5 agosto '15 - mercoledì 5th August / Wednesday visione post - 5
Il mercato del Bologna
Il colombiano Quintero è il nuovo acquisto del Bologna; è stato preso in prestito
dal Porto. Spunta Pinilla, Zuculini invece non piace più.
...Al Bologna manca comunque ancora la coppia gol da sistemare davanti al fantasista
(Quintero). I vecchi obiettivi, intanto, scoloriscono: Defrel, pur non ancora tramontato,
sembra sempre più lontano da Casteldebole; Sau, invece, non si muove più da Cagliari,
come ha dichiarato lui stesso. Borriello, svincolato, è un nome che piace molto in so-
cietà: l'idea consiste nell'offrirgli un contratto tarato sul rilancio personale, consegnan-
do così un messaggio ad altri che han chiesto tempo. Uno di loro è Okaka, che indugia
ancora sul triennale da 750.000 netti che langue da due settimane.
Frattanto da Napoli riecheggiano ancora offerte per Oikonomou. Di Vaio le ha rispedite
al mittente, una sorta di polizza sulla permanenza del greco. Non, passando ai mediani,
sull'infortunato Zuculini e su Djokovic, che non rientrano nei piani di Rossi. Cui continua
a piacere Nocerino. E da Bergamo in serata due ipotesi, Livaja e Pinilla.
Lucianone
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mercoledì 5 agosto 2015
lunedì 3 agosto 2015
POLITICA - società / USA: la riscossa di Obama
3 agosto '15 - lunedì 3rd August / Monday visione post - 7
(da 'la Repubblica' - 31 /07 /'15 - LettereCommenti&Idee / Moisés Naim)
Se le rivoluzioni del 1989 hanno cambiato il mondo, quelle del 2015 cambieranno gli
Stati Uniti. Il 1989 fu l'anno della caduta dei muri, del tracollo delle dittature comuni-
ste, della perdita di prestigio di idee politiche ed economiche errate. Nella prima me-
tà del 2015 sono avvenuti negli Stati Uniti cambiamenti rivoluziunari nei rapporti in-
ternazionali, in politica sociale e nelle regole che definiscono cos'è una famiglia. E
questi sviluppi negli Usa non mancheranno di ripercuotersi anche al di là dei loro
confini.
Barak Obama giunse al potere se anni e mezzo fa. Milioni di persone si entusiasmarono
per questo giovane senatore con un nome, un aspetto e una storia che secondo molti
esperti avrebbero costituito ostacoli insormontabili alla conquista della presidenza Usa.
Ma gli esperti si sbagliavano. Obama vinse le elezioni. Quattro anni dopo fu rieletto, an-
corchè come presidente avesse raffreddato gli entusiasmi. Il suo arrivo alla Casa Bianca
non aveva prodotto i risultati sperati. L'uomo si era trasformato in un leader cauto, distan-
te, incapace di piegare i suoi avversari interni ed esterni. Non solo i dirigenti del partito
repubblicano ma anche i capi di governo dell'Iran, della Cina, della Russia e del Medio
Oriente sembravano più efficaci e potenti del Presidente degli Stati Uniti.
Di fatto, al suo arrivo alla Casa Bianca, Obama si trovò alle prese con un elenco di emer-
genze da affrontare immediatamente, tra cui la maggior catastrofe economica da oltre
mezzo secolo, due guerre che gli Usa stavano perdendo, un indice sempre crescente di disuguaglianze economiche, e infine un rinnovato e ambizioso attivismo internazionale
di Mosca e Pechino. A tutto questo si aggiungeva la prostrazione degli alleati europei,
colpiti dalla crisi. Il prestigio e l'influenza internazionale degli Stati Uniti toccavano il
punto più basso dai tempi della guerra del Vietnam. - Secondo i suoi critici, il problema
era Obama - il suo passato, ka sua ideologia, la sua inesperienza, la sua personalità.
Molti osservatori vedevano il suo passaggio alla Casa Bianca come un'occasione man-
cata, ricordando che negli Stati Uniti i presidenti riescono a imporre grandi cambiamenti
solo nella prima parte del loro mandato - anche perchè le elezioni legislative di medio ter-
mine danno in genere la maggioranza alle opposizioni. E' accaduto anche stavolta. Con
le due Camere del Congresso in mano ai suoi rivali, tutto faceva pensare che in pratica
la presidenza di Obama fosse giunta al suo termine; e dunque non c'era da aspettarsi
granchè nell'ultimo scorsio del suo mandato
Ma non è andata così. Anche stavolta gli esperti hanno fatto male i loro conti. ,Nel 2015
Obama è riuscito a portare avanti iniziative di grande respiro, che sembravano impossi-
bili solo qualche mese prima. - C'è stato l'accordo con l'Iran, che avrà conseguenze eco-
nomiche e geopolitiche enormi. E la normalizzazione dei rapporti con Cuba - la fine di ol-
tre mezzo secolo di ostilità col regime dei Castro.
Sorprendendo molti osservatori, Obama è inoltre riuscito a ottenere l'ppoggio del Senato
per negoziare la partecipazione del suo Paese all'Accordo di partenariato e libero scam-
bio transpacifico (o Tpp, che sta per Trans Pacific Partnership Agreement) con altri 11
Paesi della regione Asia - Pacifico. Potenzialmente, il Tpp potrebbe trasformare i rappor-
ti economici in questa parte del mondo, oltre a creare un importante contrappeso alla Ci-
na. - Tutto questo sta avvenendo in un contesto di recupero e di crescita dell'economia,
statunitense: disoccupazione ridotta al 5,3% e in ulteriore calo, ripresa dell'industria,
mentre il Paese si è trasformato nella principale potenza energetica mondiale, superando
lìarabia Saudita e la Russia. Certo, manca ancora un recupero dei salari medi, e le disu-
guaglianze rimangono a livelli inaccettabili; ma anche su questi temi spinosi Obama ha
adottato misure che potrebbero invertire la tendenza. La sua riforma sanitaria ad esem-
pio avrà senza dubbio un impatto economico e sociale positivo e importante.
Infine, l'estate 2015 è iniziata nel segno di una decisione che cambierà la vita di milioni di
persone finora emarginate. Nel giugno scorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha lega-
lizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, un'iniziativa appoggiata dalla Casa
Bianca. Obama si merita una vacanza.
