2 novembre '16 - mercoledì 2nd November / Wednesday visione post - 11 Il lato oscuro della Seconda guerra mondiale: sul bagnasciuga
(da la Repubblica - 24/03/'16 - 'Al cinema' / Paolo D'Agostini) Infiniti sono i lati oscuri della seconda guerra mondiale e in particolare dell'immediato
dopoguerra, nelle altrettanto infinite articolazioni nazionali e variazioni locali, e quello
raccontato da Land of mine-Sotto la sabbia è uno dei tanti. Sconosciuto al pubblico e
tenuto sotto silenzio nella sua patria. Lungo le spiagge della costa occidentale della Da-
nimarca l'occupante tedesco aveva concentrato un numero di mine che, secondo una
delle didascalie finali del film di Martin Zandvliet, equivaleva a tutto il resto delle mi-
ne disseminate nell'intera Europa. Concentrazione dovuta alla supposizione che lo
sbarco alleato, quello che avrebbe preferito la Normandia nel giugno 1944, si sarebbe
potuto verificare sul litorale del piccolo paese scandinavo.
All'indomani della caduta della Germania hitleriana, dietro indicazione e autorizzazio-
ne britannica, in violazione della Convenzione di Ginevra che proibiva di utilizzare i
prigionieri di guerra per lavori forzati - sistematicamente elusa in questo come in mol-
ti altri casi - le nuove autorità danesi si servirono di alcune migliaia di soldati tedeschi
obbligandoli a sminare le spiagge. Erano in grande parte appena adolescenti, gli arruo-
lati all'ultimo dal Reich già morente. E il loro impiego in una missione di fatto omicida
data la mancanza di esperienza e addestramento, unito al trattamento durissimo - con-
dizioni ai limiti o perfino sotto i limiti della sopravvivenza, come nei lager nazisti - in
un contesto di odio e di sete di vendetta per quanto subito negli anni di guerra e occu-
pazione, si risolse in una prevedibile carneficina. Che nella realtà come nel film negò
a un gran numero dei prigionieri-schiavi il miraggio del ritorno a casa. L'opera di rimo-
zione delle mine si svolse durante l'estate del 1945, da maggio a ottobre.
Il film, carico di tensione perchè risulta subito evidente quanto quei ragazzi impauriti
fossero destinati a un penoso destino, senza rinunciare a fornire un'idea d'insieme
d'ambiente, storica e dunque anche delle motivazioni che erano dietro una così ferrea
durezza, concentra la sua attenzione sulla relazione tra un sergente danese (validamen-
te affidato all'attore Roland Moller) e la squadra che gli viene assegnata per ripulire il
settore di sua competenza, una spiaggia limitrofa a una fattoria isolata in cui abita una
madre con una bambina che sarà protagonista di un episodio importante della storia.
Ruvido fino alla crudeltà, il sergente non potrà sottrarsi a un processo interiore che
infine lo condurrà, trasgredendo agli ordini, a un atto di pietà. Mentre, con delicatez-
za e rifuggendo ogni prevedibile schema di tipizzazione, il film ci lascia esplorare i
profili dei prigionieri. Il "duro" che rifiuta ogni cameratismo e progetta un'impossibi-
le fuga, la coppia di gemelli dalla patetica fragilità, il ragazzo più maturo e più auto-
revole che persegue l'obiettivo di stabilire una difficile comunicazione con il carce-
riere.
Sullo sfondo dei grandi film sul tema della prigionia militare come Il ponte sul fiume
Kwai di Lean, La collina del disonore di Lumet, o Furyo di Oshima, una testimonian-
za che si aggiunge alla galleria con risultati più che degni, elevandosi oltre i confini
del contributo magari utile e dignitoso ma puramente e limitatamente didascalico.
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2 novembre '16 - martedì 2nd November / Tuesday visione post - 4 (da la Repubblica - 20/09/'16 - Andrea Morandi) BATTERIA REGINA Spesso sottovalutata oppure semplicemente poco considerata da critica e pubblico, la figura del batterista nella storia del jazz ha spesso dimostrato quanto sia necessa- rio e fondamentale per una formazione avere un grande musicista che faccia da mo- tore. Gli esempi non si contano, soprattutto scorrendo la cronologia del genere, dal- l'enorme Elvin Jones per A Love Supreme di John Coltrane a Joe Morello su Take Five di Dave Brubeck, tra Gene Krupa nella big band di Benny Goodman fino a Bil- ly Cobham, ovvero l'uomo dietro alla Mahavishnu Orchestra. In tempi più recenti, abbiamo visto anche la rilevanza di artisti come Jack DeJohnette per Keith Jarrett oppure di Antonio Sànchez per Pat Metheny. Proprio a questa categoria appartiene il signore che il 20 settembre '16 è salito sul palco del Blue Note affiancato dalla sua formazione: Jeff Ballard, celebre per essere il batterista del trio di Brad Mehldau da oltre dieci anni.
