16 aprile '19 - martedì 16th April / Tuesday visione post - 11
PARIGI - Notre Dame
La cattedrale parigina in fiamme, ma è mezza salvata dai pompieri.
La procura: "Pista accidentale, nessun atto doloso". Intervento dopo
secondo allarme; forse il rogo partito da una saldatura. Il presidente
Macron: "La ricostruiremo".
ROMA - Scontro sui migranti Lega-M5S
Salvini: "Arrivano i terroristi dalla Libia, fermate la Mare Jonio".
Di Maio: "Gli 800 mila non li fermi con una direttiva".
Porti chiusi, la ministra della Difesa Trenta: "Io non vaneggio come altri".
LIBIA - Guerra civile
Si combatte ancora a sud di Tripoli / l'Onu rilancia l'appello: "Immediato cessate
il fuoco" / controffensiva di Haftar / Unicef: 7300 bambini sfollati
FERRARA
Bambino ebreo aggredito dai bulli a scuola
I bulli: "Da grandi riapriremo i forni di Auschwitz" / Interviene la comunità
ebraica / Il ministro Bussetti. "Atti non tollerabili"
Ultime ore
UMBRIA - inchiesta sui concorsi
Parla la presidente Marini: "Mi sono dimessa per me, non per il psrtito
malato di giustizialismo". Zingaretti la ringrazia: "Passo indietro per
senso di responsabilità".
LIBIA - Guerra civile
Haftar bombarda Tripoli: 4 morti e 23 feriti / Le forze di Serraj: "L'ordine è di
arrivare a Bengasi" / Diverse esplosioni nella notte sulla capitale / Salvini: "Qualcuno
ha tentato il blitz, gli è andata male".
NAPOLI - Sant'Anastasia
Crolla la parete di una scuola: feriti una maestra incinta e 5 bambini.
Un forte boato e poi polvere e urla. E' crollata una parete in siporex all'interno dell'istituto comprensivo "Tenente De Rosa" di Sant'Anastasia, in provincia di Napoli. Nel crollo sono rimasti contusi una maestra incinta e cinque bambini, nessuno di loro sembra essere in gravi condizioni. Sul posto vigili del fuoco, forze dell'ordine e personale del 118.
Lucianone
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martedì 16 aprile 2019
domenica 7 aprile 2019
Riflessioni / personaggio - Una grande gigante donna neozelandese, di sinistra
7 aprile '19 - domenica 7th April / Sunday visione post - 9
(da la Repubblica - 20 marzo '19 - L'Amaca / Michele Serra)
Il gigante Jacinda
Le parole, il comportamento e perfino il portamento della prima ministra neozelandese, in questi ultimi terribili giorni, sono stati così impeccabili, così nobili, così precisi, da far sor-
gere qualche domanda a proposito della tanto dibattuta crisi della sinistra mondiale, che
spesso parla di se stessa solo per dirsi inadeguata, o arretrata, o codarda, o inetta, o confu-
sa, o collusa, eccetera. La signora Jacinda Ardern è di sinistra, leader dei laburisti, ed è un
gigante. La sua figura esile, il suo volto serio e gentile, le parole luminose che ha scelto di
usare hanno fatto sembrare l'innominabile killer quello che è, un omino vanitoso, e con lui
tutta la congerie di razzisti che gli fa corona (compresi, ovviamente, i razzisti su base reli-
giosa dell'Isis, specularmente genocidi). Gente che per esistere e contare ha necessità di uc-
cidere, perchè al di fuori della scena del delitto non ha alcuna possibiltà di sembrare, anche
solo sembrare, interessante o utile. Levategli lo schioppo e le loro paginette Facebook e non
rimane nulla. Accadde anche in Norvegia quando a un latro innominabile omino, assassino
a sangue freddo di sessantanove adolescenti inermi, la democrazia oppose la sua dignità e
le sue superiori regole di civiltà, tanto superiori da trattare perfino i nazisti come se fosse-
ro esseri umani e portatori di diritti.
Dobbiamo ringraziare la signora Ardern perchè ci ha ricordato che il sentimento dell'ugua-
è enormemente più potente, e seducente, dei suoi nemici. E che la sinistra è, di quel senti-
mento, il primo portatore.
Lucianone
(da la Repubblica - 20 marzo '19 - L'Amaca / Michele Serra)
Il gigante Jacinda
Le parole, il comportamento e perfino il portamento della prima ministra neozelandese, in questi ultimi terribili giorni, sono stati così impeccabili, così nobili, così precisi, da far sor-
gere qualche domanda a proposito della tanto dibattuta crisi della sinistra mondiale, che
spesso parla di se stessa solo per dirsi inadeguata, o arretrata, o codarda, o inetta, o confu-
sa, o collusa, eccetera. La signora Jacinda Ardern è di sinistra, leader dei laburisti, ed è un
gigante. La sua figura esile, il suo volto serio e gentile, le parole luminose che ha scelto di
usare hanno fatto sembrare l'innominabile killer quello che è, un omino vanitoso, e con lui
tutta la congerie di razzisti che gli fa corona (compresi, ovviamente, i razzisti su base reli-
giosa dell'Isis, specularmente genocidi). Gente che per esistere e contare ha necessità di uc-
cidere, perchè al di fuori della scena del delitto non ha alcuna possibiltà di sembrare, anche
solo sembrare, interessante o utile. Levategli lo schioppo e le loro paginette Facebook e non
rimane nulla. Accadde anche in Norvegia quando a un latro innominabile omino, assassino
a sangue freddo di sessantanove adolescenti inermi, la democrazia oppose la sua dignità e
le sue superiori regole di civiltà, tanto superiori da trattare perfino i nazisti come se fosse-
ro esseri umani e portatori di diritti.
