17 febbraio '19 - domenica 17th February / Sunday visione post - 7
(da la Repubblica - 12 gennaio '19 - Giuliano Aluffi)
E' un maestro di volo come il gabbiano a suggerirci come costruire droni e aeromobili più
stabili e sicuri: basta ispirarsi al brillante design delle sue ali, come mostra uno studio pub-
bicato sul "Journal of the Royal Society Interface" da zoologi dell'University of British Co-
lumbia e ingegneri aerospaziali dell'Università di Toronto, che hanno usato per i loro espe-
rimenti una galleria del vento. Trovando che quando i gabbiani, volando a bassa quota, han-
no bisogno di aumentare la manovrabilità per veloci incursioni a caccia di pesci, modificano
la sagoma dell'ala piegando piegando leggermente il gomito, accorgimento che rende più re-
sistenti anche a folate improvvise. L'ala viene poi estesa al massimo, ammorbidendone gli angoli, quando il gabbiano vola in alta quota e la stabilità del volo planare, che consente di
risparmiare energie, diventa l'esigenza più importante. "La forma dell'ala del gabbiano ci suggerisce ali dotate di una giuntura simile, che facilitino l'adattamento dinamico dei veli-
voli a condizioni di turbolenza atmosferica, senza bisogno di grandi alettoni", commenta
DouglasAltshuler, coautore dello studio. Miracoli della biomimetica, ovvero la scienza che studia le soluzioni naturali ai problemi della sopravvivenza di animali e piante per miglio-
rare le prestazioni degli oggetti prodotti dall'uomo. "Bisogna riconoscere che la natura
psrte avvantaggiata: ad esempio il gabbiano è molto leggero e la potenza che esercita per
volare è di pochi Watt, quindi basta un sistema elastico di muscoli e tendini per cambiare
l'angolo dell'ala e la portanza in aria", spiega Roberto Cingolani, direttore scientifico del-
l'Istituto Italiano di Tecnologia. "Un'ala altrettanto mobile su un aereo porrebbe invece
molte complicazioni, per via dei pesanti motori idraulici che dovremmo aggiungere per
modificare la geometria dell'ala. Però è un'idea che può funzionare benissimo sui droni,
visto che hanno una taglia grossomodo paragonabile a quella di un gabbiano: basta do-
tarli di piccoli tiranti elastici in grado di piin verticale, egare l'ala. Potremmo dire che la soluzione, in natura, esisteva almeno da 3 miliardi di anni. E che soltanto oggi possiamo
capirla e utilizzarla visto che siamo riusciti ad arrivare, da mezzi volanti che richiedeva-
no grandi superfici alari, alle dimensioni molto più ridotte dei droni".
Un altro animale che può insegnarci qualcosa è il geco. "Riesce a camminare senza sfor-
zo in verticale, e sul soffitto, perchè le squame dei suoi polpastrelli aumentano la superfi-
cie di contatto con i muri e quindi si possono esercitare forze di adesione che prevalgono
sulla gravità", sottolinea Cingolani. "Purtroppo non possiamo trarne guanti che ci diano
i poteri dell'Uomo Ragno (perchè se la taglia aumenta, la massa cresce più rapidamente
della superficie appoggiata, e quindi la forza di gravità vince su quella di adesione, ndr.).
Però si può riprodurre la microstruttura dei polpastrelli del geco su piccoli robot arram-
pica-muri utili a fare esplorazioni in ambienti inesplorabili dall'uomo". Progettare robot
senza ispirarsi agli animali, oggi, sarebbe una follia. "All'Istituto Italiano di Tecnologia
lavoriamo moltissimo sulla locomozione di bipedi e quadrupedi: : in particolare la capra
e il cane", spiega Cingolani. "Al di là di tutte le strategie che si possono trovare con l'elet-
tronica, i giroscopi, i motori e l'draulica, alla fine abbiamo capito che bisogna copiare il
bilanciamento dinamico delle capre e dell'uomo: come viene poggiata la caviglia, come si
muove l'anca e così via.
CONTINUA...
to be continued...
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domenica 17 febbraio 2019
sabato 16 febbraio 2019
Appuntamenti - ARTE: una mostra del Guggenheim di New York, che celebra Hilma af Klint
16 febbraio '19 - sabato 16th February / Saturday visione post - 16
(da 'IO donna - Repubblica' - 10 gennaio '19 - di Alessandra Masu)
Una mostra, a New York, celebra Hilma af Klint: la donna che "anticipò"
Mondrian e Kandinsky.
Astratta e visionaria
TRA i vari, finora meno numerosi di quello che si pensava o sperava, frutti del clima
culturale del primo anno post àMeToo, c'è questa bellissima mostra del Guggenheim
di New York: Hilma af Klint: Paintings for the future (FINO AL 23 Aprile). Perchè
quella che doveva essere una revisione storiografica del tema della nascita della pittu-
ra astratta è diventata invece l'occasione per una celebrazione tutt'altro che paludata,
anzi gioiosa, del raro (e a molti sconosciuto) talento di Hilma af Klint.
In effeti, più che di una scoperta, si tratta di una riscoperta dell'ultimo decennio. ll di-
vieto dell'artista svedese (1862 - 1944) fu di non rendere noti i suoi lavori non natura-
listici prima che trascorressero almeno vent'anni dalla sua morte, ma rimase inascol-
tata fino agli inizi del XXI secolo, quando hanno debuttato le mostre sulla fase stratta
della sua produzione. Nessuna però era mai stata così completa come questa del Gug-
genheim: 170 opere con focus proprio sugli anni 1906 - 1920, quando Hilma cominciò
la sperimentazione del nuovo linguaggio, precedendo i vari, notissimi, Kandinsky, Ma-
levic e Mondrian. Le sue opere non sono semplicemente astrazioni di forme e colori,
piuttosto la rappresentazione di ciò che è invisibile ma quotidiano: dimensione spiri-
tuale della nostra vita.
Lucianone
(da 'IO donna - Repubblica' - 10 gennaio '19 - di Alessandra Masu)
Una mostra, a New York, celebra Hilma af Klint: la donna che "anticipò"
Mondrian e Kandinsky.