Lucianone
(da 'la Repubblica' - 31 /07 /'15 - LettereCommenti&Idee / Moisés Naim)
Se le rivoluzioni del 1989 hanno cambiato il mondo, quelle del 2015 cambieranno gli
Stati Uniti. Il 1989 fu l'anno della caduta dei muri, del tracollo delle dittature comuni-
ste, della perdita di prestigio di idee politiche ed economiche errate. Nella prima me-
tà del 2015 sono avvenuti negli Stati Uniti cambiamenti rivoluziunari nei rapporti in-
ternazionali, in politica sociale e nelle regole che definiscono cos'è una famiglia. E
questi sviluppi negli Usa non mancheranno di ripercuotersi anche al di là dei loro
confini.
Barak Obama giunse al potere se anni e mezzo fa. Milioni di persone si entusiasmarono
per questo giovane senatore con un nome, un aspetto e una storia che secondo molti
esperti avrebbero costituito ostacoli insormontabili alla conquista della presidenza Usa.
Ma gli esperti si sbagliavano. Obama vinse le elezioni. Quattro anni dopo fu rieletto, an-
corchè come presidente avesse raffreddato gli entusiasmi. Il suo arrivo alla Casa Bianca
non aveva prodotto i risultati sperati. L'uomo si era trasformato in un leader cauto, distan-
te, incapace di piegare i suoi avversari interni ed esterni. Non solo i dirigenti del partito
repubblicano ma anche i capi di governo dell'Iran, della Cina, della Russia e del Medio
Oriente sembravano più efficaci e potenti del Presidente degli Stati Uniti.
Di fatto, al suo arrivo alla Casa Bianca, Obama si trovò alle prese con un elenco di emer-
genze da affrontare immediatamente, tra cui la maggior catastrofe economica da oltre
mezzo secolo, due guerre che gli Usa stavano perdendo, un indice sempre crescente di disuguaglianze economiche, e infine un rinnovato e ambizioso attivismo internazionale
di Mosca e Pechino. A tutto questo si aggiungeva la prostrazione degli alleati europei,
colpiti dalla crisi. Il prestigio e l'influenza internazionale degli Stati Uniti toccavano il
punto più basso dai tempi della guerra del Vietnam. - Secondo i suoi critici, il problema
era Obama - il suo passato, ka sua ideologia, la sua inesperienza, la sua personalità.
Molti osservatori vedevano il suo passaggio alla Casa Bianca come un'occasione man-
cata, ricordando che negli Stati Uniti i presidenti riescono a imporre grandi cambiamenti
solo nella prima parte del loro mandato - anche perchè le elezioni legislative di medio ter-
mine danno in genere la maggioranza alle opposizioni. E' accaduto anche stavolta. Con
le due Camere del Congresso in mano ai suoi rivali, tutto faceva pensare che in pratica
la presidenza di Obama fosse giunta al suo termine; e dunque non c'era da aspettarsi
granchè nell'ultimo scorsio del suo mandato
Ma non è andata così. Anche stavolta gli esperti hanno fatto male i loro conti. ,Nel 2015
Obama è riuscito a portare avanti iniziative di grande respiro, che sembravano impossi-
bili solo qualche mese prima. - C'è stato l'accordo con l'Iran, che avrà conseguenze eco-
nomiche e geopolitiche enormi. E la normalizzazione dei rapporti con Cuba - la fine di ol-
tre mezzo secolo di ostilità col regime dei Castro.
Sorprendendo molti osservatori, Obama è inoltre riuscito a ottenere l'ppoggio del Senato
per negoziare la partecipazione del suo Paese all'Accordo di partenariato e libero scam-
bio transpacifico (o Tpp, che sta per Trans Pacific Partnership Agreement) con altri 11
Paesi della regione Asia - Pacifico. Potenzialmente, il Tpp potrebbe trasformare i rappor-
ti economici in questa parte del mondo, oltre a creare un importante contrappeso alla Ci-
na. - Tutto questo sta avvenendo in un contesto di recupero e di crescita dell'economia,
statunitense: disoccupazione ridotta al 5,3% e in ulteriore calo, ripresa dell'industria,
mentre il Paese si è trasformato nella principale potenza energetica mondiale, superando
lìarabia Saudita e la Russia. Certo, manca ancora un recupero dei salari medi, e le disu-
guaglianze rimangono a livelli inaccettabili; ma anche su questi temi spinosi Obama ha
adottato misure che potrebbero invertire la tendenza. La sua riforma sanitaria ad esem-
pio avrà senza dubbio un impatto economico e sociale positivo e importante.
Infine, l'estate 2015 è iniziata nel segno di una decisione che cambierà la vita di milioni di
persone finora emarginate. Nel giugno scorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha lega-
lizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, un'iniziativa appoggiata dalla Casa
Bianca. Obama si merita una vacanza.
Lucianone
domenica 2 agosto 2015
Società / solidarietà - Intervista ai filantropi del Mediterraneo
2 agosto '15 - domenica 2nd August / Sunday visione post - 5
Da due anni Regina e Christopher Catambrone solcano il Mediterraneo
con una nave comprata apposta per soccorrere gli immigrati.
"Siamo originari del Sud Italia: l'emigrazione e le sue tragedie fanno
parte della nostra storia".
(da 'la Repubblica' - 18 maggio 2015 - di Emanuele Lauria / Palermo)
Sulla home page dell'organizzazione hanno messo un contatore: il numero che compare,
da ieri, è 4.441. Sono le vite salvate sinora da Moas, l'organizzazione fondata da una cop-
pia italo-americana di facoltosi imprenditori che dal 2014 si occupa di cercare e soccorre-
re i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Chris e Regina Catambrone sono gli unici
"privati" a dare assistenza in un mare sempre più segnato da tragici naufragi. Per uno
scherzo del destino la loro missione, sabato, ha consegnato l'ultimo carico di disperati
(405) a Messina, sull'altra riva di quello Stretto dove la storia dei Catambrone cominciò-
Ed è una storia di eccezionale solidarietà che la signora Regina, per la prima volta, rac-
conta dall'inizio.
REGGIO CALABRIA, qualche anno addietro
"E' lì che conobbi Chris. Lui aveva deciso di ritrovare le sue radici, dopo essere stato
costretto ad abbandonare New Orleans a causa dell'uragano Katrina. Venne a vivere
a Reggio, vicino a casa mia, e non lontano dalla provincia di Catanzaro che il suo bisnon-
no aveva lasciato per l'America nel secolo scotso. Il problema dell'emigrazione , per noi
meridionali, è sentito perchè fa parte della nostra storia".
COSA vi ha spinto a occuparvi di quest'altro , più tragico, fenomeno migratorio?
