiene
il signore che il 20 settembre '16 è salito sul palco del Blue Note affiancato dalla sua
formazione: Jeff Ballard, celebre per essere il batterista del trio di Brad Mehldau
da oltre dieci anni.
"Ci sono stati molti grandi strumentisti in passato, io ho cominciato seguendo perso-
naggi come Eddie Marshall e Tony Williams, che sono stati anche miei insegnanti -
ha ricordato Ballard - e poi dei geni come Kenny Clarke, figura fondamentale del
bebop, e Joe Morello. Poi c'erano le cose che mi faceva sentire mio padre quand'ero
bambino a casa, dischi come quelli di Count Basie in cui suonava Sonny Payne.
Ci sono varie scuole di pensiero tra noi percussionisti, ma il comandamento fonda-
mentale per ogni batterista che voglia diventare grande è sempre lo stesso: non ri-
manere schiavo della tecnica, ma essere sempre al servizio della musica. Solo que-
sto conta". - Classe 1963, nato e cresciuto a Santa Cruz, in California, Ballard ha
cominciato suonando per giganti come Ray Charles, Pat Metheny e Chick Corea
fino a quando nel 2005, ha iniziato a New York la collaborazione che lo ha reso ce-
lebre, ovvero quella con Brad Melhdau che, da Day Is Done fino al recentissimo
Blues and Ballads, ha accompagnato su otto dischi e innumerevoli tour.
"L'aspetto affascinante del suonare con Brad - ha spiegato Ballard - è la sua incre-
dibile varietà di generi. Il suo pianoforte non ha confini e lui può decidere di rein-
terpretare un pezzo dei Beatles o dei Radiohead e poi mettersi a fare qualcosa di
musica classica o un brano di Jarrett. Da quel punto di vista uonare con lui ha
una dimensione contemporanea che spesso nel jazz non c'è. E poi il suo modo di
suonare il piano permette a me e Larry (Grenadier, il contrabassista del trio, nda)
di inserirci spesso e suonare quindi di più". - Questa sera Ballard al Blue Note
porterà il suo primo disco solista, il solido Time's Tales, affiancato da altri due
musicisti assolutamente da tenere d'occhio: il chitarrista africano Lionel Loueke,
già ascoltato su Possibilities di Herbie Hancock, e il sassofonista Chris Cheek, già
a fianco di Paul Motian. Tra i pezzi in scaletta , attenzione a Dal (A Rhythm Song),
addirittura una variante su una composizione di Béla Bartòk.
Lucianone
giovedì 27 ottobre 2016
SPORT - calcio / Serie B - 11^ giornata 2016/17
28 ottobre '16 - venerdì 28th October / Friday visione post - 19
RISULTATI delle partite
Spezia 1 Ascoli 0 Avellino 1 Brescia 2 Cesena 0 Frosinone 2
Cittadella 1 Salernitana 0 Ternana 0 Vicenza 1 Entella 1 Spal 1
Novara 1 Perugia 0 Pisa 0 Pro Vercelli 1 Trapani 1
Bari 0 Carpi 2 H. Verona 0 Latina 1 Benevento 0
CLASSIFICA
Hellas Verona 24 / Cittadella, Entella, Carpi 19 / Frosinone 18 / Spezia 17 /
Perugia 16 / Benevento, Brescia, Spal 15 / Pisa, Novara 14 / Bari, Pro Vercelli 13 /
Salernitana, Avellino 12 / Ascoli 11 / Cesena, Latina, Vicenza 10 /
Ternana, Trapani 9
Lucianone
RISULTATI delle partite
Spezia 1 Ascoli 0 Avellino 1 Brescia 2 Cesena 0 Frosinone 2
Cittadella 1 Salernitana 0 Ternana 0 Vicenza 1 Entella 1 Spal 1
Novara 1 Perugia 0 Pisa 0 Pro Vercelli 1 Trapani 1
Bari 0 Carpi 2 H. Verona 0 Latina 1 Benevento 0
CLASSIFICA
Hellas Verona 24 / Cittadella, Entella, Carpi 19 / Frosinone 18 / Spezia 17 /
Perugia 16 / Benevento, Brescia, Spal 15 / Pisa, Novara 14 / Bari, Pro Vercelli 13 /
Salernitana, Avellino 12 / Ascoli 11 / Cesena, Latina, Vicenza 10 /
Ternana, Trapani 9
Ultime notizie - dall'Italia e dal Mondo / Latest news
27 ottobre '16 - giovedì 27th October / Thursday visione post - 16
ITALIA - Emergenza terremoto
Nelle Marche e nel Centro Italia la terra continua a tremare
Oltre 500 repliche tra Marche e Umbria