Dobbiamo ringraziare la signora Ardern perchè ci ha ricordato che il sentimento dell'ugua-
è enormemente più potente, e seducente, dei suoi nemici. E che la sinistra è, di quel senti-
mento, il primo portatore.
Lucianone
SPORT - calcio / Serie B - 31^ giornata 2018/19
7 aprile '19 - domenica 7th April / Sunday visione post - 9
Risultati
Benevento 3 Crotone 2 Livorno 1 Padova 1 Spezia 2
Carpi 1 Perugia 0 Cremonese 3 Ascoli 2 Salernitana 1
Venezia 1 H. Verona 2 Lecce 3 Pescara 3
Cittadella 1 Brescia 2 Cosenza 1 Palermo 2
Lucianone
Risultati
Benevento 3 Crotone 2 Livorno 1 Padova 1 Spezia 2
Carpi 1 Perugia 0 Cremonese 3 Ascoli 2 Salernitana 1
Venezia 1 H. Verona 2 Lecce 3 Pescara 3
Cittadella 1 Brescia 2 Cosenza 1 Palermo 2
Lucianone
Società / personaggio - Ricordando Antonio Megalizzi: per un'Europa diversa
7 aprile '19 - domenica 7th April / Sunday visione post - 9
(da la Repubblica - 15 dicembre '18 - Concita De Gregorio)
L'Europa di Antonio
Sarebbe bello se servisse a qualcosa. Se riuscissimo per una volta - questa, proprio a partire
da ora - a non limitarci al cordoglio. Che dolore enorme, un ragazzo nei suoi vent'anni, che
muore così. Un colpo alla nuca, vigliacco e cieco, un obiettivo a caso. Antonio Megalizzi è sta-
to ucciso da un coetaneo, Chérif Chekatt: avevano 29 anni tutti e due. Nati nello stesso anno:
Antonio in Italia, cresciuto al Nord, a Trento, figlio di immigrati calabresi. Chérif in Francia,
a Strasburgo, figlio di immigrati magrebini. Figli dello stesso tempo. Neonati negli stessi me-
si. Proviamo a immaginare le traiettorie delle loro vite, simultanee. Entrambi convinti di fare
la cosa giusta: l'omicida - a sua volta ucciso - e la vittima.
Esiste la cosa giusta? Sì, esiste. E' giusto credere in un mondo aperto, grande, accogliente.
In un'Europa casa di tutti, nella fratellanza dei diversi. E' aberrante e criminale credere che
uccidere in nome di una religione possa fare giustizia, la disciplina dell'odio del nemico.
Ma è questo il mondo, è questo il tempo che li ha generati entrambi. La vittima e il carne-
fice. Come possiamo, se possiamo, decifrare l'enigma che è all'origine di tutte le paure? Il
buono, il cattivo. Basta dirsi questo per evitare che si ripeta? Siamo convinti che basti il
giudizio, il verdetto, perchè sia utile a cambiare le cose? Perchè le morti servano a evitare
altre morti. Per disinnescare l'odio.
Ho ascoltato a lungo i reportage radiofonisi di Antonio Megalizzi. Una luce, un ragazzo
pieno di passione per il bene comune. Credo che lui volesse questo: un luogo più giusto
dove vivere insieme. Allora ecco, per onorarlo oggi, non basta il cordoglio istituzionale,
di Stato e collettivo, di popolo. Che tragedia la sua morte come quella di Valeria Solesin
a Parigi, di Gloria Trevisan e Marco Gottardi a Londra, di tutti i nostri figli andati a cer-
care il futuro altrove. Che dolore inemendabile per il padre - Giordano, un ferroviere
nato in Calabria, volontario Avis - per sua madre Annamaria, per sua sorella, per la fi-
danzata Luana, per gli amici che hanno lasciato quella lettera bellissima sulla porta di
casa.
Antonio voleva fare il giornalista per raccontare le cose come stanno, ed era precario.
Non trovava lavoro, in Italia: non un lavoro degno di questo nome. Volontario, come la
maggior parte dei nostri figli. Era un nomade contemporaneo, pieno di tutto quello che
ci manca. Si spostava con Flixbus, 26 ore in pullman per arrivare a Strasburgo, era o-
spite di uno studente polacco. Lavorava per un sogno, Europhonica, un network di ra-
dio universitarie. Credeva in +Europa, il movimento di Emma Bonino. Voleva combat-
tere gli xenofobi, i seminatori di paure, studiando le leggi e raccontando le cose. Per ono-
rarlo non basta un funerale solenne, serve raccogliere il suo testimone.
Mandiamo i nostri figli nel mondo, in Europa, e ce ne andiamo dall'Europa. Li lasciamo
soli a percorrere i sogni che stiamo abbandonando. E' come se gli aprissimo la porta per
uscire e poi la richiudessimo suòl baratro alle loro spalle. Possiamo oggi, in morte di An-
tonio, non limitarci al funerale, al cordoglio? Proviamo. Possiamo chiederci se siamo in
grado di dire a una generazione intera: andate, ragazzi. Andate a mostrare ai vostri coe-
tanei che il mondo è un posto grande e libero, che non c'è spazio per il fanatismo - il fa-
natismo è una trappola mortale - e insieme, intanto, restare accanto a loro? Restare nel
luogo dove li abbiamo mandati, l'Europa, e difenderlo. Questo, per Antonio e per tutti,
dovremmo oggi fare. Difendere i desideri a cui li abbiamo educati. Averne cura, tanta.