Astratta e visionaria
TRA i vari, finora meno numerosi di quello che si pensava o sperava, frutti del clima
culturale del primo anno post àMeToo, c'è questa bellissima mostra del Guggenheim
di New York: Hilma af Klint: Paintings for the future (FINO AL 23 Aprile). Perchè
quella che doveva essere una revisione storiografica del tema della nascita della pittu-
ra astratta è diventata invece l'occasione per una celebrazione tutt'altro che paludata,
anzi gioiosa, del raro (e a molti sconosciuto) talento di Hilma af Klint.
In effeti, più che di una scoperta, si tratta di una riscoperta dell'ultimo decennio. ll di-
vieto dell'artista svedese (1862 - 1944) fu di non rendere noti i suoi lavori non natura-
listici prima che trascorressero almeno vent'anni dalla sua morte, ma rimase inascol-
tata fino agli inizi del XXI secolo, quando hanno debuttato le mostre sulla fase stratta
della sua produzione. Nessuna però era mai stata così completa come questa del Gug-
genheim: 170 opere con focus proprio sugli anni 1906 - 1920, quando Hilma cominciò
la sperimentazione del nuovo linguaggio, precedendo i vari, notissimi, Kandinsky, Ma-
levic e Mondrian. Le sue opere non sono semplicemente astrazioni di forme e colori,
piuttosto la rappresentazione di ciò che è invisibile ma quotidiano: dimensione spiri-
tuale della nostra vita.
Lucianone
mercoledì 13 febbraio 2019
SPORT - calcio / Serie B - 23^ giornata 2018/19
13 febbraio '19 - mercoledì 13th Febraury / Wednesday visione post - 4
Risultati e classifica
Brescia 3 Cittadella 0 Cremonese 0 Perugia 1 Salernitana 0 Foggia 1
Carpi 1 Spezia 1 Padova 0 Palermo 2 Benevento 1 Pescara 1
Livorno 2 H. Verona 1 Venezia 1
Cosenza 0 Crotone 1 Lecce 1
BRESCIA 42 / Palermo 41 / Benevento 36 / Pescara 35 / Lecce, Spezia 34 /
H. Verona 33 / Cittadella 30 / Perugia 29 / Salernitana 28 / Cremonese /
Ascoli, Venezia 25 / Cosenza 24 / Livorno, Foggia 20 / Crotone 19 / Carpi 18 /
Padova 17
Continua... to be continued...
Risultati e classifica
Brescia 3 Cittadella 0 Cremonese 0 Perugia 1 Salernitana 0 Foggia 1
Carpi 1 Spezia 1 Padova 0 Palermo 2 Benevento 1 Pescara 1
Livorno 2 H. Verona 1 Venezia 1
Cosenza 0 Crotone 1 Lecce 1
BRESCIA 42 / Palermo 41 / Benevento 36 / Pescara 35 / Lecce, Spezia 34 /
H. Verona 33 / Cittadella 30 / Perugia 29 / Salernitana 28 / Cremonese /
Ascoli, Venezia 25 / Cosenza 24 / Livorno, Foggia 20 / Crotone 19 / Carpi 18 /
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Sport / Mondiali di Sci 2019 - Intervista a Sofia Goggia: la medaglia della maturità in superG
13 febbraio '19 - mercoledì 13th February / Wednesday visione post - 8
(da La Gazzetta dello Sport - 6 febbraio '19 )
Mondiali di Are (Svezia)
Un anno dopo come a PyeongChang, Sofia Goggia è ancora circondata dai giornalisti.
Rispetto all'oro olimpico in discesa, la felicità dirompente la lasciato il posto a una sod-
disfazione consapevole. "E' stata la gioia che mi ha accompagnato in questi tre mesi a
condurmi al cancelletto libera e felice di esserci. La mia fortuna è stata di non aver
sciato al cento per cento, ma di essermi tenuta un pò di margine. Ai Mondiali tutti si
calibrano un pò".
- Come era la pista?
"Mossa, piena di dossi, con una neve particolare, di difficile interpretazione. Era facile sbagliare".
- Con la Shiffrin è stata una gara parallela, sul filo dei centesimi.
"Sapevo che sarebbe stata una delle clienti più pericolose. Quest'anno in superG l'avevo
vista a St. Moritz, aveva dipinto le curve".
- Due centesimi di ritardo sono 51 centimetri.
"In certe curve ho lasciato molto di più di mezzo metro. Per questo non ero tanto contenta
al traguardo, perchè in alcune curve avrei potuto rimanere molto più stretta".
- Dopo quella con la Vonn, è nata una nuova rivalità?
"In slalom no di sicuro (ride, ndr.). In superG vedremo".
- Come è arrivata a questo superG?
"Ho fstto una prova di discesa giusto per sentire la neve, il terreno, ma senza spingere. La
testa era già su questa gara. Poi gli allenatori hanno fatto il video con la ricognizione e da
quel momento l'ho ripassata tantissime volte".
- Come si è sentita in pista?
"Sono partita in sordina, poi da dove è caduta la Vonn fino alla fine ho sciato forte. Forse
avrei potuto tendere di più un paio di curve in fondo, ma su certe porte mi sono sentita vo-
lare. Mi sono detta 'Che gioia i Mondiali'. Poi l'attesa è stata una sofferenza, tante in alto
erano davanti a me. Non credevo che la mia gara sarebbe bastata per la medaglia. Un me-
se fa, quando avevo messo gli sci per la primaà che volta ai Piani di Bobbio, ogni vibrazio-
ne era un dolorino. Se allora mi avessero chiesto 'Ce la farai?' avrei risposto sì, mentendo
un pò".
- Che valore ha questa medaglia?
"Sono contentissima perchè ai Mondiali di St. Moritz avevo fatto bronzo in gigante, l'an-
no scorso ai Giochi mi sono presa l'oro in discesa e adesso è arrivato l'argento in superG.
Sono ttre discipline diverse, per me è una grossa soddisfazione. La sensazione è diversa.
Arrivo da un infortunio e da un oro olimpico. Prendo l'argento con gratitudine, con una
maturità che non mi fa saòlire su un picco emotivo che mi stende".
- Nella mente aveva il "Forellen Quintett", come dal cd che le ha regalato suo padre?
"No. Quando vado forte nelle gare penso sempre al latino-americano".