"Nell'estate del 2013 eravamo in vacanza nel Mediterraneo. Lasciammo Lampedusa con
una barca a motore presa in affitto, proprio alla vigilia della storica visita di papa France-
sco. Sulla rotta verso Tunisi, la rotta delle stragi, vidi a pelo d'acqua una giacca beige, pro-
babilmente appartenuta a qualche poveretto morto in mare. Quell'immagine cambiò tutto.
Decidemmo di fare qualcosa, di dare un contributo per affrontare questa tragedia. Aveva-
mo dei soldi da parte, invece di acquistare una casa decidemma di comprare una nave.
Una nave che finora ha salvato 4.400 persone. Una spesa ben ripagata".
QUANTO vi è costata sinora questa missione?
"Otto milioni di dollari l'anno scorso. Nle 2014 abbiamo finanziato l'operazione con le no-
stre risorse, non ci sembrava giusto chiedere un aiuto solo sulla base di un'idea. A ottobre,
chiusa la prima campagna con un bilancio di 3 mila persone soccorse, abbiamo aperto una
sottoscrizione. Che finora ha fruttato circa 100 mila euro, oltre ai 180 mila euro donati da
un imprenditore tedesco. Ahimè, siamo lontani dal target prefissato per questa seconda
parte dell'attività appena cominciata, che dovrebbe concludersi a ottobre (tre milioni cir-
ca, ndr.) Temiamo di non farcela".
C'E' CHI SUL WEB , commenta la vostra iniziativa chiedendovi polemicamente di ospi-
tarli a casa, i naufragki raccolti in mare.
"Cosa significa casa mia? Casa mia, come la casa di questa gente che fugge per necessi-
tà, è il mondo. Non c'è un'umanità di serie A e di serie B. Io non sapevo cosa fosse l'orro-
re prima di quest'esperienza. Ho visto persone stipate come sardine nella stanza dei mo-
tori, senza aria, in mezzo ai loro stessi bisogni. Le foto non volevamo neppure pubblicarle,
se l'abbiamo fatto è anche per svegliare le coscienze".
QUAL E' ILO VOSTRO RAPPORTO con le forze ufficiali in azione nel Mediterraneo?
"Non c'è alcuna carta scritta. Noi ci siamo proposti e, in raccordo con le autorità, interve-
niamo su richiesta per fornire una sorta di pronto soccorso: facciamo uno screening sani-
tario dei migranti salvati, diamo loro da mangiare, li vestiamo. Poi, teoricamente, dovrem-
mo trasbordarli su altre navi.
Continua... to be continued....
Da due anni Regina e Christopher Catambrone solcano il Mediterraneo
con una nave comprata apposta per soccorrere gli immigrati.
"Siamo originari del Sud Italia: l'emigrazione e le sue tragedie fanno
parte della nostra storia".
(da 'la Repubblica' - 18 maggio 2015 - di Emanuele Lauria / Palermo)
Sulla home page dell'organizzazione hanno messo un contatore: il numero che compare,
da ieri, è 4.441. Sono le vite salvate sinora da Moas, l'organizzazione fondata da una cop-
pia italo-americana di facoltosi imprenditori che dal 2014 si occupa di cercare e soccorre-
re i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Chris e Regina Catambrone sono gli unici
"privati" a dare assistenza in un mare sempre più segnato da tragici naufragi. Per uno
scherzo del destino la loro missione, sabato, ha consegnato l'ultimo carico di disperati
(405) a Messina, sull'altra riva di quello Stretto dove la storia dei Catambrone cominciò-
Ed è una storia di eccezionale solidarietà che la signora Regina, per la prima volta, rac-
conta dall'inizio.
REGGIO CALABRIA, qualche anno addietro
"E' lì che conobbi Chris. Lui aveva deciso di ritrovare le sue radici, dopo essere stato
costretto ad abbandonare New Orleans a causa dell'uragano Katrina. Venne a vivere
a Reggio, vicino a casa mia, e non lontano dalla provincia di Catanzaro che il suo bisnon-
no aveva lasciato per l'America nel secolo scotso. Il problema dell'emigrazione , per noi
meridionali, è sentito perchè fa parte della nostra storia".
COSA vi ha spinto a occuparvi di quest'altro , più tragico, fenomeno migratorio?
"Nell'estate del 2013 eravamo in vacanza nel Mediterraneo. Lasciammo Lampedusa con
una barca a motore presa in affitto, proprio alla vigilia della storica visita di papa France-
sco. Sulla rotta verso Tunisi, la rotta delle stragi, vidi a pelo d'acqua una giacca beige, pro-
babilmente appartenuta a qualche poveretto morto in mare. Quell'immagine cambiò tutto.
Decidemmo di fare qualcosa, di dare un contributo per affrontare questa tragedia. Aveva-
mo dei soldi da parte, invece di acquistare una casa decidemma di comprare una nave.
Una nave che finora ha salvato 4.400 persone. Una spesa ben ripagata".
QUANTO vi è costata sinora questa missione?
"Otto milioni di dollari l'anno scorso. Nle 2014 abbiamo finanziato l'operazione con le no-
stre risorse, non ci sembrava giusto chiedere un aiuto solo sulla base di un'idea. A ottobre,
chiusa la prima campagna con un bilancio di 3 mila persone soccorse, abbiamo aperto una
sottoscrizione. Che finora ha fruttato circa 100 mila euro, oltre ai 180 mila euro donati da
un imprenditore tedesco. Ahimè, siamo lontani dal target prefissato per questa seconda
parte dell'attività appena cominciata, che dovrebbe concludersi a ottobre (tre milioni cir-
ca, ndr.) Temiamo di non farcela".
C'E' CHI SUL WEB , commenta la vostra iniziativa chiedendovi polemicamente di ospi-
tarli a casa, i naufragki raccolti in mare.
"Cosa significa casa mia? Casa mia, come la casa di questa gente che fugge per necessi-
tà, è il mondo. Non c'è un'umanità di serie A e di serie B. Io non sapevo cosa fosse l'orro-
re prima di quest'esperienza. Ho visto persone stipate come sardine nella stanza dei mo-
tori, senza aria, in mezzo ai loro stessi bisogni. Le foto non volevamo neppure pubblicarle,
se l'abbiamo fatto è anche per svegliare le coscienze".
QUAL E' ILO VOSTRO RAPPORTO con le forze ufficiali in azione nel Mediterraneo?
"Non c'è alcuna carta scritta. Noi ci siamo proposti e, in raccordo con le autorità, interve-
niamo su richiesta per fornire una sorta di pronto soccorso: facciamo uno screening sani-
tario dei migranti salvati, diamo loro da mangiare, li vestiamo. Poi, teoricamente, dovrem-
mo trasbordarli su altre navi.