Lucianone
(da la Repubblica - 15 dicembre '18 - Concita De Gregorio)
L'Europa di Antonio
Sarebbe bello se servisse a qualcosa. Se riuscissimo per una volta - questa, proprio a partire
da ora - a non limitarci al cordoglio. Che dolore enorme, un ragazzo nei suoi vent'anni, che
muore così. Un colpo alla nuca, vigliacco e cieco, un obiettivo a caso. Antonio Megalizzi è sta-
to ucciso da un coetaneo, Chérif Chekatt: avevano 29 anni tutti e due. Nati nello stesso anno:
Antonio in Italia, cresciuto al Nord, a Trento, figlio di immigrati calabresi. Chérif in Francia,
a Strasburgo, figlio di immigrati magrebini. Figli dello stesso tempo. Neonati negli stessi me-
si. Proviamo a immaginare le traiettorie delle loro vite, simultanee. Entrambi convinti di fare
la cosa giusta: l'omicida - a sua volta ucciso - e la vittima.
Esiste la cosa giusta? Sì, esiste. E' giusto credere in un mondo aperto, grande, accogliente.
In un'Europa casa di tutti, nella fratellanza dei diversi. E' aberrante e criminale credere che
uccidere in nome di una religione possa fare giustizia, la disciplina dell'odio del nemico.
Ma è questo il mondo, è questo il tempo che li ha generati entrambi. La vittima e il carne-
fice. Come possiamo, se possiamo, decifrare l'enigma che è all'origine di tutte le paure? Il
buono, il cattivo. Basta dirsi questo per evitare che si ripeta? Siamo convinti che basti il
giudizio, il verdetto, perchè sia utile a cambiare le cose? Perchè le morti servano a evitare
altre morti. Per disinnescare l'odio.
Ho ascoltato a lungo i reportage radiofonisi di Antonio Megalizzi. Una luce, un ragazzo
pieno di passione per il bene comune. Credo che lui volesse questo: un luogo più giusto
dove vivere insieme. Allora ecco, per onorarlo oggi, non basta il cordoglio istituzionale,
di Stato e collettivo, di popolo. Che tragedia la sua morte come quella di Valeria Solesin
a Parigi, di Gloria Trevisan e Marco Gottardi a Londra, di tutti i nostri figli andati a cer-
care il futuro altrove. Che dolore inemendabile per il padre - Giordano, un ferroviere
nato in Calabria, volontario Avis - per sua madre Annamaria, per sua sorella, per la fi-
danzata Luana, per gli amici che hanno lasciato quella lettera bellissima sulla porta di
casa.
Antonio voleva fare il giornalista per raccontare le cose come stanno, ed era precario.
Non trovava lavoro, in Italia: non un lavoro degno di questo nome. Volontario, come la
maggior parte dei nostri figli. Era un nomade contemporaneo, pieno di tutto quello che
ci manca. Si spostava con Flixbus, 26 ore in pullman per arrivare a Strasburgo, era o-
spite di uno studente polacco. Lavorava per un sogno, Europhonica, un network di ra-
dio universitarie. Credeva in +Europa, il movimento di Emma Bonino. Voleva combat-
tere gli xenofobi, i seminatori di paure, studiando le leggi e raccontando le cose. Per ono-
rarlo non basta un funerale solenne, serve raccogliere il suo testimone.
Mandiamo i nostri figli nel mondo, in Europa, e ce ne andiamo dall'Europa. Li lasciamo
soli a percorrere i sogni che stiamo abbandonando. E' come se gli aprissimo la porta per
uscire e poi la richiudessimo suòl baratro alle loro spalle. Possiamo oggi, in morte di An-
tonio, non limitarci al funerale, al cordoglio? Proviamo. Possiamo chiederci se siamo in
grado di dire a una generazione intera: andate, ragazzi. Andate a mostrare ai vostri coe-
tanei che il mondo è un posto grande e libero, che non c'è spazio per il fanatismo - il fa-
natismo è una trappola mortale - e insieme, intanto, restare accanto a loro? Restare nel
luogo dove li abbiamo mandati, l'Europa, e difenderlo. Questo, per Antonio e per tutti,
dovremmo oggi fare. Difendere i desideri a cui li abbiamo educati. Averne cura, tanta.
Lucianone
lunedì 1 aprile 2019
SPORT - calcio / Serie B - 30^ giornata 2018/19
1 aprile '19 - lunedì 1stApril / Monday visione post - 6
Risultati e partite
Cremonese 1 Ascoli 2 Carpi 1 Cittadella 1 Cosenza 1 Perugia 3
Verona 1 Benevento 2 Crotone 2 Padova 1 Palermo 1 Livorno 1
Salernitana 1 Brescia 2 Lecce 2
Venezia 1 Foggia 1 Pescara 0
BRESCIA 53 / Lecce 51 / Palermo 50 / H. Verona 47 / Pescara 45 /
Benevento, Perugia 44 / Cittadella 41 / Spezia 40 / Salernitana, Cosenza 35 /
Ascoli 33 / Cremonese 32 / Livorno, Crotone 30 / Venezia 29 / Foggia (-6) 27 /
Padova 24 / Carpi 22
Continua... to be continued...
Risultati e partite
Cremonese 1 Ascoli 2 Carpi 1 Cittadella 1 Cosenza 1 Perugia 3
Verona 1 Benevento 2 Crotone 2 Padova 1 Palermo 1 Livorno 1
Salernitana 1 Brescia 2 Lecce 2
Venezia 1 Foggia 1 Pescara 0
BRESCIA 53 / Lecce 51 / Palermo 50 / H. Verona 47 / Pescara 45 /
Benevento, Perugia 44 / Cittadella 41 / Spezia 40 / Salernitana, Cosenza 35 /
Ascoli 33 / Cremonese 32 / Livorno, Crotone 30 / Venezia 29 / Foggia (-6) 27 /
Padova 24 / Carpi 22
Continua... to be continued...
domenica 31 marzo 2019
Arte - Jackson Pollock e i quadri sul pavimento
31 marzo '19 - domenica 31st March / Sunday visione post - 6
(da 'il manifesto' - 22 marzo '19 - Divano / Alberto Olivetti)
Il pavimento di Jackson Pollock
Sul numero dell'inverno 1947-48 della rivista newyorkese Possibilietes, sotto il titolo
My Painting si riportava una dichiarazione di Jackson Pollock (1912-1956). Egli affer-
ma: "La mia pittura non nasce sul cavalletto". E spiega: "Ho bisogno della resistenza
di una superficie dura. Sul pavimento mi sento più a mio agio". - In quella occasione
Pollock intende esprimere in poche frasi i suoi convincimenti di pittore e lo fa in modo
piano e con estrema, succinta chiarezza. Una volta distesa la tela sul pavimento, "mi
sento più vicino, più parte del quadro, perchè, in questo modo, posso camminarci intorno,
lavorare sui quattro lati, ed essere letteralmente nel quadro. E' un metodo simile a quello
degli Indiani dell'Ovest che lavorano sulla sabbia".