- Quattro azzurre nelle 10.
"Grande Italia. Abbiamo dimostrato carattere e una bella sciata. Alla vigilia credevo che
Francesca Marsaglia potesse andare a medaglia, perchè da tante gare è sempre lì vicina
al podio. Ha sciato benissimo. Mi dispiace per Nadia che è rimasta giù dal podio, peccat-
to anche per Federica: quando è scesa lei, dopo l'uscita della Vonn, le condizioni sono cambiate".
- Dove vuole arrivare? -
Due anni fa ero andata fortissimo : 13 podi, il bronzo mondiale, la conseguente ansia.
L'anno scorso l'Olimpiade con tutto il peso che si porta dietro. Alla fine c'è da dire so-
lo: Ok, la mia strada è quella, ci sono momenti di maggiore e minore fatica, ma l'obiet-
tivo deve essere sempre quello di perseguire l'eccellenza".
Lucianone
(da La Gazzetta dello Sport - 6 febbraio '19 )
Mondiali di Are (Svezia)
Un anno dopo come a PyeongChang, Sofia Goggia è ancora circondata dai giornalisti.
Rispetto all'oro olimpico in discesa, la felicità dirompente la lasciato il posto a una sod-
disfazione consapevole. "E' stata la gioia che mi ha accompagnato in questi tre mesi a
condurmi al cancelletto libera e felice di esserci. La mia fortuna è stata di non aver
sciato al cento per cento, ma di essermi tenuta un pò di margine. Ai Mondiali tutti si
calibrano un pò".
- Come era la pista?
"Mossa, piena di dossi, con una neve particolare, di difficile interpretazione. Era facile sbagliare".
- Con la Shiffrin è stata una gara parallela, sul filo dei centesimi.
"Sapevo che sarebbe stata una delle clienti più pericolose. Quest'anno in superG l'avevo
vista a St. Moritz, aveva dipinto le curve".
- Due centesimi di ritardo sono 51 centimetri.
"In certe curve ho lasciato molto di più di mezzo metro. Per questo non ero tanto contenta
al traguardo, perchè in alcune curve avrei potuto rimanere molto più stretta".
- Dopo quella con la Vonn, è nata una nuova rivalità?
"In slalom no di sicuro (ride, ndr.). In superG vedremo".
- Come è arrivata a questo superG?
"Ho fstto una prova di discesa giusto per sentire la neve, il terreno, ma senza spingere. La
testa era già su questa gara. Poi gli allenatori hanno fatto il video con la ricognizione e da
quel momento l'ho ripassata tantissime volte".
- Come si è sentita in pista?
"Sono partita in sordina, poi da dove è caduta la Vonn fino alla fine ho sciato forte. Forse
avrei potuto tendere di più un paio di curve in fondo, ma su certe porte mi sono sentita vo-
lare. Mi sono detta 'Che gioia i Mondiali'. Poi l'attesa è stata una sofferenza, tante in alto
erano davanti a me. Non credevo che la mia gara sarebbe bastata per la medaglia. Un me-
se fa, quando avevo messo gli sci per la primaà che volta ai Piani di Bobbio, ogni vibrazio-
ne era un dolorino. Se allora mi avessero chiesto 'Ce la farai?' avrei risposto sì, mentendo
un pò".
- Che valore ha questa medaglia?
"Sono contentissima perchè ai Mondiali di St. Moritz avevo fatto bronzo in gigante, l'an-
no scorso ai Giochi mi sono presa l'oro in discesa e adesso è arrivato l'argento in superG.
Sono ttre discipline diverse, per me è una grossa soddisfazione. La sensazione è diversa.
Arrivo da un infortunio e da un oro olimpico. Prendo l'argento con gratitudine, con una
maturità che non mi fa saòlire su un picco emotivo che mi stende".
- Nella mente aveva il "Forellen Quintett", come dal cd che le ha regalato suo padre?
"No. Quando vado forte nelle gare penso sempre al latino-americano".
- Quattro azzurre nelle 10.
"Grande Italia. Abbiamo dimostrato carattere e una bella sciata. Alla vigilia credevo che
Francesca Marsaglia potesse andare a medaglia, perchè da tante gare è sempre lì vicina
al podio. Ha sciato benissimo. Mi dispiace per Nadia che è rimasta giù dal podio, peccat-
to anche per Federica: quando è scesa lei, dopo l'uscita della Vonn, le condizioni sono cambiate".
- Dove vuole arrivare? -
Due anni fa ero andata fortissimo : 13 podi, il bronzo mondiale, la conseguente ansia.
L'anno scorso l'Olimpiade con tutto il peso che si porta dietro. Alla fine c'è da dire so-
lo: Ok, la mia strada è quella, ci sono momenti di maggiore e minore fatica, ma l'obiet-
tivo deve essere sempre quello di perseguire l'eccellenza".
Lucianone
Riflessioni - Italia e Francia: due Paesi, ma lo stesso paese-paesaggio
13 febbraio '19 - mercoledì 13th February / Wednesday visione post - 7
Chi è salito almeno una volta sulla ferrovia Cuneo-Nizza non può non capire la scelta del
sindaco di Cuneo di esporre, in simbiosi, i due tricolori, quello italiano e quello francese,
come segno di fratellanza tra i due Paesi e - inevitabilmente di dissenso con la demente po-
litica antifrancese del nostro governicchio nazionalista. La Cuneo-Nizza è un formidabile
merletto di gallerie e ponti di ferro e cemento che traversa le Alpi Marittime, da Cuneo fi-
no al mare, a partire dalla fine dell'Ottocento. La guerra la distrusse e ci vollero quasi
quarant'anni per ricostruirla. Entra e esce dalle montagne, entra e esce da due Paesi che
sono lo stesso paese. un susseguirsi di ardesia viola e vallate verdi che precipita nel Medi-
terraneo. Quando abolirono la dogana Francia-Italia lungo la val Roya ci sentimmo feli-
ci in tanti, e grati all'Europa, perchè finalmente scompariva una delle frontiere più inna-
turali mai viste al mondo. Dentro il grande triangolo montuoso Cuneo-Ventimiglia-Nizza
si è italiani e francesi nello stesso tempo e spesso nelle stesse famiglie, è un meticciato che
neppure la guerra mondiale riuscì a mettere davvero in crisi. Mia bisnonna, italiana di
Nizza, sposò un francese di Breglio (oggi Breil sur Roya). Fu una famiglia bilingue, co-
smopolita, feconda e allegra. Morì per un attacco di cuore, su una panchina del porto di
Nizza, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia, già invsa
dai nazisti.