"Ci sono stati molti grandi strumentisti in passato, io ho cominciato seguendo perso- naggi come Eddie Marshall e Tony Williams, che sono stati anche miei insegnanti - ha ricordato Ballard - e poi dei geni come Kenny Clarke, figura fondamentale del bebop, e Joe Morello. Poi c'erano le cose che mi faceva sentire mio padre quand'ero bambino a casa, dischi come quelli di Count Basie in cui suonava Sonny Payne. Ci sono varie scuole di pensiero tra noi percussionisti, ma il comandamento fonda- mentale per ogni batterista che voglia diventare grande è sempre lo stesso: non ri- manere schiavo della tecnica, ma essere sempre al servizio della musica. Solo que- sto conta". - Classe 1963, nato e cresciuto a Santa Cruz, in California, Ballard ha cominciato suonando per giganti come Ray Charles, Pat Metheny e Chick Corea fino a quando nel 2005, ha iniziato a New York la collaborazione che lo ha reso ce- lebre, ovvero quella con Brad Melhdau che, da Day Is Done fino al recentissimo Blues and Ballads, ha accompagnato su otto dischi e innumerevoli tour. "L'aspetto affascinante del suonare con Brad - ha spiegato Ballard - è la sua incre- dibile varietà di generi. Il suo pianoforte non ha confini e lui può decidere di rein- terpretare un pezzo dei Beatles o dei Radiohead e poi mettersi a fare qualcosa di musica classica o un brano di Jarrett. Da quel punto di vista uonare con lui ha una dimensione contemporanea che spesso nel jazz non c'è. E poi il suo modo di suonare il piano permette a me e Larry (Grenadier, il contrabassista del trio, nda) di inserirci spesso e suonare quindi di più". - Questa sera Ballard al Blue Note porterà il suo primo disco solista, il solido Time's Tales, affiancato da altri due musicisti assolutamente da tenere d'occhio: il chitarrista africano Lionel Loueke, già ascoltato su Possibilities di Herbie Hancock, e il sassofonista Chris Cheek, già a fianco di Paul Motian. Tra i pezzi in scaletta , attenzione a Dal (A Rhythm Song), addirittura una variante su una composizione di Béla Bartòk.
27 ottobre '16 - giovedì 27th October / Thursday visione post - 16 ITALIA - Emergenza terremoto Nelle Marche e nel Centro Italia la terra continua a tremare Oltre 500 repliche tra Marche e Umbria Lo sciame sismico ha tenuto con il fiato sospeso le popolazioni dei paesi della dorsale appenninica. Ci sono circa 5mila sfollati. La conta dei danni: a Visso tutte le case sono inagibili. Danneggiati i monumenti. Amatrice: crolla il palazzo rosso. Stanziati dal governo 40 milioni. Renzi: "Nessuna tendopoli" Tre nuove scosse (le ultime giovedì sera di magnitudo 4.2 e 3.4 hanno interrotto una riunione tra i sindaci della zona) e prime stime dei danni. Dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, la terra continua a tremare nelle zone colpite nelle Marche e in Umbria. I primi sopralluoghi rivelano che a Visso, uno dei paesi (da un migliaio di abitanti) epicentro del sisma in provincia di Macerata, tutte le case sono inagibili. Solo nelle Marche gli sfollati sono 4mila e nei luoghi del terremoto si attende un brusco calo delle temperature. Per questo viene esclusa la possibilità di sistemarli nelle tende della Protezione Civile. Molto colpito anche il patrimonio artistico e culturale della zona.
I feriti e i danni
Il bilancio ufficiale è di 4 feriti lievi. «Molto ingenti i danni» secondo l’assessore regionale alla Protezione civile Angelo Sciapichetti. Nella zona di Macerata oltre a Visso, dove praticamente il 100% degli edifici è inagibile, sono tantissimi gli edifici lesionati anche a Ussita. Nella «zona rossa» di Arquata del Tronto (Ascoli Piceno) si segnalano peggioramenti delle condizioni delle abitazioni già gravemente lesionate nel sisma del 24 agosto. In tutti gli edifici scolastici del centro Italia sono in corso verifiche, ha reso noto il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini. STATI UNITI - Presidenziali Usa Gli intrecci d'affari di Bill e Hillary: donatori, carità e guadagni privati Le email rubate da Wikileaks parlano del denaro inviato da sette Paesi (tra cui Qatar e Arabia Saudita) alla Fondazione Clinton e sui conti personali: in cambio di che cosa?
