20 aprile '15 - lunedì 20th April / Monday visione post - 13 PALERMO Migranti: arrestati 24 trafficanti / Erano "agenzia di viaggi" italiana Uno scafista tra i superstiti Racconto di due sopravvissuti. Renzi: guerra agli scafisti. Sulla Libia: «Non è sul tappeto un intervento militare». La Commissione Ue: «Raddoppiare mezzi e budget per Triton»
Strage di migranti, salme a Malta «Sopravvissuti si sono salvati aggrappandosi ai morti»
Nuovi particolari del naufragio al largo della Libia. Renzi: «Una crisi umanitaria». La Commissione Ue: «Raddoppio finanziamenti Triton». Mattarella: «Iniziativa internazionale nei Paesi d’origine». Giovedì vertice straordinario europeo
RODI - Grecia
Naufragio a Rodi, a bordo 200 migranti / Si temono molte vittime All’indomani della tragedia nel canale di Sicilia, in cui un peschereccio con a bordo oltre 900 persone si è rovesciato in mare, un barcone con 200 migranti è naufragato davanti alla costa orientale di Rodi, in Grecia. Per ora 3 corpi sono stati recuperati, quello di un uomo, di una donna e di un bambino, e 90 persone sono state salvate. Tra i sopravvissuti ci sono in gran parte siriani ed etiopi, tra cui 22 donne e sei bambini, riferisce una fonte della polizia portuale greca, secondo la quale «la barca si è schiantata sulle rocce prima del porto di Rodi». Dopo ore di ricerche le autorità hanno dichiarato che non ci sono altri dispersi. BARCELLONA - Spagna Alunno armato di balestra uccide professore ll ragazzo, 14 anni, ha fatto irruzione a scuola poco dopo l’inizio delle lezioni: arrestato. COLPITO AL PETTO
Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo sarebbe entrato nella scuola un’ora dopo l’inizio delle lezioni, dirigendosi verso la sua classe. Lì avrebbe puntato l’arma contro la professoressa di Castigliano. La donna, riferisce il quotidiano El Pais, è stata colpita in faccia. Poi il 13enne si è scagliato contro la figlia della docente, pugnalandola alla coscia. Udendo le grida di spavento, un altro insegnante si è precipitato nell’aula,il ragazzino gli ha puntato contro la balestra e lo ha colpito in pieno addome. L’uomo, stando ai testimoni, si è accasciato al suolo morto. Nell’istituto si è scatenato il panico e molti alunni sono stati costretti a barricarsi dentro le aule, finché il giovane non è stato fermato dalla polizia. In totale, i feriti sono quattro, nessuno in gravi condizioni.
19 aprile '15 - domenica 19th April / Sunday visione post - 43
La città e il centenario / La Grande Guerra 1914 - 1918 Verona, il conflitto e le storie RICERCHE STORICHE - Uno storico militare, Giacomo Vaccarezza, in un testo elaborato dallo Stato maggiore dell'Esercito del 1996, descrive le terribili condizioni dei soldati al fronte della Prima Guerra Mondiale In trincea, tra il fango e l'odore della morte L' avvento di armi innovative e micidiali, come la mitragliatrice, obbligò i militari a ripararsi in lunghi corridoi scavati nel terreno. ( da "L'Arena" - 5 aprile 2015 - di Elena Cardinali ) "Ficcato nelle buche e nel fango... il popolo dei soldati, dei buoni e degli ignari si trovò di fronte
a una cosa imprevista, terribile e inafferrabile, a una macchina fatta di formule, di filo di ferro e di
canne rigate, di calcoli e di scienza, invisibili e onnipresenti, contro cui nulla poteva la sua povera
massa urlante, bestemmiante e piangente, fatta solo d'ossa, di carne e di qualità umane...". Così Curzio Malaparte tratteggia la devastante realtà della vita dei militari, compresi moltissimi veronesi, nelle trincee durante la prima guerra mondiale. La citazione si trova nel volume di studi militari realizzato nel 1996 dall'Ufficio storico dello stato maggiore dell'esercito con il contributo di diversi autori. - Uno di loro è Giacomo Vaccarezza, storico militare, che ha dedicato un dettagliato capitolo allavita di trincea con spunti da numerose fonti. Spiega Vaccarezza che nel 1914, dopo un mese di guerra sul fronte occidentale, una serie di imprevisti, connessi all'innovativo utilizzo di armi mai comparse prima, come la micidiale mitragliatrice, rese necessario il ricorso al trinceramento delle truppe, procedimento che consentiva di limitare la perdita di vite umane, "rivelatasi subito di una consistenza