(da Repubblica - 9 febbraio '19 - L'Amaca / Michele Serra)
Chi è salito almeno una volta sulla ferrovia Cuneo-Nizza non può non capire la scelta del
sindaco di Cuneo di esporre, in simbiosi, i due tricolori, quello italiano e quello francese,
come segno di fratellanza tra i due Paesi e - inevitabilmente di dissenso con la demente po-
litica antifrancese del nostro governicchio nazionalista. La Cuneo-Nizza è un formidabile
merletto di gallerie e ponti di ferro e cemento che traversa le Alpi Marittime, da Cuneo fi-
no al mare, a partire dalla fine dell'Ottocento. La guerra la distrusse e ci vollero quasi
quarant'anni per ricostruirla. Entra e esce dalle montagne, entra e esce da due Paesi che
sono lo stesso paese. un susseguirsi di ardesia viola e vallate verdi che precipita nel Medi-
terraneo. Quando abolirono la dogana Francia-Italia lungo la val Roya ci sentimmo feli-
ci in tanti, e grati all'Europa, perchè finalmente scompariva una delle frontiere più inna-
turali mai viste al mondo. Dentro il grande triangolo montuoso Cuneo-Ventimiglia-Nizza
si è italiani e francesi nello stesso tempo e spesso nelle stesse famiglie, è un meticciato che
neppure la guerra mondiale riuscì a mettere davvero in crisi. Mia bisnonna, italiana di
Nizza, sposò un francese di Breglio (oggi Breil sur Roya). Fu una famiglia bilingue, co-
smopolita, feconda e allegra. Morì per un attacco di cuore, su una panchina del porto di
Nizza, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia, già invsa
dai nazisti.
(da Repubblica - 9 febbraio '19 - L'Amaca / Michele Serra)
sabato 2 febbraio 2019
SPORT - calcio / Serie B - 21^ giornata 2018/19
2 febbraio '19 - sabato 2nd February / Saturday visione post - 8
Risultati e classifica
Foggia 0 Ascoli 0 Cittadella 3 Cremonese 2 Salernitana 1
Crotone 2 Perugia 3 Carpi 1 Palermo 0 Lecce 2
Livorno 0 Venezia 2 Brescia 4 H. Verona 2
Pescara 0 Padova 1 Spezia 4 Cosenza 2
PALERMO 37 / Brescia 36 / Lecce, Pescara 34 / H. Verona 31 / Benevento,
Cittadella 30 / Perugia 29 / Spezia 28 / Salernitana 27 / Cremonese 26 /
Venezia, Ascoli 25 / Cosenza 21 / Foggia 18 / Crotone, Carpi 17 / Livorno 16 /
Padova 15
Continua... to be continued...
Risultati e classifica
Foggia 0 Ascoli 0 Cittadella 3 Cremonese 2 Salernitana 1
Crotone 2 Perugia 3 Carpi 1 Palermo 0 Lecce 2
Livorno 0 Venezia 2 Brescia 4 H. Verona 2
Pescara 0 Padova 1 Spezia 4 Cosenza 2
PALERMO 37 / Brescia 36 / Lecce, Pescara 34 / H. Verona 31 / Benevento,
Cittadella 30 / Perugia 29 / Spezia 28 / Salernitana 27 / Cremonese 26 /
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venerdì 1 febbraio 2019
Nuove riflessioni Del Venerdì - Le società attuali chiuse in un mondo di paure ed esclusioni. Perchè?
1 febbraio '19 - venerdì 1st February / Friday visone post - 9
Muri, confini, barriere, ghetti, sgomberi, periferie degradate, zone off limits, luoghi di
estrema povertà-indigenza-disperazione non lontani da luoghi di benessere-ricchezza.
Paura, diffidenza, rabbia, rancore, odio, fanatismo, incomprensione, disintegrazione, intolleranza, insofferenza.
Questo è un elenco sintetico del nostro mondo attuale e rappresenta la sostanza di come si
sono ridotte in grande maggioranza le società del ventunesimo secolo. Il progresso tecnolo-
gico ci ha anche portato a un regresso sociale e in parte economico, e soprattutto ha rinchiu-
so quei confini che la globalizzazione tendeva ad aprire, facendo sognare un mondo nuovo, aperto ed espansivo per tutti terzo e quarto mondo compresi (cioè dei poveri/superpoveri).
Ma tutto è fallito e la parte ricca delle società si è rinchiusa nella difesa dei suoi confini e
delle sue ricchezze, escludendo le zone povere del mondo e anzi approfondendo le criticità
di quei paesi dopo averne depredato le risorse a proprio vantaggio.
CONTINUA...to be continued...
Muri, confini, barriere, ghetti, sgomberi, periferie degradate, zone off limits, luoghi di
estrema povertà-indigenza-disperazione non lontani da luoghi di benessere-ricchezza.
Paura, diffidenza, rabbia, rancore, odio, fanatismo, incomprensione, disintegrazione, intolleranza, insofferenza.
Questo è un elenco sintetico del nostro mondo attuale e rappresenta la sostanza di come si
sono ridotte in grande maggioranza le società del ventunesimo secolo. Il progresso tecnolo-
gico ci ha anche portato a un regresso sociale e in parte economico, e soprattutto ha rinchiu-
so quei confini che la globalizzazione tendeva ad aprire, facendo sognare un mondo nuovo, aperto ed espansivo per tutti terzo e quarto mondo compresi (cioè dei poveri/superpoveri).
Ma tutto è fallito e la parte ricca delle società si è rinchiusa nella difesa dei suoi confini e
delle sue ricchezze, escludendo le zone povere del mondo e anzi approfondendo le criticità
di quei paesi dopo averne depredato le risorse a proprio vantaggio.
CONTINUA...to be continued...