Continua... to be continued....
venerdì 31 luglio 2015
Cultura / IL LIBRO per non dimenticare: "L'uccello dipinto"
31 luglio '15 - venerdìì 31st July / Friday visione post - 23
50 anni fa con "L'uccello dipinto" Jerzy Kosinski raccontava
l'odissea del 'bambino che volò via dall'inferno' nella Polonia
occupata dai nazisti..
(da 'la Repubblica' - 31 maggio 2015 - di Irene Bignardi)
Il bambino che volò via dall'inferno
Immaginate un mondo che assomigli agli inferni di Hieronymus Bosch per l'affollamento di
strane creature, animali, case, villaggi e per l'atmosfera punitiva da incubo medievale. Immaginatelo fuso con Chagall, con la magia di certe sue situazioni, la cultura ebraica, i personaggi che volano sui tetti assieme ai violini, la povertà poetica dei villaggi. E
immaginate infine su questo sfondo (la Polonia rurale durante la Seconda guerra mon-
diale, piena di crudeltà contadine e di pregiudizi, di generosità mascherate e di paure, di
nazisti e di poveracci perseguitati, di villaggi distrutti e di fame) un bambino "diverso",
l'io narrante di L'uccello dipinto, occhi scuri e pelle olivastra in un mondo di occhi chiari,
e la sua odissea attraverso un mondo pieno di brutalità, di avidità, di sessualità trucida e
crudele, dove i rapporti umani svariano dall'incesto allo stupro, e l'ospitalità dal ricatto al
puro sfruttamento.
LA STORIA/ Trama - Il bambino è stato messo dai genitori, costretti in quanto ebrei a
nascondersi dai nazisti, nelle mani di una vecchia signora, in un remoto villaggio, con la
speranza di ritrovarlo quando il peggio sarà passato. Ma il peggio è lì. Ebrei e zingari sono deportati, la sua protettrice muore, i contadini sono avidi e pronti a consegnarlo in ogni mo-
mento. Lo brutalizzano, lo cacciano letteralmente nella merda (dei maiali), lo costringono
a condividere esperienze terribili. Ma il ragazzino sopravvive, fino a ritrovare i genitori.
E l'uccello del titolo? E' l'uccello che un cacciatore cattura, dipinge con i più strani colori,
e spedisce a raggiungere uno stormo di suoi simili - che non lo riconosce, lo attacca, lo uc-
cide. Perchè è diverso come è diverso il nostro piccolo protagonista.
Quando uscì, nel 1965, L'uccello dipinto suscitò, nel mondo della Guerra fredda, reazioni
diverse ed estreme. Una parte dell'intellighenzia ebraica - Elie Wiesel Cynthia Ozick, tra
gli altri - magnificò Jerzy Kosinski, polacco di Lodz, ebreo, emigrato negli Stati Uniti nel
1957, come narratore di una delle più toccanti esperienze della condizione ebraica. Ma fu
dall'Est europeo, dalla stessa Polonia patria dell'autore, che partirono i primi attacchi e le
prime accuse. La più inquietante: che si trattasse di propaganda finanziata dagli Stati Uni-
ti per convincere gli ultimi ebrei, sulla base degli orrori raccontati dal libro, a lasciare la
Polooia. Ci furono processi, trasmissioni tv che mettevano i superstiti dell'Olocausto a
confronto con le storie di Kosinski, incontri con falsi testimoni, accuse di aver rubato le
esperienze altrui. Una storia complicata e terribile che il lettore potrà leggere nell'introdu-
zione scritta da Kosinski stesso per il libro. Mentre Kosinski, intanto, insegnava (a Prince-
ton), scriveva, cercava di dipanare il gomitolo delle accuse.
Fu a seguire la pubblicazione nel 1970 di quel capolavoro dell'assurdo politico che è Oltre
il giardino, con l'invenzione di un grandioso personaggio come Chance il giardiniere, fu do-
po il successo del film che dal libro trasse Hal Ashby nel 1979 - con la sua feroce satira
del sistema democratico, la lucida previsione del potere dei media. il gioco di intelligenza
tra l'apparire e l'essere - che nel 1982 si scatenò nuovamente, attizzata dal Village Voice,
una campagna denigratoria che accusava Kosinski di plagio, di essersi inventato un pas-
sato inesistente, di essere un falsario che si faceva scrivere i libri da un ghostwriter, e
vendeva come proprie le esperienze altrui e come reali delle invenzioni.
Kosinski, al centro di questa tempesta mediatica di accuse, di denigrazioni, di insinuazioni,
difeso dal New York Times ma attaccato dai media polacchi e da molta stampa Usa, non
sentì la voglia o la forza degli argomenti per reagire. Scrisse e riscrisse per anni lo stesso
sfortunato romanzo, The Hermit. Ma la sua salute era seriamente minata. E il 3 maggio
1991, dopo che il libro fu finalmente pubblicato, si tolse la vita, ormai troppo difficile e cari-
ca di incertezze e di dubbi. Lasciando un biglietto che diceva: "Vado a dormire un pò più a
lungo del solito. Chiamatela pure eternità".
Lucianone
50 anni fa con "L'uccello dipinto" Jerzy Kosinski raccontava
l'odissea del 'bambino che volò via dall'inferno' nella Polonia
occupata dai nazisti..
(da 'la Repubblica' - 31 maggio 2015 - di Irene Bignardi)
Il bambino che volò via dall'inferno
Immaginate un mondo che assomigli agli inferni di Hieronymus Bosch per l'affollamento di
strane creature, animali, case, villaggi e per l'atmosfera punitiva da incubo medievale. Immaginatelo fuso con Chagall, con la magia di certe sue situazioni, la cultura ebraica, i personaggi che volano sui tetti assieme ai violini, la povertà poetica dei villaggi. E
immaginate infine su questo sfondo (la Polonia rurale durante la Seconda guerra mon-
diale, piena di crudeltà contadine e di pregiudizi, di generosità mascherate e di paure, di
nazisti e di poveracci perseguitati, di villaggi distrutti e di fame) un bambino "diverso",
l'io narrante di L'uccello dipinto, occhi scuri e pelle olivastra in un mondo di occhi chiari,
e la sua odissea attraverso un mondo pieno di brutalità, di avidità, di sessualità trucida e
crudele, dove i rapporti umani svariano dall'incesto allo stupro, e l'ospitalità dal ricatto al
puro sfruttamento.