«Prendi i soldi!». L’invito, perentorio, compare in una mail di Jennifer Palmieri, la responsabile per la comunicazione dello staff di Hillary Clinton. Il destinatario, in questo caso, è Robby Mook, il manager della campagna. Ma, stando a quello che si legge nelle mail rivelate da Wikileaks, potrebbe essere lo slogan ombra del clan Clinton.
I miliardi dei sostenitori
Soldi donati da sette Paesi alla Fondazione Clinton mentre Hillary era Segretario di Stato. Soldi sui conti personali di Bill. Soldi, soprattutto, per la competizione elettorale dell’ex First Lady. In cambio di che cosa? Hillary Clinton ha raccolto 1,14 miliardi di dollari per pagare la corsa alla Casa Bianca: un quinto proviene da 100 ricchissimi donatori e lobbisti. Nella lista compaiono, tra gli altri, Donald Sussman che appartiene alla nuova élite della finanza americana formata dai gestori di hedge fund: 20,7 milioni di dollari per Hillary. Poi ecco Jay Robert Pritzker, 51 anni, cofondatore del più grande gruppo di venture capital del Midwest: 16,7 milioni. E ancora: Haim Saban, presidente di Univision, 11,9 milioni; George Soros, forse il più noto finanziere americano: 9,9 milioni di dollari e infine Daniel Abraham, proprietario della società SlimFast: 9,7 milioni.
ITALIA - Gorino (Ferrara) / Contro gli immigrati
Gorino e il cartello choc in chiesa: "Tornatevene nel vostro califfato"
Il manifesto è stato scoperto sia dentro che fuori dall'edificio religioso.
"Visto che noi per voi siamo infedeli tornate in Irak dal califfo El Bagdadi".
Il sindaco: "Ennesima tegola, sono esterrefatto, non ne sapevo nulla".
FERRARA — Dopo le barricate all’ingresso del Paese, il cartello choc affisso in chiesa. Gorino, la frazione del Ferrarese dove lunedì sera sono state cacciate 12 donne migranti, continua a far parlare di sè. Nell’unica chiesa del paese è comparso un cartello, sia dentro che fuori con l’invito «Tornatevene nel vostro califfato».
LA «N» ARABA — «Visto che noi siamo, per voi, infedeli - recita il cartello -: ma perché non ve ne andate nel vostro califfato di Iraq con il santo Califfo El Bagdadi, il quale vive di armi e uccide a tutto spiano coloro che non sono sunniti?». Una frase in linea con gli avvenimenti degli ultimi giorni ma non con lo spirito di accoglienza che ci si aspetterebbe di trovare in una chiesa. Sul cartello, inoltre, sopra la scritta contro i musulmani campeggia un simbolo arabo, la ‘N’, e sotto una didascalia spiega: «Questa rappresenta la ‘N’ araba e significa ‘Nazzareno’, termine con cui il Corano indica i seguaci di Gesù di Nazareth. Questo segno è stato posto sulle case dei cristiani del califfato di Iraq, i quali sono stati costretti ad andarsene di casa, sono stati uccisi, costretti a cambiar fede, le donne rese schiave vendute e stuprate e violentate da quelli assassini. Noi siamo “orgogliosamente” dei ‘Nassarah».
Il parroco della chiesa è don Paolo Paccagnella, da oltre 25 anni alla guida della parrocchia , che però non ha voluto spiegare la ragione della presenza del cartello. Intanto il sindaco di Goro, di cui fa parte la frazione di Gorino Ferrarese, Diego Viviani,indaffarato a ricostruire la reputazione del suo Comune, parlandone con l’Adnkronos, si dice «esterrefatto, non ne sapevo nulla. È stata l’ennesima tegola in testa», dice riferendosi alla presenza del manifesto sulla Chiesa. Il primo cittadino è stato avvertito dalle forze dell’ordine che hanno annunciato l’intenzione di farlo rimuovere. Viviani è deciso ad affrontare il parroco don Paolo Paccagnella per chiedergli di toglierlo: «un cartello del genere non trasmette certo un insegnamento di accoglienza degli altri popoli e di fratellanza», osserva.