inaudi- ta", e che costituiva anche un ostacolo alla progressione nemica. Inoltre la trincea permet- teva d'avere basi di partenza per le offensive il più vicino possibile alle linee avversarie. L'IMPIEGO generalizzato del trinceramento , continua Vaccarezza, "scompaginò d'un tratto concetti tattici secolari e impose una nuova fisionomia al combattimento terrestre: la guer- ra di trincea". E annota che la mitragliatrice fu l'arma che caratterizzè il primo conflitto mondiale: il suo fuoco consentiva a pochi pezzi ben dislocati di annientare schiere di assa- litori. Benito Mussolini la definì "motocicletta della morte". Per proteggersi il più possi- bile dalla nuova devastante arma, e dallo scoppio di granate e altri ordigni, fu necessario scavare fossati di circa due metri di profondità, di varia larghezza, camuffando l'orlo di questi "corridoi" con vari materiali, in modo da renderli insospettabili all'avvicinarsi del nemico., consentendo così azioni a sorpresa, ma anche per adattarli al controllo del terre- no circostante senza far esporre i militari. RETICOLATI di filo spinato venivano stesi nella parte anteriore e sui fianchi delle trincee, a costituire una sorta di muro di difesa contro eventuali assalitori. Scrive Vaccarezza che "ben presto i grovigli di reticolati costituirono un elemento preponderante del pa- norama di trincea". All'interno dei fossati venivano ricavati ricoveri e nicchie dove i soldati trovavano rifugio. La trincea diventava così una serie di ambienti di varie di- mensioni con coperture di fortuna, costituite da travi di legno e ferro e strati di terra compressa per renderli resistenti alle deflagrazioni. Strati di tela catramata o gomma- ta servivano a riparare dalle infiltrazioni d'acqua. Successivamente queste costruzioni si trasformeranno in molti tratti in campi trincerati con costruzioni in cemento armato, postazioni per mitragliatrici, pozzi, posti di osservazione avanzati, ricoveri blindati in caverna. "E tutt'intorno un reticolato di filo spinato, steso a siepe, a tappeto, in avval- lamenti del terreno, su cavalli di frisia, a matasse lente e, quando possibile, percorso da corrente ad alta tensione".
Il TERRENO dei combattimenti presentava enormi difficoltà materiali che faceva del nostro fronte il più aspro in Europa, fa presente Vaccarezza. L'ascia, il piccone e il badile diventano attrezzi indispensabili per il combattente. La lunga linea trince- rata andava dallo Stelvio al mare, descrivendo due grandi anse, più o meno corri- spondenti al confine politico, a sud del trentino e a nord della Carnia. Durante le stagioni piovose, ricorda lo storico, il fondo della trincea si trasformava in una poz- zanghera melmosa. I tavolati che venivano sistemati sul pavimento erano quasi inutili perchè l'acqua scorreva da cento rigagnoli sulle pareti, invadeva continua- mente la trincea e il drenaggio si rivelava impossibile. Molte trincee si trasforma- rono presto in luoghi mefitici che, nonostante le continue disinfezioni, costituirono l'ambiente ideale per l'insorgere e il diffondersi di gravi malattie infettive". La VITA in trincea scorreva in modo monotono, tra due muraglie, mentre all'e- sterno c'era quasi sempre una distesa brulla, punteggiata di cadaveri insepolti e di detriti di ogni genere. "L'ozio forzato, la ripetitività delle incombenze quotidia- ne, la tensione per gli attacchi improvvisi del nemico, erano tutte cause di una generale depressione, che provocava tra i soldati una sorta di apatia collettiva", annota Vaccarezza, "che rendeva tollerabile vivere in mezzo ai cadaveri e alla sporcizia. L'incombenza più frequente era la riparazione delle trincee dopo gli assalti che spesso distruggevano tutto". Tutto questo tra un bombardamento nemico e un assalto. A confortre un pò gli animi era il cameratismo che permet- teva ai soldati di condividere paure e speranze, e lo scambio di lettere con le famiglie, che manteneva saldo il rapporto con la realtà degli affetti e della vita "normale". A mitigare il senso di vuoto c'erano anche i giornali di trincea, con le loro vignette satiriche che per qualche istante regalavano pillole di buonumo- re. Un dono raro in un ambiente dominato dalla sofferenza e dalla paura.