LA STORIA/ Trama - Il bambino è stato messo dai genitori, costretti in quanto ebrei a
nascondersi dai nazisti, nelle mani di una vecchia signora, in un remoto villaggio, con la
speranza di ritrovarlo quando il peggio sarà passato. Ma il peggio è lì. Ebrei e zingari sono deportati, la sua protettrice muore, i contadini sono avidi e pronti a consegnarlo in ogni mo-
mento. Lo brutalizzano, lo cacciano letteralmente nella merda (dei maiali), lo costringono
a condividere esperienze terribili. Ma il ragazzino sopravvive, fino a ritrovare i genitori.
E l'uccello del titolo? E' l'uccello che un cacciatore cattura, dipinge con i più strani colori,
e spedisce a raggiungere uno stormo di suoi simili - che non lo riconosce, lo attacca, lo uc-
cide. Perchè è diverso come è diverso il nostro piccolo protagonista.
Quando uscì, nel 1965, L'uccello dipinto suscitò, nel mondo della Guerra fredda, reazioni
diverse ed estreme. Una parte dell'intellighenzia ebraica - Elie Wiesel Cynthia Ozick, tra
gli altri - magnificò Jerzy Kosinski, polacco di Lodz, ebreo, emigrato negli Stati Uniti nel
1957, come narratore di una delle più toccanti esperienze della condizione ebraica. Ma fu
dall'Est europeo, dalla stessa Polonia patria dell'autore, che partirono i primi attacchi e le
prime accuse. La più inquietante: che si trattasse di propaganda finanziata dagli Stati Uni-
ti per convincere gli ultimi ebrei, sulla base degli orrori raccontati dal libro, a lasciare la
Polooia. Ci furono processi, trasmissioni tv che mettevano i superstiti dell'Olocausto a
confronto con le storie di Kosinski, incontri con falsi testimoni, accuse di aver rubato le
esperienze altrui. Una storia complicata e terribile che il lettore potrà leggere nell'introdu-
zione scritta da Kosinski stesso per il libro. Mentre Kosinski, intanto, insegnava (a Prince-
ton), scriveva, cercava di dipanare il gomitolo delle accuse.
Fu a seguire la pubblicazione nel 1970 di quel capolavoro dell'assurdo politico che è Oltre
il giardino, con l'invenzione di un grandioso personaggio come Chance il giardiniere, fu do-
po il successo del film che dal libro trasse Hal Ashby nel 1979 - con la sua feroce satira
del sistema democratico, la lucida previsione del potere dei media. il gioco di intelligenza
tra l'apparire e l'essere - che nel 1982 si scatenò nuovamente, attizzata dal Village Voice,
una campagna denigratoria che accusava Kosinski di plagio, di essersi inventato un pas-
sato inesistente, di essere un falsario che si faceva scrivere i libri da un ghostwriter, e
vendeva come proprie le esperienze altrui e come reali delle invenzioni.
Kosinski, al centro di questa tempesta mediatica di accuse, di denigrazioni, di insinuazioni,
difeso dal New York Times ma attaccato dai media polacchi e da molta stampa Usa, non
sentì la voglia o la forza degli argomenti per reagire. Scrisse e riscrisse per anni lo stesso
sfortunato romanzo, The Hermit. Ma la sua salute era seriamente minata. E il 3 maggio
1991, dopo che il libro fu finalmente pubblicato, si tolse la vita, ormai troppo difficile e cari-
ca di incertezze e di dubbi. Lasciando un biglietto che diceva: "Vado a dormire un pò più a
lungo del solito. Chiamatela pure eternità".
Lucianone
CIBO / Expo 2015 - Appello di Slow Food per l'appuntamento Terra Madre Giovani
31 luglio '15 - venerdì 21st July / Friday
(da 'la Repubblica' - 8 luglio 2015)
Sono già 200 i posti messi a disposizione in una settimana dalle famiglie milanesi con
nomi eccellenti da Dario Fo a Adriano Celentano. Il capoluogo lombardo sta rispondendo
all'appello di Slow Food che è alla ricerca di sostegno logistico per l'appuntamento Terra
Madre Giovani - We feed the Planet, in programma a Milano dal 3 al 6 ottobre in occasio-
ne dell'Expo 2015. Il movimento fondato da Carlo Petrini ha chiesto alle famiglie di Mila-
no di ospitare un giovane contadino che parteciperà all'evento. Ci saranno anche pescatori, cuochi e casari under 40 provenienti da tutto il mondo, pronti a confrontarsi per individure
le soluzioni per nutrire al meglio il pianeta.
Slow Food ha anche lanciato una raccolta fondi per pagare i viaggi ai partecipanti.
Lucianone
(da 'la Repubblica' - 8 luglio 2015)
Sono già 200 i posti messi a disposizione in una settimana dalle famiglie milanesi con
nomi eccellenti da Dario Fo a Adriano Celentano. Il capoluogo lombardo sta rispondendo
all'appello di Slow Food che è alla ricerca di sostegno logistico per l'appuntamento Terra
Madre Giovani - We feed the Planet, in programma a Milano dal 3 al 6 ottobre in occasio-
ne dell'Expo 2015. Il movimento fondato da Carlo Petrini ha chiesto alle famiglie di Mila-
no di ospitare un giovane contadino che parteciperà all'evento. Ci saranno anche pescatori, cuochi e casari under 40 provenienti da tutto il mondo, pronti a confrontarsi per individure
le soluzioni per nutrire al meglio il pianeta.
Slow Food ha anche lanciato una raccolta fondi per pagare i viaggi ai partecipanti.
Lucianone
giovedì 30 luglio 2015
L'opinione del Giovedì - A ruota libera sulla Positività (2)
30 luglio '15 - giovedì 30th July / Thursday
Storie / cultura - Friuli Venezia Giulia: dove gli Italiani leggono di più
30 luglio '15 - giovedì 30th July / Thursday visione post - 10
La conferma che la regione veneto-friulana è quella dove si legge di più
viene dall'Istat: qui un abitante su due finisce almeno un volume all'anno
nell'Italia allergica agli scaffali. I motivi? Ferstival, librerie e "quella tra-
dizione del racconto orale". Così da Udine a Pordenone, la passione per
la lettura porta a Pertegada, dove i romanzi li trovi al mercato e in tutte
le classi (fin dalle elementari).
(da la Repubblica - 06 /07 /'15 - Tommaso Cerno / Udine)
Nel paese d'Italia dove si legge di più
C'è un nonno in Carnia, bianco di barba come nel romanzo di Heidi di Johanna Spyri,
abbarbicato tra le montagne del Friuli così vicino all'Austria che se tira un orecchio,
dice, "sento parlare tedesco". Ogni mese fa un regalo ai nipotini: un libro. Ha comin-
ciato già prima che sapessero leggere, perchè ci vivessero in mezzo, racconta nono
Giovanni, come si pronuncia quassù, "io che non ho potuto studiare e mi sono sentito
sempre un ignorante". Ora di piccoli eredi ne ha addirittura cinque, fa i conti, che mol-
tiplicato dodici mesi fa 60 libri all'anno, 700 e fischia dal primo nato, Antonio, fino al-
l'ultimo pochi giorni fa.