Lo sciame sismico ha tenuto con il fiato sospeso le popolazioni dei paesi
della dorsale appenninica. Ci sono circa 5mila sfollati. La conta dei danni:
a Visso tutte le case sono inagibili. Danneggiati i monumenti. Amatrice: crolla
il palazzo rosso. Stanziati dal governo 40 milioni. Renzi: "Nessuna tendopoli"
Tre nuove scosse (le ultime giovedì sera di magnitudo 4.2 e 3.4 hanno interrotto una riunione tra i sindaci della zona) e prime stime dei danni. Dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, la terra continua a tremare nelle zone colpite nelle Marche e in Umbria. I primi sopralluoghi rivelano che a Visso, uno dei paesi (da un migliaio di abitanti) epicentro del sisma in provincia di Macerata, tutte le case sono inagibili. Solo nelle Marche gli sfollati sono 4mila e nei luoghi del terremoto si attende un brusco calo delle temperature. Per questo viene esclusa la possibilità di sistemarli nelle tende della Protezione Civile. Molto colpito anche il patrimonio artistico e culturale della zona.
STATI UNITI - Presidenziali Usa
Gli intrecci d'affari di Bill e Hillary: donatori, carità e guadagni privati
Le email rubate da Wikileaks parlano del denaro inviato da sette Paesi (tra cui Qatar e Arabia Saudita) alla Fondazione Clinton e sui conti personali: in cambio di che cosa?
ITALIA - Emergenza terremoto
Nelle Marche e nel Centro Italia la terra continua a tremare
Oltre 500 repliche tra Marche e Umbria
Lo sciame sismico ha tenuto con il fiato sospeso le popolazioni dei paesi
della dorsale appenninica. Ci sono circa 5mila sfollati. La conta dei danni:
a Visso tutte le case sono inagibili. Danneggiati i monumenti. Amatrice: crolla
il palazzo rosso. Stanziati dal governo 40 milioni. Renzi: "Nessuna tendopoli"
Tre nuove scosse (le ultime giovedì sera di magnitudo 4.2 e 3.4 hanno interrotto una riunione tra i sindaci della zona) e prime stime dei danni. Dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, la terra continua a tremare nelle zone colpite nelle Marche e in Umbria. I primi sopralluoghi rivelano che a Visso, uno dei paesi (da un migliaio di abitanti) epicentro del sisma in provincia di Macerata, tutte le case sono inagibili. Solo nelle Marche gli sfollati sono 4mila e nei luoghi del terremoto si attende un brusco calo delle temperature. Per questo viene esclusa la possibilità di sistemarli nelle tende della Protezione Civile. Molto colpito anche il patrimonio artistico e culturale della zona.
I feriti e i danni
Il bilancio ufficiale è di 4 feriti lievi. «Molto ingenti i danni» secondo l’assessore regionale alla Protezione civile Angelo Sciapichetti. Nella zona di Macerata oltre a Visso, dove praticamente il 100% degli edifici è inagibile, sono tantissimi gli edifici lesionati anche a Ussita. Nella «zona rossa» di Arquata del Tronto (Ascoli Piceno) si segnalano peggioramenti delle condizioni delle abitazioni già gravemente lesionate nel sisma del 24 agosto. In tutti gli edifici scolastici del centro Italia sono in corso verifiche, ha reso noto il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini.STATI UNITI - Presidenziali Usa
Gli intrecci d'affari di Bill e Hillary: donatori, carità e guadagni privati
Le email rubate da Wikileaks parlano del denaro inviato da sette Paesi (tra cui Qatar e Arabia Saudita) alla Fondazione Clinton e sui conti personali: in cambio di che cosa?
«Prendi i soldi!». L’invito, perentorio, compare in una mail di Jennifer Palmieri, la responsabile per la comunicazione dello staff di Hillary Clinton. Il destinatario, in questo caso, è Robby Mook, il manager della campagna. Ma, stando a quello che si legge nelle mail rivelate da Wikileaks, potrebbe essere lo slogan ombra del clan Clinton.