LA MORTE era una compagna abituale dei soldati. Al termine delle azioni belliche, i militari facevano il conto dei commilitoni rimasti uccisi e di quelli finiti all'ospedale da campo. "I più vicini il soldato li aveva visti cadere, ne aveva visto le ferite, sen- tito le grida, li aveva visti giacere immobili", annota lo storico. "Di notte li aveva calpestati, correndo all'impazzata. Degli altri se ne parlava nel reparto, a livello di cifre. Molti dei caduti non potevano essere rimossi dalla "terra di nessuno", lo spazio che si trovava tra opposte trincee. I cadaveri restavano lì a disfarsi, inizial- mente come un macabro monito, poi quasi privi di significato negativo, quasi parte integrante del panorama di guerra, con i sassi, le bombe inesplose ed il groviglio di reticolati dove a volte restavano impigliati i corpi. E intorno un tanfo pestilenzia- le che si attaccava ai vestiti". Cimiteri improvvisati con centinaia di croci bianche si formavano ovunque mentre lo spettro delle ferite e dei cadaveri creava assue- fazione anche ai peggiori spettacoli. Continua... to be continued... ...
16 aprile '15 - giovedì 16th April / Thursday visione post - 7 Riduzione delle ore di lingue classiche ai licei francesi LA SORBONA GUIDA LE PROTESTE: "Giù le mani da latino e greco", e tutti gli studenti contro il ministro.
(da "La Stampa" - 11/04/2015 - il caso / Paolo Levi da Parigi) "Giù le mani da latino e greco": nella Francia abbonata alle proteste contro i tentativi di riforma si aggiunge anche quella di un folto gruppo di prof, intellettuali e studenti, sul piede di guerra per l'ultima pazza idea della ministra dell'Istruzione Najat Vallaud-Belka- cem - pupilla del presidente Francois Hollande - che intende ridurre le ore di latino e gre- co nelle scuole superiori diluendone l'insegnamento in corsi pluridisciplinari di taglio più storico. - Nell'anfiteatro della Sorbona, l'antica università parigina nel cuore della rive gauche, un centinaio di persone si sono aggiunte al coro di proteste per chiedere al go- verno di non "uccidere" le lingue antiche. Tra loro, pesi massimi del mondo intellettuale come ol filosofo Regis Debray che denuncia "la miopia della classe dirigente" e il tenta- tivo di "sostituire i verbi con i numeri". Messaggio simile a quello espresso qualche gior- no prima da Elizabeth Antébi, organizzatrice del Festival europeo di latino e greco all'Ecole normale supérieure di Lione. "Nel momento in cui lottiamo contro individui che distruggo- no le opere della memoria - ha avvertito riferendosi alle azioni dei fondamentalisti islamici dell'Isis nel museo di Mosul - ci stiamo massacrando da soli". Secondo il testo di riforma del governo socialista, le opzioni di latino e greco verranno sostituite da insegnamenti pratici interdisciplinari (Epi), tra cui "lingue e cultureb dell'an- tichità". Vicina ai manifestanti, anche Aurélie Filippetti, l'ex ministra della Cultura nonchè stella della "sinistra frondista" che ha abbandonato il governo dopo la svolta social-libera- le voluta da Hollande. Agli esperti del ministero che bollano l'insegnamento di Omero e Catullo come "elitista", gli alfieri del classicismo ricordano che oggi, nelle scuole superiori di Francia, a scegliere opzioni di latino e greco sono ancora 520.000 studenti. "Elitista sarà piuttosto l'inglese, riservato a chi può permettersi viaggi studio all'estero, davanti a latino e greco siamo tutti uguali, puntualizzano i manifestanti: "Non sarà certo il primo progetto di riforma che getteremo nel cestino della storia". Lucianone