Strano nel Paese dove non legge nessuno. Strano che ci sia un paesino dove invece
leggono tutti. Eppure, nell'Italia dove sfoglaire un libro ormai è peggio che andare a
votare, dove le librerie si inventano happy hour e aperitivi con autore, sconti e tesse-
re premio, dove i festival letterari sono ormai più celebri per le polemiche che per i
libri che incoronano - ultimo caso lo Strega - la moda di leggere riparta dal Nordest,
da quel Friuli alla cui gente piace ripetere "fasin di bessoi", "facciamo da soli", labo-
riosi e autonomi, diversi dai vizi italici. - Ebbene un dato almeno corrisponde al detto:
non in fabbrica, ma proprio in librerie e biblioteche; basta scorrere i dati Istat di poche
settimane fa: il 53,6 per cento dei , che significa qualcosa più di 600 mila persone, com
pra, comincia e adirittura finisce almeno un libro all'anno. E si dirà che è poco. Ma ri-
spetto al resto d'Italia, che è da cappello con le orecchie d'asino, mezzo milione di per-
sone su poco più di un milione in tutto si dichiarano"lettori più o meno abituali". Letto-
ri voraci, visto che la statistica mostra come da queste parti 38 su cento, già a partire
dalla prima elementare, abbiano in casa una biblioteca personale. E nemmeno piccola.
Continua... to be continued...
La conferma che la regione veneto-friulana è quella dove si legge di più
viene dall'Istat: qui un abitante su due finisce almeno un volume all'anno
nell'Italia allergica agli scaffali. I motivi? Ferstival, librerie e "quella tra-
dizione del racconto orale". Così da Udine a Pordenone, la passione per
la lettura porta a Pertegada, dove i romanzi li trovi al mercato e in tutte
le classi (fin dalle elementari).
(da la Repubblica - 06 /07 /'15 - Tommaso Cerno / Udine)
Nel paese d'Italia dove si legge di più
C'è un nonno in Carnia, bianco di barba come nel romanzo di Heidi di Johanna Spyri,
abbarbicato tra le montagne del Friuli così vicino all'Austria che se tira un orecchio,
dice, "sento parlare tedesco". Ogni mese fa un regalo ai nipotini: un libro. Ha comin-
ciato già prima che sapessero leggere, perchè ci vivessero in mezzo, racconta nono
Giovanni, come si pronuncia quassù, "io che non ho potuto studiare e mi sono sentito
sempre un ignorante". Ora di piccoli eredi ne ha addirittura cinque, fa i conti, che mol-
tiplicato dodici mesi fa 60 libri all'anno, 700 e fischia dal primo nato, Antonio, fino al-
l'ultimo pochi giorni fa.
Strano nel Paese dove non legge nessuno. Strano che ci sia un paesino dove invece
leggono tutti. Eppure, nell'Italia dove sfoglaire un libro ormai è peggio che andare a
votare, dove le librerie si inventano happy hour e aperitivi con autore, sconti e tesse-
re premio, dove i festival letterari sono ormai più celebri per le polemiche che per i
libri che incoronano - ultimo caso lo Strega - la moda di leggere riparta dal Nordest,
da quel Friuli alla cui gente piace ripetere "fasin di bessoi", "facciamo da soli", labo-
riosi e autonomi, diversi dai vizi italici. - Ebbene un dato almeno corrisponde al detto:
non in fabbrica, ma proprio in librerie e biblioteche; basta scorrere i dati Istat di poche
settimane fa: il 53,6 per cento dei , che significa qualcosa più di 600 mila persone, com
pra, comincia e adirittura finisce almeno un libro all'anno. E si dirà che è poco. Ma ri-
spetto al resto d'Italia, che è da cappello con le orecchie d'asino, mezzo milione di per-
sone su poco più di un milione in tutto si dichiarano"lettori più o meno abituali". Letto-
ri voraci, visto che la statistica mostra come da queste parti 38 su cento, già a partire
dalla prima elementare, abbiano in casa una biblioteca personale. E nemmeno piccola.
Continua... to be continued...
mercoledì 29 luglio 2015
IDEE / riflessioni - La crisi greca: salvarsi con lo spirito del Dopoguerra?
29 luglio '15 - mercoledì 29th July / Wednesday visione post - 56
L'emergenza ellenica riguarda tutta l'economia, dai
dati "macro" alle singole imprese. Ma l'ipocrisia
tedesca e il rigore "copia e incolla" non servono:
bisogna agire come con la Germania post-1945.
(da 'la Repubblica' - 13 luglio '15 - Le idee / L'analisi - Mariana Mazzucato)
Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna
Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro
attenzione sugli aggregati, come l'inflazione, l'occupazione e la crescita del Pil. I secondi si
occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavorato-
re o di un'impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e
un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore "copia incolla" proposte dai creditori
non hanno affrontato l'enormità di nessuno di questi due problemi.
Alla fine degli anni Novanta la germania aveva un problema di domanda aggregata (un con-
cetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il
costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c'era più abbastanza domanda in Ger-
mania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda
all'esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all'estero, a banche stra-
niere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestava-
no a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incremen-
tando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l'indebita-
mento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa
fetta del debito greco (21 miliardi di euro).- Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamen-
to non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microecono-
mico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategi-
ci nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanzia-
ria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.
Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un de-
bito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipolo-
gie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente
all'inefficienza del settore pubblico e a "rigidità" di vario genere. La causa principale è
stata l'inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttan-
do i "fondi strutturali" dell'Unione Europea per compensare la propria carenza di investi-
menti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per
dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale,
a causa del calo dei redditi e dell'occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Gre-
cia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le
ragioni che abbiamo detto. - La reazione della Troika è stata di imporre misure di rigore,
che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per
cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportu-
nità per generazioni di giovani greci. Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata
sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lot-
ta contro l'evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonchè il contrabbando
di carburante e tabacco. Ha accettao di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la
spesa e di alzare l'età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma
certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perchè molte riforme avevano già
preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ri-
dotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pa-
gamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli ob-
biettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.
L'austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di re-
cessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo
Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la
Troika ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio
di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accre-
scere la competitività attraverso una strategia di investimenti.