I miliardi dei sostenitori
Soldi donati da sette Paesi alla Fondazione Clinton mentre Hillary era Segretario di Stato. Soldi sui conti personali di Bill. Soldi, soprattutto, per la competizione elettorale dell’ex First Lady. In cambio di che cosa? Hillary Clinton ha raccolto 1,14 miliardi di dollari per pagare la corsa alla Casa Bianca: un quinto proviene da 100 ricchissimi donatori e lobbisti. Nella lista compaiono, tra gli altri, Donald Sussman che appartiene alla nuova élite della finanza americana formata dai gestori di hedge fund: 20,7 milioni di dollari per Hillary. Poi ecco Jay Robert Pritzker, 51 anni, cofondatore del più grande gruppo di venture capital del Midwest: 16,7 milioni. E ancora: Haim Saban, presidente di Univision, 11,9 milioni; George Soros, forse il più noto finanziere americano: 9,9 milioni di dollari e infine Daniel Abraham, proprietario della società SlimFast: 9,7 milioni.
ITALIA - Gorino (Ferrara) / Contro gli immigrati
Gorino e il cartello choc in chiesa: "Tornatevene nel vostro califfato"
Il manifesto è stato scoperto sia dentro che fuori dall'edificio religioso.
"Visto che noi per voi siamo infedeli tornate in Irak dal califfo El Bagdadi".
Il sindaco: "Ennesima tegola, sono esterrefatto, non ne sapevo nulla".
FERRARA — Dopo le barricate all’ingresso del Paese, il cartello choc affisso in chiesa. Gorino, la frazione del Ferrarese dove lunedì sera sono state cacciate 12 donne migranti, continua a far parlare di sè. Nell’unica chiesa del paese è comparso un cartello, sia dentro che fuori con l’invito «Tornatevene nel vostro califfato».
LA «N» ARABA — «Visto che noi siamo, per voi, infedeli - recita il cartello -: ma perché non ve ne andate nel vostro califfato di Iraq con il santo Califfo El Bagdadi, il quale vive di armi e uccide a tutto spiano coloro che non sono sunniti?». Una frase in linea con gli avvenimenti degli ultimi giorni ma non con lo spirito di accoglienza che ci si aspetterebbe di trovare in una chiesa. Sul cartello, inoltre, sopra la scritta contro i musulmani campeggia un simbolo arabo, la ‘N’, e sotto una didascalia spiega: «Questa rappresenta la ‘N’ araba e significa ‘Nazzareno’, termine con cui il Corano indica i seguaci di Gesù di Nazareth. Questo segno è stato posto sulle case dei cristiani del califfato di Iraq, i quali sono stati costretti ad andarsene di casa, sono stati uccisi, costretti a cambiar fede, le donne rese schiave vendute e stuprate e violentate da quelli assassini. Noi siamo “orgogliosamente” dei ‘Nassarah».
Il parroco della chiesa è don Paolo Paccagnella, da oltre 25 anni alla guida della parrocchia , che però non ha voluto spiegare la ragione della presenza del cartello. Intanto il sindaco di Goro, di cui fa parte la frazione di Gorino Ferrarese, Diego Viviani, indaffarato a ricostruire la reputazione del suo Comune, parlandone con l’Adnkronos, si dice «esterrefatto, non ne sapevo nulla. È stata l’ennesima tegola in testa», dice riferendosi alla presenza del manifesto sulla Chiesa. Il primo cittadino è stato avvertito dalle forze dell’ordine che hanno annunciato l’intenzione di farlo rimuovere. Viviani è deciso ad affrontare il parroco don Paolo Paccagnella per chiedergli di toglierlo: «un cartello del genere non trasmette certo un insegnamento di accoglienza degli altri popoli e di fratellanza», osserva.
Lucianone
SOCIETA' / Tempi di guerra - Ricordi di Sarajevo, e Sarajevo oggi (con commento)
27 ottobre '16 - giovedì 27th October / Thursday visione post - 5
(dalla rivista-settimanale "Grazia" - 17 agosto '16 / di Annalena Benini)
LE ROSE DI SARAJEVO
A SARAJEVO, PER LE STRADE, NELLE PIAZZE, lungo il fiume, al mercato,
si sente un gran rumore di futuro. Vita che freme, ragazze dalle gambe infinite che
vanno sicure incontro al mondo, donne completamente velate che camminano ac-
canto, cariche di figli, e caffè a ogni angolo, tantissime cose da raccontarsi, lunghe
notti festose, negozi aperti sempre, anche la sera tardi, botteghe di anziani turchi
che lavorano il rame e hanno voglia di parlare del passato, e intanto il muezzin
canta la sua ora, e suonano le campane della chiesa, e poco più in là la sinagoga,
e la scuola islamica, tutto a pochi metri, tutto mescolato insieme. Sarajevo è rimasta
una città aperta, nonostante tutto. Con il fiume e le colline così vicine, da cui solo 20
anni fa i cecchini sparavano sulle persone, nella strada dove ora c'è il McDonald's,
e soprattutto c'è il monumento ai bambini morti durante la guerra.