15 aprile '15 / mercoledì 15th April / Wednesday visione post - 6 (da la Repubblica - 7 febbraio 2015 - di Carlo Petrini) QUALE LATTE BERREMO Il futuro del latte vaccino non è mai stato tanto incerto in questo Paese dopo che quasi l'argomento era passato nel dimenticatoio, una volta finiti gli anni ruggenti della vacca Ercolina e della contestazione del sistema della produzione contingenta- ta. Adesso ci siamo: il primo aprile 2015 sarà finito il regime, ormai trentennale, delle quote. Nel frattempo l'Italia non è riuscita a chiudere la partita degli irridu- cibili, che volevano affermato il principio secondo cui si deve produrre quanto si vuole (o meglio: quanto si può), lasciando che il mercato decida chi ce la può fare e chi no. - Una grande catena di supermercati ha appena iniziato un battage pub- blicitario per spiegare che il suo latte è solo italiano e viene pagato alle stalle 38 centesimi per litro. Pensate: il latte che fresco non si vende nei supermercati a me- no di un euro e venti, si propaganda dicendo che all'allevatore è pagato meno di 40 centesimi. Equesta pubblicità si basa sul fatto che già oggi, il latte comunitario ungherese è proposto ai nostri casari e ai nostri imbottigliatori di latte ben al di sotto dei 30 centesimi. In che mondo viviamo. Chi produce un alimento tanto prezioso non ha diritto che a un terzo del suo prezzo finale (nella migliore delle ipotesi) e da parte del Paese si guarda per lo più incuranti al tracollo di un sistema zootecnico che è pieno di punti deboli, ma non è qualcosa che si può liquidare come si chiude una discote- ca perchè la gente non ci balla più. - Il LATTE è fra i modi più razionali di tra- sformare in energia per la vita le fonti vegetali ricche di cellulosa, altrimenti in- digeribili per l'uomo. Esso ha stratificato culture, reso protagoniste di tradizioni locali razza bovine diverse e peculiari dei cento paesaggi di questo Paese. Da esso infine traiamo una varietà di produzioni dai nomi affascinanti, dalle forme varia- bili e dai gusti incomparabilmente diversi che è il nostro patrimonio caseario. Se il latte per fare i formaggi nati sulle pendici delle nostre montagne verrà dalla pianura ungherese, non sarà solo una questione di DOP e IGP italiane a rischio. Sarà molto di più. Sarà il suicidio di un patrimonio culturale gastronomico. Guardo con attenzione alle azioni che il ministro Martina ha messo in campo, af- finchè la qualità italiana venga ricompensata, riconoscendo così, attraverso il prezzo , un sostegno non irriguardoso alla produzione lattiero.casearia dell'Italia. Ma sono convinto che senza l'acquisizione di una diversa consapevolezza da parte dei consumatori, orientati e messi finalmente in condizione di consumare latte mi- gliore, italiano certo, ma non solo, si< il necessario strumento , sul lungo periodo, per la salvezza di questo alimento prezioso e straordinariamente significativo. Lucianone
11 aprile '15 - sabato 11th April / Saturday visione post - 15 Un saggio di Andrea Riccardi ricostruisce le persecuzioni del 1915 e le collega al presente Un secolo fa a Mardin (Turchia) la strage rimossa Il cinico calcolo dei Giovani turchi, laici: aizzare l'odio delle popolazioni islamiche (da Corriere della Sera - 31/03/2015 - Anniversari / di Sergio Romano) Nella Turchia sudorientale, in una zona abitata prevalentemente da curdi, vi è una delle più belle città del Medio Oriente. E' Mardin, una meta turistica premiata dal- l'Unesco per la straordinaria varietà della sua architettura religiosa: chiese, monaste- ri, moschee, sinagoghe, castelli medioevali. Oggi la sua popolazione è in grande mag- gioranza musulmana, ma nel 1915, quando fu teatro degli avvenimenti evocati in un libro