Da poco più di due anni Pollock abita in una farmhouae al numero 830 di Fireplace Road,
The Springs, East Hampton, a Long Island. Dal retro, in lontananza, si scorge Accabonac
Creek, le anse azzurre delle rive verdi dell'oceano. Vi si trasferisce il 5 novembre del 1945
con Lee Krasner, dieci giorni dopo il loro matrimonio, celebrato a New York il 25 ottobre.
Peggy Guggenheim aveva fornito a Pollock i duemila dollari necessari all'acquisto e li re-
cuperava deducendo ogni trenta giorni cinquanta dollari dallo stipendio mensile che paga-
va all'artista. La casa, isolata, è sprovvista di acqua calda e di bagno, c'è una stufa a carbo-
ne e, al tempo, Pollock e Krasner non possiedono una automobile. Solo nel 1948 Pollock
acquista una Model A Ford al volante della quale, la portiera aperta, lo fotografa sul pra-
to antistante lo studio Hans Namuth. Quei freddi mesi dell'inverno sono impiegati per una
prima sistemazione della casa. In primavera, stesa sul pavimento della camera da letto,
Pollock dipinge a The Spring una prima grande tela: The Key (149,8x213,3 cm). "Mi al-
lontano sempre più dagli strumenti tradizionali del pittore come il cavalletto, la tavolozza,
i pennelli, preferisco la stecca, la spatola, il coltello e la vernice fluida che faccio sgocciola-
re, o un impasto grasso di sabbia, di vetro polverizzato e di altri materiali extra-pittorici".
Il pavimento di assi di legno dell'ambiente più ampio dello studio sul quale Pollock lavore-
rà regolarmente fino all'agosto del 1956, è quello di un'ampia stanza quadrata che misura
circa sei metri e mezzo ai lati. Pollock, ubriaco alla guida, la sera dell'11 agosto del 1956,
si schianta contro un albero della Fireplace Road, poco lontano da casa, e muore. Lee Kra-
sner resterà in quello studio fino alla sua scomparsa nel 1984. Per oltre trent'anni al pavi-
mento era stato soprammesso uno strato di masonite. Esso fu allora asportato ed il vecchio
impiantito apparve intatto, mostrando tutte le tracce delle sgocciolature, delle macchie, de-
gli schizzi debordanti oltre i perimetri delle tele volta a volta distese. Una fotografia azimu-
tale a colori di Jeff Heatley ci mostra il pavimento dello studio di Pollock Il pittore ammet-
te: "Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quello che faccio". Egli cerca piut-
tosto, dice, di liberare la "vita propria" che al quadro appartiene, e dunque, dice, solo "ten-
to di lasciarla emergere". E chiarisce al proposito, in un commento al film realizzato nel
1950-51 Namuth Falkenberg che lo riprende al lavoro: "Quando dipingo, ho un'idea di in-
sieme di quello che voglio fare. Posso controllare la colata della vernice, non c'è casualità,
così come non c'è inizio nè fine". Ma aggiunge: "A volte perdo il quadro, Ma non ho pau-
ra dei cambiamenti, di distruggere l'immagine perchè, torno a ribadire, un quadro ha una
sua vita propria". La vita propria del quadro, dopo innumerevoli tentativi, dopo gli stor-
dimenti e l'energia dissipata in quel suo indursi ritmato attorno alle tele; dopo i continui
va e vieni danzati; dopo lo sporgersi e il ritrarsi sul ciglio del supporto a terra; dopo i pre-
cari equilibri su una gamba e le dolenzia al braccio che regge i barattoli e alla mano che
sparge le colature colorate, la vita propria del quadro, dicevo, eccola emersa sul pavimen-
to. Flottano i pigmenti liberi n cromaticheelle assonanze imprevedute, nelle non calcolate
dinamiche. Pollock, ora, qui, finalmente, sul pavimento, realizza, con l'opera sua, se stes-
so.
Lucianone
(da 'il manifesto' - 22 marzo '19 - Divano / Alberto Olivetti)
Il pavimento di Jackson Pollock
Sul numero dell'inverno 1947-48 della rivista newyorkese Possibilietes, sotto il titolo
My Painting si riportava una dichiarazione di Jackson Pollock (1912-1956). Egli affer-
ma: "La mia pittura non nasce sul cavalletto". E spiega: "Ho bisogno della resistenza
di una superficie dura. Sul pavimento mi sento più a mio agio". - In quella occasione
Pollock intende esprimere in poche frasi i suoi convincimenti di pittore e lo fa in modo
piano e con estrema, succinta chiarezza. Una volta distesa la tela sul pavimento, "mi
sento più vicino, più parte del quadro, perchè, in questo modo, posso camminarci intorno,
lavorare sui quattro lati, ed essere letteralmente nel quadro. E' un metodo simile a quello
degli Indiani dell'Ovest che lavorano sulla sabbia".