Storie - La romena Madalina, che lotta per la casa
1 febbraio '19 - venerdì 1st February / Friday visione post - 8
(da il manifesto - 24 gennaio '19 - Giansandro Merli / Roma) "Sono stata convocata dai carabinieri, mi sono presentata in caserma e ho ricevuto un
provvedimento di allontanamento dal territorio italiano per cinque anni. Dicono che
non sono integrata" afferma Madalina, cittadina europea nata in Romania e residente
a Roma. La donna è un'attivista del movimento per il diritto all'abitare, da anni si bat-
te per le persone che non riescono a pagare un affitto. Per questo adesso rischia di do-
versene andare dal paese in cui si è costruita una vita.
"Sono arrivata qui dieci anni fa - racconta - Mio padre era rom e mia madre romena.
Siamo finiti a vivere in un campo. Quando ho deciso di rimanere in Italia mi sono iscrit-
lta a scuola per studiare la lingua e la storia di questo paese. Poi ho conosciuto i movi-
menti e sono riuscita a lasciare il campo, ambiente in cui non mi sentivo a mio agio".
Madalina prende la licenza media e inizia a frequentare una scuola superiore per adul-
dti, vuole diventare operatrice socio-sanitaria. " Non mi sono diplomata perchè il giorno
dell'esame c'è stato uno sgombero e ho scelto di stare vicino alle famiglie che stavano
perdendo la casa. Per riprovarci avrei dovuto pagare, ma non avevo soldi perchè ero
disoccupata". - Qualche tempo dopo viene assunta in una cooperativa che fa le puli-
zie nei supermercati. A febbraio dello scorso anno l'impresa chiude e tutti i lavoratori
rimangono senza impiego. Il decreto che le intima di andarsene risale allo stesso mese,
anche se rimane in standby fino al 15 gennaio di quest'anno. Emesso sotto il governo
precedente, notificato con il nuovo: un'inquietante continuità. "Il provvedimento di
allontanamento - spiega l'avvocato Francesco Romeo, che difende la donna - è basato
su denunce mai tradotte in sentenze, nè tantomeno in processi. Queste dimostrerebbe-
ro una mancanza di integrazione nella società italiana. Un ragionamento tautologico
che nasconde un sostrato di violenza. La violenza non riguarda solo il processo pena-
le, le condanne, gli arresti, ma anche queste misure amministrative che impongono
la rottura di legami e relazioni costruite con fatica".
Madalina tiene a sottolineare che tutte le denunce ricevute riguardano la sua attività
politica di difesa dei diritti delle persone senza casa. Nessun interesse individuale die-
tro quelle azioni. "Non è Madalina a essere messa sotto accusa, ma l'attivista. Voglio-
no spaventare tutti gli stranieri che lottano - afferma - Per questo è importante che
la risposta sia di solidarietà e non di paura. Venerdì primo febbraio faremo un'assem-
blea nell'occupazione di via Casal Boccone 112". Accanto a lei siede Debora, uns don-
na romana che la guarda e annuisce. "Sei anni fa venivo fuori da una separazione - di-
ce senza riuscire a trattenere le lacrime - Ero finita per strada. Incontrai Madalina e
le spiegai la situazione. Non ci conoscevamo, ma mi invitò a stare da lei. Da allora vi-
viamo insieme, anche adesso che ho un nuovo fidanzato. Siamo grandi amiche".
Integrazione è un concetto ambiguo. Dignità no.
Lucianone
(da il manifesto - 24 gennaio '19 - Giansandro Merli / Roma) "Sono stata convocata dai carabinieri, mi sono presentata in caserma e ho ricevuto un
provvedimento di allontanamento dal territorio italiano per cinque anni. Dicono che
non sono integrata" afferma Madalina, cittadina europea nata in Romania e residente
a Roma. La donna è un'attivista del movimento per il diritto all'abitare, da anni si bat-
te per le persone che non riescono a pagare un affitto. Per questo adesso rischia di do-
versene andare dal paese in cui si è costruita una vita.
"Sono arrivata qui dieci anni fa - racconta - Mio padre era rom e mia madre romena.
Siamo finiti a vivere in un campo. Quando ho deciso di rimanere in Italia mi sono iscrit-
lta a scuola per studiare la lingua e la storia di questo paese. Poi ho conosciuto i movi-
menti e sono riuscita a lasciare il campo, ambiente in cui non mi sentivo a mio agio".
Madalina prende la licenza media e inizia a frequentare una scuola superiore per adul-
dti, vuole diventare operatrice socio-sanitaria. " Non mi sono diplomata perchè il giorno
dell'esame c'è stato uno sgombero e ho scelto di stare vicino alle famiglie che stavano
perdendo la casa. Per riprovarci avrei dovuto pagare, ma non avevo soldi perchè ero
disoccupata". - Qualche tempo dopo viene assunta in una cooperativa che fa le puli-
zie nei supermercati. A febbraio dello scorso anno l'impresa chiude e tutti i lavoratori
rimangono senza impiego. Il decreto che le intima di andarsene risale allo stesso mese,
anche se rimane in standby fino al 15 gennaio di quest'anno. Emesso sotto il governo
precedente, notificato con il nuovo: un'inquietante continuità. "Il provvedimento di
allontanamento - spiega l'avvocato Francesco Romeo, che difende la donna - è basato
su denunce mai tradotte in sentenze, nè tantomeno in processi. Queste dimostrerebbe-
ro una mancanza di integrazione nella società italiana. Un ragionamento tautologico
che nasconde un sostrato di violenza. La violenza non riguarda solo il processo pena-
le, le condanne, gli arresti, ma anche queste misure amministrative che impongono
la rottura di legami e relazioni costruite con fatica".
Madalina tiene a sottolineare che tutte le denunce ricevute riguardano la sua attività
politica di difesa dei diritti delle persone senza casa. Nessun interesse individuale die-
tro quelle azioni. "Non è Madalina a essere messa sotto accusa, ma l'attivista. Voglio-
no spaventare tutti gli stranieri che lottano - afferma - Per questo è importante che
la risposta sia di solidarietà e non di paura. Venerdì primo febbraio faremo un'assem-
blea nell'occupazione di via Casal Boccone 112". Accanto a lei siede Debora, uns don-
na romana che la guarda e annuisce. "Sei anni fa venivo fuori da una separazione - di-
ce senza riuscire a trattenere le lacrime - Ero finita per strada. Incontrai Madalina e
le spiegai la situazione. Non ci conoscevamo, ma mi invitò a stare da lei. Da allora vi-
viamo insieme, anche adesso che ho un nuovo fidanzato. Siamo grandi amiche".