Ci sono i loro nomi, le date di nascita e di morte, uno accanto all'altro, bambini nati
nel 1992 e morti nel 1994, ragazzini di 12 anni colpiti in nome di un'immenza insen-
satezza che fatico a spiegare ai miei figli. Loro leggono quei nomi, gridano: "Era co-
me me!", non possono credere che sia accaduto davvero. lì dove adesso loro saltella-
no e corrono e chiedono souvenir e guardano gli altri bambini in bicicletta, identici
a loro, con la stessa bellissima voglia di abbracciare il mondo e fidarsi di tutto.
Milleseicento bambini morti in mezzo alle 12 mila persone rimaste uccise nei quat-
tro anni dell'inferno di Sarajevo, quattro anni così vicini che hanno lasciato sui pa-
lazzi i buchi delle bombe, le rose di Sarajevo le chiamano, e sui ponti le lapidi degli
studenti uccisi, e il ricordo di quando i tram sulle rotaie passavano lentissimi, qua-
si fermi per proteggere le persone che stavano lì dietro, che cercavano di portare a
casa un pò d'acqua, o di andare a rassicurare i parenti. Dove le bellissime ragazze
bosniache adesso siedono nei bar, ci sono i segni sul pavimento di quel che è acca-
duto, c'è il rumore del passato che si mescola a quello delle risate e della voglia di
vivere. "E perchè nessuno veniva a salvarli?", chiedono i miei figli mentre conta-
no i palazzi rattoppati. Non so rispondere. C'è un altro monumento, un uomo di
bronzo in piedi che urla con le mani intorno alla bocca, sembra che gridi aiuto.
E' rivolto verso l'Europa. Com'è possibile che abbiamo permesso, muti, che per
quattro anni quei bambini non avessero il pane, le medicine, la libertà? Com'è
possibile che ci abituiamo così in fretta al massacro? Sarajevo ce l'ha fatta, con
i segni addosso, negli occhi e nel cuore. Noi dobbiamo riuscire a non diventare
mai più ciechi e sordi, indifferenti alle grida di aiuto, così vicine a noi.
COMMENTO personale
Continua... to be continued...
(dalla rivista-settimanale "Grazia" - 17 agosto '16 / di Annalena Benini)
LE ROSE DI SARAJEVO
A SARAJEVO, PER LE STRADE, NELLE PIAZZE, lungo il fiume, al mercato,
si sente un gran rumore di futuro. Vita che freme, ragazze dalle gambe infinite che
vanno sicure incontro al mondo, donne completamente velate che camminano ac-
canto, cariche di figli, e caffè a ogni angolo, tantissime cose da raccontarsi, lunghe
notti festose, negozi aperti sempre, anche la sera tardi, botteghe di anziani turchi
che lavorano il rame e hanno voglia di parlare del passato, e intanto il muezzin
canta la sua ora, e suonano le campane della chiesa, e poco più in là la sinagoga,
e la scuola islamica, tutto a pochi metri, tutto mescolato insieme. Sarajevo è rimasta
una città aperta, nonostante tutto. Con il fiume e le colline così vicine, da cui solo 20
anni fa i cecchini sparavano sulle persone, nella strada dove ora c'è il McDonald's,
e soprattutto c'è il monumento ai bambini morti durante la guerra.
Ci sono i loro nomi, le date di nascita e di morte, uno accanto all'altro, bambini nati
nel 1992 e morti nel 1994, ragazzini di 12 anni colpiti in nome di un'immenza insen-
satezza che fatico a spiegare ai miei figli. Loro leggono quei nomi, gridano: "Era co-
me me!", non possono credere che sia accaduto davvero. lì dove adesso loro saltella-
no e corrono e chiedono souvenir e guardano gli altri bambini in bicicletta, identici
a loro, con la stessa bellissima voglia di abbracciare il mondo e fidarsi di tutto.