Da poco più di due anni Pollock abita in una farmhouae al numero 830 di Fireplace Road,
The Springs, East Hampton, a Long Island. Dal retro, in lontananza, si scorge Accabonac
Creek, le anse azzurre delle rive verdi dell'oceano. Vi si trasferisce il 5 novembre del 1945
con Lee Krasner, dieci giorni dopo il loro matrimonio, celebrato a New York il 25 ottobre.
Peggy Guggenheim aveva fornito a Pollock i duemila dollari necessari all'acquisto e li re-
cuperava deducendo ogni trenta giorni cinquanta dollari dallo stipendio mensile che paga-
va all'artista. La casa, isolata, è sprovvista di acqua calda e di bagno, c'è una stufa a carbo-
ne e, al tempo, Pollock e Krasner non possiedono una automobile. Solo nel 1948 Pollock
acquista una Model A Ford al volante della quale, la portiera aperta, lo fotografa sul pra-
to antistante lo studio Hans Namuth. Quei freddi mesi dell'inverno sono impiegati per una
prima sistemazione della casa. In primavera, stesa sul pavimento della camera da letto,
Pollock dipinge a The Spring una prima grande tela: The Key (149,8x213,3 cm). "Mi al-
lontano sempre più dagli strumenti tradizionali del pittore come il cavalletto, la tavolozza,
i pennelli, preferisco la stecca, la spatola, il coltello e la vernice fluida che faccio sgocciola-
re, o un impasto grasso di sabbia, di vetro polverizzato e di altri materiali extra-pittorici".
Il pavimento di assi di legno dell'ambiente più ampio dello studio sul quale Pollock lavore-
rà regolarmente fino all'agosto del 1956, è quello di un'ampia stanza quadrata che misura
circa sei metri e mezzo ai lati. Pollock, ubriaco alla guida, la sera dell'11 agosto del 1956,
si schianta contro un albero della Fireplace Road, poco lontano da casa, e muore. Lee Kra-
sner resterà in quello studio fino alla sua scomparsa nel 1984. Per oltre trent'anni al pavi-
mento era stato soprammesso uno strato di masonite. Esso fu allora asportato ed il vecchio
impiantito apparve intatto, mostrando tutte le tracce delle sgocciolature, delle macchie, de-
gli schizzi debordanti oltre i perimetri delle tele volta a volta distese. Una fotografia azimu-
tale a colori di Jeff Heatley ci mostra il pavimento dello studio di Pollock Il pittore ammet-
te: "Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quello che faccio". Egli cerca piut-
tosto, dice, di liberare la "vita propria" che al quadro appartiene, e dunque, dice, solo "ten-
to di lasciarla emergere". E chiarisce al proposito, in un commento al film realizzato nel
1950-51 Namuth Falkenberg che lo riprende al lavoro: "Quando dipingo, ho un'idea di in-
sieme di quello che voglio fare. Posso controllare la colata della vernice, non c'è casualità,
così come non c'è inizio nè fine". Ma aggiunge: "A volte perdo il quadro, Ma non ho pau-
ra dei cambiamenti, di distruggere l'immagine perchè, torno a ribadire, un quadro ha una
sua vita propria". La vita propria del quadro, dopo innumerevoli tentativi, dopo gli stor-
dimenti e l'energia dissipata in quel suo indursi ritmato attorno alle tele; dopo i continui
va e vieni danzati; dopo lo sporgersi e il ritrarsi sul ciglio del supporto a terra; dopo i pre-
cari equilibri su una gamba e le dolenzia al braccio che regge i barattoli e alla mano che
sparge le colature colorate, la vita propria del quadro, dicevo, eccola emersa sul pavimen-
to. Flottano i pigmenti liberi n cromaticheelle assonanze imprevedute, nelle non calcolate
dinamiche. Pollock, ora, qui, finalmente, sul pavimento, realizza, con l'opera sua, se stes-
so.
Lucianone
venerdì 29 marzo 2019
Riflessioni - Onore a Lorenzo Orsetti, soldato italiano e partigiano contro l'Isis
29 marzo '19 - venerdì 29th March / Friday visione post - 10
(da la repubblica - 19 marzo '19 - L'AMACA / Michele Serra)
In memoria di un soldato
Non c'è legge internazionale, non c'è calcolo politico, non c'è logica diplomatica che
possa impedirmi di sentire fratello Lorenzo Orsetti, il giovane fiorentino ucciso dal-
l'isis in Siria. O meglio, anagrafe alla mano, di sentirlo figlio. E, come lui, gli altri ra-
gazzi che hanno preso le armi al fianco dei curdi, quell'esercito straordinario e tradi-
to (dai turchi, dai governi arabi, infine dagli americani) che tanto ha dato e fatto per
impedire che prevalesse la tirannia dell'Isis. Un esercito di maschi e di femmine, schiaffo
vivente alla segregazione jihadista delle donne. Che in caso di sconfitta militare rischia-
no, oltre alla vita, lo stupro e la schiavitù sessuale. "L'emancipazione della donna, la coo-
perazione sociale, l'ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sa-
rei stato pronto a combattere anche altrove". Così diceva Lorenzo Orsetti, non un intel-
lettuale, non un agitatore politico un ragazzo come tanti che a un certo punto ha trovato
penoso rimanere spettatore di un genocidio. Ci sono scelte di ribellione e di volontariato
anche molto diverse dalle sue, pacifiche, operose, quasi ugualmente rischiose e però re-
frattarie all'uso delle armi. Ma uno che va a morire per la parità delle donne, per la li-
bertà religiosa e per la democrazia non è un qualunque combattente, o mercenario, che
ha voglia di menare le mani sotto la prima bandiera che capita. E' uno che ha letto, ha
discusso, ci ha pensato e alla fine ha deciso. Sarebbe bello e giusto dedicargli nella sua
città una via o una piazza, e pazienza per le eventuali polemiche.