Integrazione è un concetto ambiguo. Dignità no.
Lucianone
martedì 29 gennaio 2019
Intervista - L'artista Elaine Mitchener e il suo progetto "Sweet Tooth"
29 gennaio '19 - martedì 29th January / Tuesday visione post - 9
(da il manifesto - 6 gennaio '19 - di Marcello Lorrai)
Il suono della paura
Quando la musica può cambiare la vita
"Ho registrato lìesperienza di milioni di persone : la privazione della libertà,
la vendita all'asta, la lavorazione della canna per produrre zucchero".
Erlaine Mitchener è una giovane vocalist britannica i cui interessi spaziano dal jazz alla musica contemporanea, dall'improvvisazione alla performance, dal movimento alla dan-
za. Ha in repertorio i Song Books di John Cage. Ha interpretato Manga Scroll di Chri-
stian Marclay, oggi forse più conosciuto nell'ambito dell'arte contemporanea che della
musica, e lavori del compositore sperimentale Alvin Lucier e di Ben Patterson, uno dei
protagonisti di Fluxus. Il suo Sweet Tooth, che ha avuto la sua prima londinese nel feb-
braio 2018, è una vibrante riflessione in chiave di teatro musicale sulla schiavitù a par-
tire dalle sue origini giamaicane. Ha allestito un programma di Vocal Classics of the
Black Avant-Garde, con brani di Jenne Lee, Archie Shepp, Joseph Jarman, Eric Dol-
phy (lo riproporrà domani a Londra al Cafè Oto). Sta preparando un omaggio a Jen-
ne Lee, la più grande vocalist del free (prima il 14 giugno nella capitale britannica, al
Kings Place). .E con il pianista Alexander Hawkins, uno dei più brillanti e dinamici protagonisti della giovane generazione dell'improvvisazione europea, ha inciso in quar-
tetto UpRoot (Intakt, 2017) intestato ad entrambi. Lo scorso settembre è stata ospite in
Sardegna per il festival 'Ai confini del jazz', sua prima esibizione italiana.
Inizio intervista
- Come ha iniziato a cantare?
E.M. - Sono nata a Londra. I miei genitori sono giamaicani. Ho cominciato a cantare in chiesa.
gospel, ho fatto parte di un gruppo vocale di ragazze: in questo senso il mio è stato un per--
corso molto tradizionale. Poi ho studiato canto al Trinity College of Music e ho preso lì il mio
diploma, poi ho continuato alla Goldsmiths University. Ammiravo il canto classico, l'ho studia-
to alla Trinity, e ho imparato a cantare in italiano, francese, tedesco: arie, brani del repertorio
tradizionale e la base di quella tecnica è veramente importante per quello che faccio adesso.
Mi piace andare alle opere, mi piace sentire le cantanti, le ammiro e sono una grossa ispirazio-
ne., ma ho capito presto che non avrei voluto avere una carriera da cantante classica tradizio-
nale, perchè i miei interessi sono più ampi.
- Cosa le mancava?
E.M. - Se da giovane hai cantato gospel in chiesa, ti sei trovata a dover eseguire delle canzo-
ni all'ultimo momento, giusto il tempo di capire il titolo e di sperare che il pianista o l'organi-
sta la suoni in una chiave in cui puoi cantarla: e, semplicemente, lo fai. E quando hai impa-
rato a farlo da molto giovane hai imparato ad improvvisare, e a farlo senza avere paura, ed è
una cosa che ti piace oltre che un allenamento eccezionale per una attività come musicista
professionista. Ho anche imparato che le canzoni aiutano le persone a guardare a se stessi,
e a prendere delle decisioni importanti: una canzone può cambiarti la vita. Questo me lo ha insegnato la chiesa, non ilmusic college. Dopo ho trovato veramente difficile sentire in questa prospettiva le arie di Mozart o di Puccini: io conosco il senso di questi brani che musicamen-
te sono meravigliosi, ma sono qualcosa che non è per me esperienza reale. Il music college ha
un pò ucciso il mio amore per il canto, e ne sono uscita non molto convinta.
- E come è arrivata poi all'attività professionale?
E.M. - Ho fatto altre cose, cantavo un pò ma avevo paura di farla diventare una carriera, per-
chè è dura. Cantare come lavoro mi spaventava, avevo degli amici che lo facevano e vedevo
che lotta era. Hai un'ora di gioia e dopo ti dici: quando sarà la prossima performance? Quan-
do entreranno altri soldi? Lavoravo per la Ricordi come promotion manager, promuovevo
compositori a Londra, e ho appreso molto sul business della musica classica, un impiego de- cisamen interessante. E' successo che qualcuno dei miei clienti ha scoperto che cantavo e mi
hanno chiesto di farlo nei lavori dei compositori che cercavano di far eseguire. Mi hanno in-
coraggiata. In definitiva ero una performer: la porta si era aperta. E così ho cambiato lavoro.
- Quando è entrata in contatto con la scena improvvisativa?
E.M. - Avevo quattordici-quindici anni e il mio insegnante di flauto a scuola era un improv-
visatore free, neil Metcalfe. Siamo diventati amici, io ero troppo piccola per andare ai con-
certi, ma lui è stato il mio primo contatto con questa scena. Poi ho cominciato ad entrare in
questo ambito con il mio ex marito, pianista: oltre che con Neil ho lavorato molto con Steve
Beresford, Evan Parker, Mark Sanders, John Butcher, David Toop, e sono stata guest con
la London Improvisers Orchestra. Amo molto lavorare con un vocalist come Phil Minton.
E' una scena ricca con improvvisatori di talento.
- Un recensore ha scritto che grazie all'intensità della sua interpretazione, ha fatto tremare
le pietre della chiesa di Londra in cui ha presentato "Sweet Tooth".