Milleseicento bambini morti in mezzo alle 12 mila persone rimaste uccise nei quat-
tro anni dell'inferno di Sarajevo, quattro anni così vicini che hanno lasciato sui pa-
lazzi i buchi delle bombe, le rose di Sarajevo le chiamano, e sui ponti le lapidi degli
studenti uccisi, e il ricordo di quando i tram sulle rotaie passavano lentissimi, qua-
si fermi per proteggere le persone che stavano lì dietro, che cercavano di portare a
casa un pò d'acqua, o di andare a rassicurare i parenti. Dove le bellissime ragazze
bosniache adesso siedono nei bar, ci sono i segni sul pavimento di quel che è acca-
duto, c'è il rumore del passato che si mescola a quello delle risate e della voglia di
vivere. "E perchè nessuno veniva a salvarli?", chiedono i miei figli mentre conta-
no i palazzi rattoppati. Non so rispondere. C'è un altro monumento, un uomo di
bronzo in piedi che urla con le mani intorno alla bocca, sembra che gridi aiuto.
E' rivolto verso l'Europa. Com'è possibile che abbiamo permesso, muti, che per
quattro anni quei bambini non avessero il pane, le medicine, la libertà? Com'è
possibile che ci abituiamo così in fretta al massacro? Sarajevo ce l'ha fatta, con
i segni addosso, negli occhi e nel cuore. Noi dobbiamo riuscire a non diventare
mai più ciechi e sordi, indifferenti alle grida di aiuto, così vicine a noi.
COMMENTO personale
Continua... to be continued...
martedì 25 ottobre 2016
SPORT / calcio - Nel Verona Hellas che vola in B: Bessa e Ganz, due giovani gioielli
25 ottobre '16 - martedì 25th October / Tuesday visione post - 15
Ventitrè anni, l'età giusta per consacrarsi, tardi se si pensa che nel settore giovanile
si trattava di due gioielli che sembravano già pronti al grande salto, magari a 19 anni.
Invece è servita la gavetta anche a loro, Daniel Bessa e Simone Andrea Ganz, per ar-
rivare al grande palcoscenico e magari riconquistarsi la fiducia in una big di A.
DESTINI PARALLELI - Nel Verona che vola con Pazzini (capocannoniere della B
con 11 gol), nell'avvio di stagione sono emersi anche loro. L'italo-brasiliano Bessa
dopo le esperienze agrodolci all'Olhanense, Bologna e Sparta Rotterdam, finalmen-
te ritorna il gioiello lanciato da Stramaccioni nell'Inter che ha conquistato la Next
Generation Series. Ora i nerazzurri sognano il ritorno tra i big dopo un ottimo pre
campionato col Mancio. Ganz è invece passato dalla Lega Pro al Como, dove si è ri-
lanciato. Ma tardi ormai per il Milan che lo ha perso alla scadenza, e a trarne van-
taggio è stato proprio l'Hellas Verona. A ridere poi è anche la Juve, che dal prestito
in Veneto sta trovando un giocatore nuovo, aumentato anche di valore.
(Spunti da www. gazzettamercato.it - Luca Pessina)
Lucianone
Ventitrè anni, l'età giusta per consacrarsi, tardi se si pensa che nel settore giovanile
si trattava di due gioielli che sembravano già pronti al grande salto, magari a 19 anni.
Invece è servita la gavetta anche a loro, Daniel Bessa e Simone Andrea Ganz, per ar-
rivare al grande palcoscenico e magari riconquistarsi la fiducia in una big di A.
DESTINI PARALLELI - Nel Verona che vola con Pazzini (capocannoniere della B
con 11 gol), nell'avvio di stagione sono emersi anche loro. L'italo-brasiliano Bessa
dopo le esperienze agrodolci all'Olhanense, Bologna e Sparta Rotterdam, finalmen-
te ritorna il gioiello lanciato da Stramaccioni nell'Inter che ha conquistato la Next
Generation Series. Ora i nerazzurri sognano il ritorno tra i big dopo un ottimo pre
campionato col Mancio. Ganz è invece passato dalla Lega Pro al Como, dove si è ri-
lanciato. Ma tardi ormai per il Milan che lo ha perso alla scadenza, e a trarne van-
taggio è stato proprio l'Hellas Verona. A ridere poi è anche la Juve, che dal prestito
in Veneto sta trovando un giocatore nuovo, aumentato anche di valore.
(Spunti da www. gazzettamercato.it - Luca Pessina)
Lucianone
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