27 ottobre '16 - giovedì 27th October / Thursday visione post - 5
(dalla rivista-settimanale "Grazia" - 17 agosto '16 / di Annalena Benini) LE ROSE DI SARAJEVO A SARAJEVO, PER LE STRADE, NELLE PIAZZE, lungo il fiume, al mercato, si sente un gran rumore di futuro. Vita che freme, ragazze dalle gambe infinite che vanno sicure incontro al mondo, donne completamente velate che camminano ac- canto, cariche di figli, e caffè a ogni angolo, tantissime cose da raccontarsi, lunghe notti festose, negozi aperti sempre, anche la sera tardi, botteghe di anziani turchi che lavorano il rame e hanno voglia di parlare del passato, e intanto il muezzin canta la sua ora, e suonano le campane della chiesa, e poco più in là la sinagoga, e la scuola islamica, tutto a pochi metri, tutto mescolato insieme. Sarajevo è rimasta una città aperta, nonostante tutto. Con il fiume e le colline così vicine, da cui solo 20 anni fa i cecchini sparavano sulle persone, nella strada dove ora c'è il McDonald's, e soprattutto c'è il monumento ai bambini morti durante la guerra. Ci sono i loro nomi, le date di nascita e di morte, uno accanto all'altro, bambini nati nel 1992 e morti nel 1994, ragazzini di 12 anni colpiti in nome di un'immenza insen- satezza che fatico a spiegare ai miei figli. Loro leggono quei nomi, gridano: "Era co- me me!", non possono credere che sia accaduto davvero. lì dove adesso loro saltella- no e corrono e chiedono souvenir e guardano gli altri bambini in bicicletta, identici a loro, con la stessa bellissima voglia di abbracciare il mondo e fidarsi di tutto. Milleseicento bambini morti in mezzo alle 12 mila persone rimaste uccise nei quat- tro anni dell'inferno di Sarajevo, quattro anni così vicini che hanno lasciato sui pa- lazzi i buchi delle bombe, le rose di Sarajevo le chiamano, e sui ponti le lapidi degli studenti uccisi, e il ricordo di quando i tram sulle rotaie passavano lentissimi, qua- si fermi per proteggere le persone che stavano lì dietro, che cercavano di portare a casa un pò d'acqua, o di andare a rassicurare i parenti. Dove le bellissime ragazze bosniache adesso siedono nei bar, ci sono i segni sul pavimento di quel che è acca- duto, c'è il rumore del passato che si mescola a quello delle risate e della voglia di vivere. "E perchè nessuno veniva a salvarli?", chiedono i miei figli mentre conta- no i palazzi rattoppati. Non so rispondere. C'è un altro monumento, un uomo di bronzo in piedi che urla con le mani intorno alla bocca, sembra che gridi aiuto. E' rivolto verso l'Europa. Com'è possibile che abbiamo permesso, muti, che per quattro anni quei bambini non avessero il pane, le medicine, la libertà? Com'è possibile che ci abituiamo così in fretta al massacro? Sarajevo ce l'ha fatta, con i segni addosso, negli occhi e nel cuore. Noi dobbiamo riuscire a non diventare mai più ciechi e sordi, indifferenti alle grida di aiuto, così vicine a noi. COMMENTO personale Continua... to be continued...
25 ottobre '16 - martedì 25th October / Tuesday visione post - 15 Ventitrè anni, l'età giusta per consacrarsi, tardi se si pensa che nel settore giovanile si trattava di due gioielli che sembravano già pronti al grande salto, magari a 19 anni. Invece è servita la gavetta anche a loro, Daniel Bessa e Simone Andrea Ganz, per ar- rivare al grande palcoscenico e magari riconquistarsi la fiducia in una big di A. DESTINI PARALLELI - Nel Verona che vola con Pazzini (capocannoniere della B con 11 gol), nell'avvio di stagione sono emersi anche loro. L'italo-brasiliano Bessa dopo le esperienze agrodolci all'Olhanense, Bologna e Sparta Rotterdam, finalmen- te ritorna il gioiello lanciato da Stramaccioni nell'Inter che ha conquistato la Next Generation Series. Ora i nerazzurri sognano il ritorno tra i big dopo un ottimo pre campionato col Mancio. Ganz è invece passato dalla Lega Pro al Como, dove si è ri- lanciato. Ma tardi ormai per il Milan che lo ha perso alla scadenza, e a trarne van- taggio è stato proprio l'Hellas Verona. A ridere poi è anche la Juve, che dal prestito in Veneto sta trovando un giocatore nuovo, aumentato anche di valore. (Spunti da www. gazzettamercato.it - Luca Pessina) Lucianone