E,M. - Mio padre è morto cinque anni fa e pensavo a cosa avevamo in comune, per esempio
amavamo lo zucchero. E ho cominciato a ragionare sulle varie implicazioni dello zucchero,
a come può fare male alla salute, a come viene prodotto e, rispetto al passato, al fatto che
era una merce molto costosa. Ma anche al costo umano necessario per fornire questo bene
in paesi lontani dal luogo da cui lo zucchero proveniva. Ho lavorato con uno storico: mi af-
fascinava come il sistema della schiavitù potesse stare in piedi ed era solo attravesro la pau-
ra e la disumanizzazione. Questo è stato il mio punto di partenza: il suono della paura.
In Sweet Tooth registro l'esperienza di milioni di persone. La privazione della libertà. la
tortura, le punizioni, la vendita all'asta, la lavorazione della canna per produrre lo zuc-
chero, i momenti in cui gli schiavi potevano divertirsi e cantare, momenti in cui c'era
anche qualcosa di sovversivo che poteva portare alla rivolta, che era la paranoia dei pro-
prietari di piantagioni. A Londra Sweet Tooth è stata presentata a St George's, a Bloom-
sbury, una chiesa aperta nel settecento al culmine della tratta, che ebbe tra suoi benefat-
tori ricchi schiavisti e che poi ha avuto un ruolo nel movimento abolizionista. In maggio
invece è stata proposta al Museum of London Docklands, dove veniva immaganizzato lo
zucchero proveniente dai Caraibi. Sweet Tooth è un lavoro difficile da presentare, fisi-
camente difficile anche per i musicisti, Sylvia Hallett, Jason Jarde e Mark Sanders, che
devono muoversi in scena. Per me è un lavoro non solo sulla schiavitù ma su noi oggi,
perchè gli esseri umani hanno una incredibile caèpacità di infliggere sofferenze. Mi au-
guro ci spinga a porci delle domande su di noi, sul perchè noi beneficiamo dello sfrut-
tamento che avviene in altre parti del mondo.
- Ascoltandola dal vivo con Alexander Hawkins era impossibile non pensare a Jeanne
Lee...
E.M. - Dovevo avere 18 anni e Neil Metcalfe mi diede una cassetta dicendomi: penso che
ti potrebbe piacere. Era Jeanne Lee con Ran Blake. Non è che non mi sia piaciuta ma non
la capii, era chiamato jazz ma non lo era, suonava piuttosto come una cosa contemporanea,
avantgarde, e la sua non era una voce così "jazz": non era una voce brutta ma nemmeno
"bella" in senso convenzionale. Una voce con un vibrato molto veloce, ma che non si esten-
de. Non trovi in lei la normale cantante di jazz, non è Sarah Vaughan, non è Ella Fitzgerald,
non è quel tipo di voce. Ma questo la rende più interessante. Ricordo di avere sentito la cas-
setta e poi di non averla più ascoltata per anni. Ma poi ci sono tornata. Lei amava Abbey Lin-
coln, c'è un suono come Abbey Lincoln, viene fuori da quella linea, ma è estremamente per-
sonale e muove la tecnica oltre, verso altre direzioni. E poi la danza, Fluxus, John Cage, la
sound poetry: sono stata colpita dalla somiglianza degli interessi, non potevo credere che
questa donna aveva fatto tanti anni fa queste cose che io sto cercando di fare adesso. Qual-
cuno ha detto che lei è la mia madre spirituale: io cerco di mantenere la mia individualità
ma mi interessa questa linea. E riconosco che dentro di me è ben presente.
Lucianone
(da il manifesto - 6 gennaio '19 - di Marcello Lorrai)
Il suono della paura
Quando la musica può cambiare la vita
"Ho registrato lìesperienza di milioni di persone : la privazione della libertà,
la vendita all'asta, la lavorazione della canna per produrre zucchero".
Erlaine Mitchener è una giovane vocalist britannica i cui interessi spaziano dal jazz alla musica contemporanea, dall'improvvisazione alla performance, dal movimento alla dan-
za. Ha in repertorio i Song Books di John Cage. Ha interpretato Manga Scroll di Chri-
stian Marclay, oggi forse più conosciuto nell'ambito dell'arte contemporanea che della
musica, e lavori del compositore sperimentale Alvin Lucier e di Ben Patterson, uno dei
protagonisti di Fluxus. Il suo Sweet Tooth, che ha avuto la sua prima londinese nel feb-
braio 2018, è una vibrante riflessione in chiave di teatro musicale sulla schiavitù a par-
tire dalle sue origini giamaicane. Ha allestito un programma di Vocal Classics of the
Black Avant-Garde, con brani di Jenne Lee, Archie Shepp, Joseph Jarman, Eric Dol-
phy (lo riproporrà domani a Londra al Cafè Oto). Sta preparando un omaggio a Jen-
ne Lee, la più grande vocalist del free (prima il 14 giugno nella capitale britannica, al
Kings Place). .E con il pianista Alexander Hawkins, uno dei più brillanti e dinamici protagonisti della giovane generazione dell'improvvisazione europea, ha inciso in quar-
tetto UpRoot (Intakt, 2017) intestato ad entrambi. Lo scorso settembre è stata ospite in
Sardegna per il festival 'Ai confini del jazz', sua prima esibizione italiana.
Inizio intervista
- Come ha iniziato a cantare?
E.M. - Sono nata a Londra. I miei genitori sono giamaicani. Ho cominciato a cantare in chiesa.
gospel, ho fatto parte di un gruppo vocale di ragazze: in questo senso il mio è stato un per--
corso molto tradizionale. Poi ho studiato canto al Trinity College of Music e ho preso lì il mio
diploma, poi ho continuato alla Goldsmiths University. Ammiravo il canto classico, l'ho studia-
to alla Trinity, e ho imparato a cantare in italiano, francese, tedesco: arie, brani del repertorio
tradizionale e la base di quella tecnica è veramente importante per quello che faccio adesso.
Mi piace andare alle opere, mi piace sentire le cantanti, le ammiro e sono una grossa ispirazio-
ne., ma ho capito presto che non avrei voluto avere una carriera da cantante classica tradizio-
nale, perchè i miei interessi sono più ampi.
- Cosa le mancava?