Lucianone
(da la repubblica - 19 marzo '19 - L'AMACA / Michele Serra)
In memoria di un soldato
Non c'è legge internazionale, non c'è calcolo politico, non c'è logica diplomatica che
possa impedirmi di sentire fratello Lorenzo Orsetti, il giovane fiorentino ucciso dal-
l'isis in Siria. O meglio, anagrafe alla mano, di sentirlo figlio. E, come lui, gli altri ra-
gazzi che hanno preso le armi al fianco dei curdi, quell'esercito straordinario e tradi-
to (dai turchi, dai governi arabi, infine dagli americani) che tanto ha dato e fatto per
impedire che prevalesse la tirannia dell'Isis. Un esercito di maschi e di femmine, schiaffo
vivente alla segregazione jihadista delle donne. Che in caso di sconfitta militare rischia-
no, oltre alla vita, lo stupro e la schiavitù sessuale. "L'emancipazione della donna, la coo-
perazione sociale, l'ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sa-
rei stato pronto a combattere anche altrove". Così diceva Lorenzo Orsetti, non un intel-
lettuale, non un agitatore politico un ragazzo come tanti che a un certo punto ha trovato
penoso rimanere spettatore di un genocidio. Ci sono scelte di ribellione e di volontariato
anche molto diverse dalle sue, pacifiche, operose, quasi ugualmente rischiose e però re-
frattarie all'uso delle armi. Ma uno che va a morire per la parità delle donne, per la li-
bertà religiosa e per la democrazia non è un qualunque combattente, o mercenario, che
ha voglia di menare le mani sotto la prima bandiera che capita. E' uno che ha letto, ha
discusso, ci ha pensato e alla fine ha deciso. Sarebbe bello e giusto dedicargli nella sua
città una via o una piazza, e pazienza per le eventuali polemiche.
Lucianone
domenica 24 marzo 2019
SPORT - calcio / Serie B - 29^ giornata 2018/19
24 marzo '19 - domenica 24th March / Sunday visione post - 8
Risultati e classifica
Pescara 1 Benevento 2 Foggia 1 Livorno 1 Padova 0 H. Verona 1
Cosenza 1 Spezia 3 Cittadella 1 Salernitana 0 Perugia 1 Ascoli 1
Palermo 4 Venezia 1 Crotone 2
Carpi 1 Cremonese 1 Lecce 2
BRESCIA 50 / Palermo 49 / Lecce 48 / H. Verona 46 / Pescara 45 / Benevento 43 /
Perugia 41 / Cittadella, Spezia 40 / Salerbitaba, Cosenza 34 / Ascoli 32 /
Cremonese 31 / Livorno 30 / Venezia 28 / Crotone, Foggia 27 / Padova 23 /
Carpi 22
Lucianone
Risultati e classifica
Pescara 1 Benevento 2 Foggia 1 Livorno 1 Padova 0 H. Verona 1
Cosenza 1 Spezia 3 Cittadella 1 Salernitana 0 Perugia 1 Ascoli 1
Palermo 4 Venezia 1 Crotone 2
Carpi 1 Cremonese 1 Lecce 2
BRESCIA 50 / Palermo 49 / Lecce 48 / H. Verona 46 / Pescara 45 / Benevento 43 /
Perugia 41 / Cittadella, Spezia 40 / Salerbitaba, Cosenza 34 / Ascoli 32 /
Cremonese 31 / Livorno 30 / Venezia 28 / Crotone, Foggia 27 / Padova 23 /
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Lucianone
giovedì 21 marzo 2019
L'Opinione del Giovedì - Lupi solitari, esposizione/emulazione mediatica e i ragazzini multicolori del nuovo millennio che possono salvare e cambiare il mondo
21 marzo '19 - giovedì 21th March / Thursday visione post - 8
L u p i s o l i t a r i
"Ousseynou Sy è il senegalese che ha tentato di fare una strage di bambini, ma non ha tentato
di fare una strage di bambini perchè è senegalese. Allo stesso modo, il neozelandese Brenton
Harrison Tarrant è un cristiano che ha fatto una strage di musulmani, ma non ha fatto una
strage di musulmani perchè è cristiano. La nerissima cronaca dei nostri anni ferocemente
pazzi è piena di invasati che sono impazziti di terrorismo, ma ogni volta che la sociologia del
terrorismo è stata applicata a uno solo di questi solitari assassini o aspiranti assassini, stra-
gisti, sparatori o bombaroli, si è subito degradata in sociologismo."
(Così inizia l'articolo di Francesco Merlo, sul Corriere della Sera di oggi 21 marzo, dal titolo
"L'uomo nero")
Alla base dell'atto compiuto da questo senegalese c'è la lucida follia isolata di un uomo che
ha agito spinto dall'esasperazione per l'attuale situazione dei migranti, e non mosso da par-
ticolari simpatie per l'Isis e fuori quindi da un contesto radicalizzato che lo portasse ad un
obiettivo di stragismo islamico. Queste sono anche le conclusioni degli investigatori e dello
stesso pm coordinatore dell'antiterrorimo milanese. Ma questo non vuol dire che lui non
venga catalogato come terrorista, che ha minacciato di compiere una strage se i carabinie-
ri fossero intervenuti. Poi per fortuna per il coraggio di due ragazzini studenti che hanno
avvisato, di nascosto, i carabinieri che sono intervenuti prontamente, tutto si è risolto.
Ma il folle è un folle terrorista, al di là che sia senegalese. Ma chiaramente sul colore della
pelle ci gioca la destra del ministro Salvini, il quale ultimo assieme a Di Maio ha cer-
cato di uscire dall'impasse di questa tragica patata bollente, andando a parlare di cittadi-
nanza da dare a Ramy, ma solo come premio. Ramy è un ragazzo di 13 anni, di genitori egiziani, senza cittadinanza italiana, quindi straniero: dunque uno straniero (pure Adam
lo è) che ha salvato altri 48 bambini (più insegnanti e bidello, in tutto 51) di cui la maggio-
ranza italiani da un attentatore nero, il quale per completare il suo lucido progetto ha dato fuoco al bus con taniche di benzina. Poi, immobilizzato dagli agenti, ha farfugliato che lo
ha fatto per vendicare tutti i bambini migranti morti in mare per colpa di Salvini e Di
Maio.