La crisi economica (poi) ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente
incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto precentuale
in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli
uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si
sono uccisi "unicamente per il rigore di bilancio" 551 uomini. Syriza ha reagito pro-
mettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l'alloggio
ed elettricità gratuita per 80 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milio-
ni di euro per fornire sussidi alimentari.
La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di au-
sterità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconosci-
mento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è
storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai
giornali. - L'indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente
un atto di ipocrisia, sew si considera che al termine della guerra (Seconda guerra mon-
diale) la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda for-
ma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche
sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i
ministri dell'economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta
a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali
messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan
Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi),
la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135
miliardi). Probabilmente l'impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal
fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo
grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev'essere
ristrutturato
Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli
altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la
spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici
alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinami-
ca come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la
competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicat ap-
palti all'estero perchè paga poco i suoi lavoratori, ma perchè è una delle aziende
più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto
microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione mo-
netaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.
Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall'Eurogruppo per
mettere "in riga" la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza
di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti
in aree capaci di accrescere la produttività e l'innovazione (problema microecono-
mico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi pre-
statori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare
questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germa-
nia si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che
consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di
raggiungere una competitività reale. Il fatto che l'Eurogruppo non comprenda tut-
to questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza
economica (chi comprerà le merci tedesche se l'austerità soffoca la domanda negli
altri paesi?).
Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in
grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che suvveda adesso,
dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.
Lucianone
L'emergenza ellenica riguarda tutta l'economia, dai
dati "macro" alle singole imprese. Ma l'ipocrisia
tedesca e il rigore "copia e incolla" non servono:
bisogna agire come con la Germania post-1945.
(da 'la Repubblica' - 13 luglio '15 - Le idee / L'analisi - Mariana Mazzucato)
Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna
Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro
attenzione sugli aggregati, come l'inflazione, l'occupazione e la crescita del Pil. I secondi si
occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavorato-
re o di un'impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e
un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore "copia incolla" proposte dai creditori
non hanno affrontato l'enormità di nessuno di questi due problemi.
Alla fine degli anni Novanta la germania aveva un problema di domanda aggregata (un con-
cetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il
costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c'era più abbastanza domanda in Ger-
mania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda
all'esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all'estero, a banche stra-
niere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestava-
no a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incremen-
tando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l'indebita-
mento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa
fetta del debito greco (21 miliardi di euro).- Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamen-
to non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microecono-
mico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategi-
ci nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanzia-
ria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.
Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un de-
bito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipolo-
gie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente
all'inefficienza del settore pubblico e a "rigidità" di vario genere. La causa principale è
stata l'inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttan-
do i "fondi strutturali" dell'Unione Europea per compensare la propria carenza di investi-
menti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per
dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale,
a causa del calo dei redditi e dell'occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Gre-
cia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le
ragioni che abbiamo detto. - La reazione della Troika è stata di imporre misure di rigore,
che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per
cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportu-
nità per generazioni di giovani greci. Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata
sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lot-
ta contro l'evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonchè il contrabbando
di carburante e tabacco. Ha accettao di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la
spesa e di alzare l'età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma
certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perchè molte riforme avevano già
preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ri-
dotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pa-
gamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli ob-
biettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.
L'austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di re-
cessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo
Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la
Troika ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio
di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accre-
scere la competitività attraverso una strategia di investimenti.
La crisi economica (poi) ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente
incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto precentuale
in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli
uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si
sono uccisi "unicamente per il rigore di bilancio" 551 uomini. Syriza ha reagito pro-
mettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l'alloggio
ed elettricità gratuita per 80 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milio-
ni di euro per fornire sussidi alimentari.
La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di au-
sterità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconosci-
mento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è
storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai
giornali. - L'indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente
un atto di ipocrisia, sew si considera che al termine della guerra (Seconda guerra mon-
diale) la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda for-
ma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche
sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i
ministri dell'economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta
a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali
messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan
Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi),
la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135
miliardi). Probabilmente l'impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal
fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo
grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev'essere
ristrutturato
Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli
altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la
spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici
alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinami-
ca come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la
competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicat ap-
palti all'estero perchè paga poco i suoi lavoratori, ma perchè è una delle aziende
più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto
microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione mo-
netaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.
Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall'Eurogruppo per
mettere "in riga" la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza
di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti
in aree capaci di accrescere la produttività e l'innovazione (problema microecono-
mico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi pre-
statori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare
questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germa-
nia si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che
consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di
raggiungere una competitività reale. Il fatto che l'Eurogruppo non comprenda tut-
to questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza
economica (chi comprerà le merci tedesche se l'austerità soffoca la domanda negli
altri paesi?).
Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in
grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che suvveda adesso,
dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.
Lucianone
Società - Italia / cronaca - La sentenza di razzismo per Extrabanca
29 luglio'15 - mercoledì 29th July / Wednesday visione post - 20
Quella banca dei migranti che subisce una
sentenza di razzismo e imbarazza non poco
L'ex vicepresidente di Extrabanca, di origine camerunense,
fa condannare la stessa banca. Motivo: clienti italiani favoriti
e dipendenti discriminati.
(da 'la Repubblica' - 06 /06 /'15 - di Diego Longhin / Milano)
La prima banca italiana nata nel 2010 con l'obiettivo di dare credito ai cittadini stranieri,
Extrabanca, dovrà risarcire il suo ex vicepresidente, otto Bitjoka, per averlo defenestrato
nel 2011 dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione dell'istituto. Una decisione dettata
da motivi razziali per la seconda sezione civile della Corte di Appello del tribunale di Mila-
no. La sentenza è del 23 giugno '15 e condanna Extrabanca a risarcire Bitjoka con un in-
dennizzo di 80 mila euro, tutto compreso, per il danno subito, non solo a livello professio-
nale. - Bitjoka, imprenditore italiano di origine camerunense, attivo sul fronte sociale
e promotore della nascita di Extrabanca, di cui era vicepresidente, nel 2011 era stato l'u-
nico nel consiglio di amministrazione a denunciare il comportamento discriminatorio nei
confronti di un dipendente di origine senegalese, Cheik Tidiane Gaye. Il lavoratore de-
nunciò il fatto che i dirigenti dell'istituto lo volevano dissuadere dal candidarsi alle ele-
zioni comunali del 2011 con Pisapia a causa del suo colore della pelle e della sua razza,
accomunandolo agli zingari. E poi l'invito a non pretendere di fare carriera, di diventa-
re dirigente perchè immigrato. Tutti fatti accertati da una sentenza del marzo del 2012
del tribunale del Lavoro di Milano che ha riconosciuto a Gaye di aver subito "molestie
razziali". Bitjoka era stato l'unico tra il management a denunciare la cosa e a puntare
il dito anche sui differenti tassi di credito tra i clienti stranieri e quelli italiani, più favo-
revoli agli ultimi. Un atteggiamento paradossale in una banca, fondata e presieduta da
Andrea Orlandini, nata con lo scopo di favorire mutui e prestiti ai cittadini di origine
straniera. Quando Bitjoka, anche lui di colore, pone la questione, inviando pure un'in-
formativa ai soci, si ritrova contro tutto il consiglio di amministrazione che nel giro di
poche sedute vota una risoluzione per esautorarlo dal ruolo di vicepresidente.