di Andrea Riccardi pubblicato (ora) da Laterza, i cristiani avevano nove chiese, tre conventi e formavano una sorta di catalogo vivente del Cristianesimo romano e greco: armeni in buona parte, ma anche cattolici di rito latino, ortodossi, assiri, siria- ci, caldei, tutti assistiti dai loro vescovi e patriarchi. I campanili e i minareti svettano ancora sulla città, costruita sul pendio di una grande montagna, ma le comunità cat- toliche e ortodosse sono oggi soltanto il pallido ricordo di un mondo in buona par- te scomparso. Questo libro ("La strage dei cristiani, Mardin, gli armeni e la fine di un mondo", pp. 240 euro 18) è anzitutto un'opera di pietà storica, scritta per ricordare la sorte dei cristiani d'Oriente, travolti anche in anni più recenti dalle guerre combattute in Libano, in Iraq, e in Siria. Riccardi dice implicitamente al lettore che la tragi- ca cronaca delle persecuzioni subite dagli armeni agli inizi della Grande guerra non sarebbe completa se non ricordasse che il loro destino, in particolare a Mardin, fu condiviso dai cristiani. - Ma l'autore non è soltanto il fondatore della Comunità di Sant'Egidio e, quindi, un cattolico militante. E' anche uno studioso a cui preme ricostruire il contesto storico di quelle persecuzioni. Nel luglio del 1914, qundo il governo austro-ungarico inviò alla Serbia l'ultimatum che avrebbe scatenato la Grande guerra, la Turchia era appena uscita da una umiliante sconfitta nella Se- conda guerra balcanica e dal colpo di Stato che aveva dato il potere ai "Giovani turchi" di Unione e Progresso. I suoi tre Pascià - Djemal, Enver, Talaat - erano ferocemente nazionalisti e profondamente convinti che la sovranità dello Stato ottomano fosse minacciata dalle continue ingerenze delle potenze straniere nella politica dell'Impero. Le sue finanze erano soggette alla vigilanza di banchieri eu- ropei, organizzati in una specie di Fondo monetario internazionale. Le comunità religiose non musulmane avevano potenti protettori stranieri: la Russia, per gli ortodossi e gli armeni, la Francia e altri Paesi cattolici per i cristiani latini, la Gran Bretagna per i protestanti e gli ebrei. I trattati sulle capitolazioni avevano garantito alle comunità nazionali straniere una sorta di indipendenza giudizia- ria, che intaccava profondamente la sovranità dello Stato. Al nuovo governo di Costantinopoli la guerra europea parve una provvidenziale via d'uscita. Il 9 settembre 1914 fu annunciato al mondo che le capitolazioni sa- rebbero state abolite, con un documento in cui si affermava tra l'altro che l'abo- lizione avrebbe permesso di realizzare le riforme ripetutamente sollecitate dalle grandi potenze. Due mesi dopo, mentre la Turchia era da qualche giorno in guerra a fianco della Germania, fu proclamata la Grande Jihad. La guerra san- ta presentava in quel momento un doppio vantaggio. Forniva alle masse anato- liche, ancora devotamente musulmane, una motivazione spirituale sul campo di battaglia; e dava alle persecuzioni contro i cristiani una giustificazione pa- triottico-religiosa. Per quanto concerneva gli armeni, , in particolare, la guer- ra contro la Russia avrebbe permesso al governo turco di trattare la loro comu- nità come una pericolosa quinta colonna. armate di questi argomenti le auto- rità turche dettero il via alle deportazioni e ai massacri. Quando gli ambascia- tori dei Paesi neutrali, fra cui Henry Morgenthau, rappresentante degli Stati Uniti, deplorarono i metodi utilizzati, Enver replicò con sfacciata franchezza: "L'odio tra turchi e armeni è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi". Continua... to be continued...