Resta allora il fatto che, se finora l'Italia ha potuto evitare, soprattutto per merito della
forza di intelligence e dei reparti addestratissimi (migliori d'Europa, si dice) di polizia e carabinieri, attentati e stragi (come all'estero invece) da parte di estremisti islamici o
di foreign fighters, mai avvenuti nel nostro Paese, comunque basta un cane sciolto, come
il senegalese Sy, a provocare tragedie di terrorismo inaspettato.
Esposizione ed emulazione mediatica
E i cani sciolti sono dovunque, soprattutto nella Rete, e sono pronti ad esaltarsi non solo
nel vedere o leggere, come nel caso di Sy, le immagini e i fatti di migranti naufragati e
poi morti o in parte salvati in mare, ma anche nel sentire i continui messaggi mediatici
che vengono lanciati in tutti i social da quella parte di governo che dovrebbe essere
la più responsabile nel bilanciare e misurare le parole nella loro gravità e peso specifico.
Insomma l'esposizione mediatica amplificata di continuo di fatti, immagini e parole che
hanno il peso di pietre lanciate procurano alla fine miccia e combustibile altrettanto con-
tinui (dove poi trovano facile presa per altri lupi che vanno ancora ad emularsi a vicenda)
per questi folli cani sciolti, siano essi di colore bianco, nero o giallo o rosso o di credenza cristiana, islamica-musulmana o suprematista. A questo punto conta l'uomo in sè e la
sua follia. Altrimenti dovremo ritornare a bisticciare e odiare: e questo sfocia nel razzi-
smo, e così daremmo ragione a chi lo predica di continuo...
Quei ragazzini che vogliono salvare il pianeta
e possono cambiare il mondo
Si chiama Greta ed è una svedese sedicenne che ha dato il via, a livello planetario, a
un movimento di giovani - per lo più studenti della sua età e anche di meno - che fan-
no uno sciopero scolastico il venerdì (tutti i venerdì9 in favore dell'ambiente, cioè per
un mondo ecologico: rispetto per l'ambiente, riduzione ed eliminazione di inquinamen-
to, eccetera e dicono "Agire subito, non c'è un pianeta B".
E questo è diventato l'appello dello sciopero globale per un clima migliore che si è avuto
in tutto il mondo il 15 marzo scorso con più di mille manifestazioni: una protesta che po-
ne al centro la difesa del futuro della Terra e delle nuove generazioni, messe a rischio da
politiche sbagliate e impegni non rispettati.
Ma tutto finalmente è partito o meglio ripartito dalla gioventù, e anzi meglio ancora dal-
la gioventù più acerba e sana, quella che vuole prensersi sulle spalle la responsabilità che
gli "adulti pazzi, impazziti, fuori controllo" non hanno più, l'hanno persa per strada da
tanto tempo, forse da quegli anni Sessanta del secolo scorso in cui sembrava volesssero
con il '68 capovolgere il mondo per trasformarlo eliminando guerre e conflitti secolari
per costruire un mondo di pace e un pianeta armonioso. Adesso si deve ricominciare tut-
to ancora da loro, dagli spiriti puri ma, speriamo, tenaci e battaglieri:: da ragazzini co-
me quelli del bus-scuola che uniti, bianchi e neri e mulatti, si sono difesi da un matto, fol-
le autista che li voleva sacrificare in nome di una vendetta dei profughi, dei migranti e di
un "Africa sollevati", ma che gli stessi bambini africani annegati nel mare mediterraneo
non avrebbero certo approvato. I ragazzini come Ramy e Adam possono idealmente es-
sere i fratelli di questi giovani ragazzi e ragazze multicolori e millennial che manifestano
in tutto il mondo per un pianeta futuro in armonia con la natura e perciò governato da
gente pacifica dove l'odio sia un lontano ricordo.
"... E torna l'idea del mondo salvato dai ragazzini perchè quel bimbo (Ramy tredicenne)
ha le stesse qualità dei suoi quasi coetanei che sabato scorso (15 marzo) hanno manifesta-
to in tutto il mondo per difendere l'ambiente. Il bimbo eroe di San Donato (Milanese) è
un loro fratello, unìaltra meraviglia nel nostro tempo marcio.. De Sica appunto ne avreb-
be fatto un seguito di Miracolo a Milano" (Con queste parole finisce l'articolo di France-
sco Merlo)
- L u c i a n o F i n e s s o -
Lucianone
L u p i s o l i t a r i
"Ousseynou Sy è il senegalese che ha tentato di fare una strage di bambini, ma non ha tentato
di fare una strage di bambini perchè è senegalese. Allo stesso modo, il neozelandese Brenton
Harrison Tarrant è un cristiano che ha fatto una strage di musulmani, ma non ha fatto una
strage di musulmani perchè è cristiano. La nerissima cronaca dei nostri anni ferocemente
pazzi è piena di invasati che sono impazziti di terrorismo, ma ogni volta che la sociologia del
terrorismo è stata applicata a uno solo di questi solitari assassini o aspiranti assassini, stra-
gisti, sparatori o bombaroli, si è subito degradata in sociologismo."