E.M. - Se da giovane hai cantato gospel in chiesa, ti sei trovata a dover eseguire delle canzo-
ni all'ultimo momento, giusto il tempo di capire il titolo e di sperare che il pianista o l'organi-
sta la suoni in una chiave in cui puoi cantarla: e, semplicemente, lo fai. E quando hai impa-
rato a farlo da molto giovane hai imparato ad improvvisare, e a farlo senza avere paura, ed è
una cosa che ti piace oltre che un allenamento eccezionale per una attività come musicista
professionista. Ho anche imparato che le canzoni aiutano le persone a guardare a se stessi,
e a prendere delle decisioni importanti: una canzone può cambiarti la vita. Questo me lo ha insegnato la chiesa, non ilmusic college. Dopo ho trovato veramente difficile sentire in questa prospettiva le arie di Mozart o di Puccini: io conosco il senso di questi brani che musicamen-
te sono meravigliosi, ma sono qualcosa che non è per me esperienza reale. Il music college ha
un pò ucciso il mio amore per il canto, e ne sono uscita non molto convinta.
- E come è arrivata poi all'attività professionale?
E.M. - Ho fatto altre cose, cantavo un pò ma avevo paura di farla diventare una carriera, per-
chè è dura. Cantare come lavoro mi spaventava, avevo degli amici che lo facevano e vedevo
che lotta era. Hai un'ora di gioia e dopo ti dici: quando sarà la prossima performance? Quan-
do entreranno altri soldi? Lavoravo per la Ricordi come promotion manager, promuovevo
compositori a Londra, e ho appreso molto sul business della musica classica, un impiego de- cisamen interessante. E' successo che qualcuno dei miei clienti ha scoperto che cantavo e mi
hanno chiesto di farlo nei lavori dei compositori che cercavano di far eseguire. Mi hanno in-
coraggiata. In definitiva ero una performer: la porta si era aperta. E così ho cambiato lavoro.
- Quando è entrata in contatto con la scena improvvisativa?
E.M. - Avevo quattordici-quindici anni e il mio insegnante di flauto a scuola era un improv-
visatore free, neil Metcalfe. Siamo diventati amici, io ero troppo piccola per andare ai con-
certi, ma lui è stato il mio primo contatto con questa scena. Poi ho cominciato ad entrare in
questo ambito con il mio ex marito, pianista: oltre che con Neil ho lavorato molto con Steve
Beresford, Evan Parker, Mark Sanders, John Butcher, David Toop, e sono stata guest con
la London Improvisers Orchestra. Amo molto lavorare con un vocalist come Phil Minton.
E' una scena ricca con improvvisatori di talento.
- Un recensore ha scritto che grazie all'intensità della sua interpretazione, ha fatto tremare
le pietre della chiesa di Londra in cui ha presentato "Sweet Tooth".
E,M. - Mio padre è morto cinque anni fa e pensavo a cosa avevamo in comune, per esempio
amavamo lo zucchero. E ho cominciato a ragionare sulle varie implicazioni dello zucchero,
a come può fare male alla salute, a come viene prodotto e, rispetto al passato, al fatto che
era una merce molto costosa. Ma anche al costo umano necessario per fornire questo bene
in paesi lontani dal luogo da cui lo zucchero proveniva. Ho lavorato con uno storico: mi af-
fascinava come il sistema della schiavitù potesse stare in piedi ed era solo attravesro la pau-
ra e la disumanizzazione. Questo è stato il mio punto di partenza: il suono della paura.
In Sweet Tooth registro l'esperienza di milioni di persone. La privazione della libertà. la
tortura, le punizioni, la vendita all'asta, la lavorazione della canna per produrre lo zuc-
chero, i momenti in cui gli schiavi potevano divertirsi e cantare, momenti in cui c'era
anche qualcosa di sovversivo che poteva portare alla rivolta, che era la paranoia dei pro-
prietari di piantagioni. A Londra Sweet Tooth è stata presentata a St George's, a Bloom-
sbury, una chiesa aperta nel settecento al culmine della tratta, che ebbe tra suoi benefat-
tori ricchi schiavisti e che poi ha avuto un ruolo nel movimento abolizionista. In maggio
invece è stata proposta al Museum of London Docklands, dove veniva immaganizzato lo
zucchero proveniente dai Caraibi. Sweet Tooth è un lavoro difficile da presentare, fisi-
camente difficile anche per i musicisti, Sylvia Hallett, Jason Jarde e Mark Sanders, che
devono muoversi in scena. Per me è un lavoro non solo sulla schiavitù ma su noi oggi,
perchè gli esseri umani hanno una incredibile caèpacità di infliggere sofferenze. Mi au-
guro ci spinga a porci delle domande su di noi, sul perchè noi beneficiamo dello sfrut-
tamento che avviene in altre parti del mondo.
- Ascoltandola dal vivo con Alexander Hawkins era impossibile non pensare a Jeanne
Lee...
E.M. - Dovevo avere 18 anni e Neil Metcalfe mi diede una cassetta dicendomi: penso che
ti potrebbe piacere. Era Jeanne Lee con Ran Blake. Non è che non mi sia piaciuta ma non
la capii, era chiamato jazz ma non lo era, suonava piuttosto come una cosa contemporanea,
avantgarde, e la sua non era una voce così "jazz": non era una voce brutta ma nemmeno
"bella" in senso convenzionale. Una voce con un vibrato molto veloce, ma che non si esten-
de. Non trovi in lei la normale cantante di jazz, non è Sarah Vaughan, non è Ella Fitzgerald,
non è quel tipo di voce. Ma questo la rende più interessante. Ricordo di avere sentito la cas-
setta e poi di non averla più ascoltata per anni. Ma poi ci sono tornata. Lei amava Abbey Lin-
coln, c'è un suono come Abbey Lincoln, viene fuori da quella linea, ma è estremamente per-
sonale e muove la tecnica oltre, verso altre direzioni. E poi la danza, Fluxus, John Cage, la
sound poetry: sono stata colpita dalla somiglianza degli interessi, non potevo credere che
questa donna aveva fatto tanti anni fa queste cose che io sto cercando di fare adesso. Qual-
cuno ha detto che lei è la mia madre spirituale: io cerco di mantenere la mia individualità
ma mi interessa questa linea. E riconosco che dentro di me è ben presente.
Lucianone
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