Il giudice Angelo Sbordone della Corte d'appello del Tribunale civile di Milano ha ri-
baltato la sentenza di primo grado e riconosciuto le ragioni di Bitjoka disponendo "un
risarcimento del danno non patrimoniale connesso alla lesione dell'interesse a non su-
bire discriminazioni per ragioni di eazza o di origine etnica che affonda le radici morali
e culturali, prima ancora che giuridiche, nelle norme fondamentali, articolo 2 e 3 della
nostra Costituzione". Il giudice ravvede nella scelta di revocare l'incarico una discrimi-
nazione per motivi razziali. Oltre al risarcimento, Extrabanca, che ha filiali a Milano,
Roma, Brescia e Prato, dovrà pubblicare in sintesi la sentenza sui maggiori quotidiani
nazionali e integralmente sul suo sito internet per un anno. Per lo stesso giudice la pub-
blicità di questa sentenza "deve costituire un'efficace remora contro future discrimina-
zioni". Soddisfatto Bitjoka, assistito dall'avvocato Fabrio Strazzeri: "Con questa sen-
tenza si fa giustizia. Dopo la revoca dell'incarico mi sono dimesso dal cda perchè rite-
nevo che l'istituto tradisse i principi sui quali era stata fondata". E aggiunge: "Nono-
stante le carte etiche e i valori che venivano propinati, il sostegno ai clienti stranieri
era solo una copertura per prendere una fetta di mercato". Nel processo di appello
si è accertato "che il credito concesso agli italiani era mediamente il doppio di quello
dato agli stranieri". Il tasso sui mutui per gli immigrati era vantaggioso, sui prestiti
personali era superiore del 2,8 per cento a quello praticato agli italiani.
Lucianone
Quella banca dei migranti che subisce una
sentenza di razzismo e imbarazza non poco
L'ex vicepresidente di Extrabanca, di origine camerunense,
fa condannare la stessa banca. Motivo: clienti italiani favoriti
e dipendenti discriminati.
(da 'la Repubblica' - 06 /06 /'15 - di Diego Longhin / Milano)
La prima banca italiana nata nel 2010 con l'obiettivo di dare credito ai cittadini stranieri,
Extrabanca, dovrà risarcire il suo ex vicepresidente, otto Bitjoka, per averlo defenestrato
nel 2011 dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione dell'istituto. Una decisione dettata
da motivi razziali per la seconda sezione civile della Corte di Appello del tribunale di Mila-
no. La sentenza è del 23 giugno '15 e condanna Extrabanca a risarcire Bitjoka con un in-
dennizzo di 80 mila euro, tutto compreso, per il danno subito, non solo a livello professio-
nale. - Bitjoka, imprenditore italiano di origine camerunense, attivo sul fronte sociale
e promotore della nascita di Extrabanca, di cui era vicepresidente, nel 2011 era stato l'u-
nico nel consiglio di amministrazione a denunciare il comportamento discriminatorio nei
confronti di un dipendente di origine senegalese, Cheik Tidiane Gaye. Il lavoratore de-
nunciò il fatto che i dirigenti dell'istituto lo volevano dissuadere dal candidarsi alle ele-
zioni comunali del 2011 con Pisapia a causa del suo colore della pelle e della sua razza,
accomunandolo agli zingari. E poi l'invito a non pretendere di fare carriera, di diventa-
re dirigente perchè immigrato. Tutti fatti accertati da una sentenza del marzo del 2012
del tribunale del Lavoro di Milano che ha riconosciuto a Gaye di aver subito "molestie
razziali". Bitjoka era stato l'unico tra il management a denunciare la cosa e a puntare
il dito anche sui differenti tassi di credito tra i clienti stranieri e quelli italiani, più favo-
revoli agli ultimi. Un atteggiamento paradossale in una banca, fondata e presieduta da
Andrea Orlandini, nata con lo scopo di favorire mutui e prestiti ai cittadini di origine
straniera. Quando Bitjoka, anche lui di colore, pone la questione, inviando pure un'in-
formativa ai soci, si ritrova contro tutto il consiglio di amministrazione che nel giro di
poche sedute vota una risoluzione per esautorarlo dal ruolo di vicepresidente.
Il giudice Angelo Sbordone della Corte d'appello del Tribunale civile di Milano ha ri-
baltato la sentenza di primo grado e riconosciuto le ragioni di Bitjoka disponendo "un
risarcimento del danno non patrimoniale connesso alla lesione dell'interesse a non su-
bire discriminazioni per ragioni di eazza o di origine etnica che affonda le radici morali
e culturali, prima ancora che giuridiche, nelle norme fondamentali, articolo 2 e 3 della
nostra Costituzione". Il giudice ravvede nella scelta di revocare l'incarico una discrimi-
nazione per motivi razziali. Oltre al risarcimento, Extrabanca, che ha filiali a Milano,
Roma, Brescia e Prato, dovrà pubblicare in sintesi la sentenza sui maggiori quotidiani
nazionali e integralmente sul suo sito internet per un anno. Per lo stesso giudice la pub-
blicità di questa sentenza "deve costituire un'efficace remora contro future discrimina-
zioni". Soddisfatto Bitjoka, assistito dall'avvocato Fabrio Strazzeri: "Con questa sen-
tenza si fa giustizia. Dopo la revoca dell'incarico mi sono dimesso dal cda perchè rite-
nevo che l'istituto tradisse i principi sui quali era stata fondata". E aggiunge: "Nono-
stante le carte etiche e i valori che venivano propinati, il sostegno ai clienti stranieri
era solo una copertura per prendere una fetta di mercato". Nel processo di appello
si è accertato "che il credito concesso agli italiani era mediamente il doppio di quello
dato agli stranieri". Il tasso sui mutui per gli immigrati era vantaggioso, sui prestiti
personali era superiore del 2,8 per cento a quello praticato agli italiani.
Lucianone
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