(Così inizia l'articolo di Francesco Merlo, sul Corriere della Sera di oggi 21 marzo, dal titolo
"L'uomo nero")
Alla base dell'atto compiuto da questo senegalese c'è la lucida follia isolata di un uomo che
ha agito spinto dall'esasperazione per l'attuale situazione dei migranti, e non mosso da par-
ticolari simpatie per l'Isis e fuori quindi da un contesto radicalizzato che lo portasse ad un
obiettivo di stragismo islamico. Queste sono anche le conclusioni degli investigatori e dello
stesso pm coordinatore dell'antiterrorimo milanese. Ma questo non vuol dire che lui non
venga catalogato come terrorista, che ha minacciato di compiere una strage se i carabinie-
ri fossero intervenuti. Poi per fortuna per il coraggio di due ragazzini studenti che hanno
avvisato, di nascosto, i carabinieri che sono intervenuti prontamente, tutto si è risolto.
Ma il folle è un folle terrorista, al di là che sia senegalese. Ma chiaramente sul colore della
pelle ci gioca la destra del ministro Salvini, il quale ultimo assieme a Di Maio ha cer-
cato di uscire dall'impasse di questa tragica patata bollente, andando a parlare di cittadi-
nanza da dare a Ramy, ma solo come premio. Ramy è un ragazzo di 13 anni, di genitori egiziani, senza cittadinanza italiana, quindi straniero: dunque uno straniero (pure Adam
lo è) che ha salvato altri 48 bambini (più insegnanti e bidello, in tutto 51) di cui la maggio-
ranza italiani da un attentatore nero, il quale per completare il suo lucido progetto ha dato fuoco al bus con taniche di benzina. Poi, immobilizzato dagli agenti, ha farfugliato che lo
ha fatto per vendicare tutti i bambini migranti morti in mare per colpa di Salvini e Di
Maio.
Resta allora il fatto che, se finora l'Italia ha potuto evitare, soprattutto per merito della
forza di intelligence e dei reparti addestratissimi (migliori d'Europa, si dice) di polizia e carabinieri, attentati e stragi (come all'estero invece) da parte di estremisti islamici o
di foreign fighters, mai avvenuti nel nostro Paese, comunque basta un cane sciolto, come
il senegalese Sy, a provocare tragedie di terrorismo inaspettato.
Esposizione ed emulazione mediatica
E i cani sciolti sono dovunque, soprattutto nella Rete, e sono pronti ad esaltarsi non solo
nel vedere o leggere, come nel caso di Sy, le immagini e i fatti di migranti naufragati e
poi morti o in parte salvati in mare, ma anche nel sentire i continui messaggi mediatici
che vengono lanciati in tutti i social da quella parte di governo che dovrebbe essere
la più responsabile nel bilanciare e misurare le parole nella loro gravità e peso specifico.
Insomma l'esposizione mediatica amplificata di continuo di fatti, immagini e parole che
hanno il peso di pietre lanciate procurano alla fine miccia e combustibile altrettanto con-
tinui (dove poi trovano facile presa per altri lupi che vanno ancora ad emularsi a vicenda)
per questi folli cani sciolti, siano essi di colore bianco, nero o giallo o rosso o di credenza cristiana, islamica-musulmana o suprematista. A questo punto conta l'uomo in sè e la
sua follia. Altrimenti dovremo ritornare a bisticciare e odiare: e questo sfocia nel razzi-
smo, e così daremmo ragione a chi lo predica di continuo...
Quei ragazzini che vogliono salvare il pianeta
e possono cambiare il mondo
Si chiama Greta ed è una svedese sedicenne che ha dato il via, a livello planetario, a
un movimento di giovani - per lo più studenti della sua età e anche di meno - che fan-
no uno sciopero scolastico il venerdì (tutti i venerdì9 in favore dell'ambiente, cioè per
un mondo ecologico: rispetto per l'ambiente, riduzione ed eliminazione di inquinamen-
to, eccetera e dicono "Agire subito, non c'è un pianeta B".
E questo è diventato l'appello dello sciopero globale per un clima migliore che si è avuto
in tutto il mondo il 15 marzo scorso con più di mille manifestazioni: una protesta che po-
ne al centro la difesa del futuro della Terra e delle nuove generazioni, messe a rischio da
politiche sbagliate e impegni non rispettati.
Ma tutto finalmente è partito o meglio ripartito dalla gioventù, e anzi meglio ancora dal-
la gioventù più acerba e sana, quella che vuole prensersi sulle spalle la responsabilità che
gli "adulti pazzi, impazziti, fuori controllo" non hanno più, l'hanno persa per strada da
tanto tempo, forse da quegli anni Sessanta del secolo scorso in cui sembrava volesssero
con il '68 capovolgere il mondo per trasformarlo eliminando guerre e conflitti secolari
per costruire un mondo di pace e un pianeta armonioso. Adesso si deve ricominciare tut-
to ancora da loro, dagli spiriti puri ma, speriamo, tenaci e battaglieri:: da ragazzini co-
me quelli del bus-scuola che uniti, bianchi e neri e mulatti, si sono difesi da un matto, fol-
le autista che li voleva sacrificare in nome di una vendetta dei profughi, dei migranti e di
un "Africa sollevati", ma che gli stessi bambini africani annegati nel mare mediterraneo
non avrebbero certo approvato. I ragazzini come Ramy e Adam possono idealmente es-
sere i fratelli di questi giovani ragazzi e ragazze multicolori e millennial che manifestano
in tutto il mondo per un pianeta futuro in armonia con la natura e perciò governato da
gente pacifica dove l'odio sia un lontano ricordo.
"... E torna l'idea del mondo salvato dai ragazzini perchè quel bimbo (Ramy tredicenne)
ha le stesse qualità dei suoi quasi coetanei che sabato scorso (15 marzo) hanno manifesta-
to in tutto il mondo per difendere l'ambiente. Il bimbo eroe di San Donato (Milanese) è
un loro fratello, unìaltra meraviglia nel nostro tempo marcio.. De Sica appunto ne avreb-
be fatto un seguito di Miracolo a Milano" (Con queste parole finisce l'articolo di France-
sco Merlo)
- L u c i a n o F i n e s s o -
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