3 aprile 2015 - venerdì 3rd April / Friday visione post - 24 Guardie e ladri francesi: un film alla maniera del grande Scorsese (da la Repubblica - 26/03/'15 / Al cinema - di Roberto Nepoti) Dopo che, in qualità di giudice del tribunale minorile di Metz, ha sperimentato gli effetti devastanti della droga sui giovanissimi, Pierre Michel è trasferito a Marsiglia per contra- stare la criminalità organizzata. Qui intraprende un'azione contro il boss Gaetan Zampa che assume quasi i tratti di una guerra privata, inducendolo ad agire ai limiti della lega- lità e a rischiare la vita. Negli anni Settanta la "french connection" fu un'organizzazio- ne mafiosa tentacolare che, da Marsiglia, inondò di eroina gli Stati Uniti. L'espressione "french connection" era anche il titolo originale di due celebri actioner del decennio, conosciuti da noi come "Il braccio violento della legge " 1 e 2. I fatti cui si riferisce il film però, pur romanzandoli in parte, sono accaduti davvero e hanno coinvolto il giudi- ce Michel e il gangster Zampa, potente malavitoso francese di origine napoletana. Il finale, dunque, era scritto: anche se non è il caso di rivelarlo a chi non lo conosca. Quel che vale la pena osservare è che il romanzo criminale del giovane Cédric Jimenez non soffre affatto della pesantezza dei film-dossier ispirati ad avvenimenti reali. Ha, in- vece, il ritmo del buon cinema d'azione fatto secondo la ricetta tradizionale: alternando piani-sequenza descrittivi e macchina da presa a spalla e catalogando tutti i luoghi ob- bligati delle saghe gangsteristiche - minacce e sfide, tradimenti e dilemmi morali, delit- ti e castighi - con uno stile dinamico e accattivante, Assai probabile che i precedenti cui French Connection somiglia di più siano i noir francesi anni Settanta di Henri Verneuil e José Giovanni, quelli col vecchio Gabin e i giovani Delon o Belmondo; però il suo mo- dello è piuttosto Martin Scorsese: inarrivabile, certo, ma che Jimenez emula senza diso- nore. E' "scorsesiano" il carattere del gangster Zampa , cattivo tutt'altro che banale o ste- reotipato. Così il film può a buon diritto focalizzare il dramma intorno a una coppia di character di grande carisma personale, sottolineando i tratti che li accomunano pur se schierati su sponde opposte della legge.
Facce della stessa medaglia, Pierre e Gaetan sono due eroi tragici, entrambi amanti della famiglia ma anche - altrettanto - del rischio, oltre che consapevoli dell'alto prezzo che do- vranno pagare. Benchè incentrato sulla guerra dei due uomini "duri da cuocere", tutta- via, il film non dimentica di trattare il milieu criminale per quello che, a certi livelli, in- variabilmente è: la punta di un iceberg di collusioni e complicità a livelli istituzionali che infetta le forze dell'ordine (qui un gruppo di poliziotti corsi in combutta con la mala- vita) e le alte sfere della politica, pronta a servirsi della malavita come di uno strumento e a ostacolare, al caso, chi la combatte in prima linea. Niente di nuovo? Può darsi, però conta anche il modo in cui il cinema ripropone le cose già note. Qui lo fa bene e trae ul- teriore vantaggio da un cast scelto come si deve. Vicino a Jean Dujardin, ormai consa- crato star internazionale, non sfigura affatto il meno noto Gilles Lellouche nella parte dello spietato, ma tutt'altro che privo di fascino, Zampa. Pur disegnando caratteri a tut- to tondo, il binomia protagonista non scivola mai nel caricaturale. Lo asseconda un cast di facce bene assortite tra cui spicca Benoit Magimel, già attore di Claude Chabrol, nel- la parte di un "mad dog" dalla pistola facile.
Il Regista Cédric Jimenez, classe 1976, è un regista. produttore e sceneggiatore.
Al suo attivo finora il documentarioScorpione e il film Aux yeux de tous,
un thriller politico con protagonista un giovane hacker. Lucianone