10 luglio '19 - mercoledì 10th July / Wednesday visione pubblico . 6
(da la Repubblica - 25 giugno '19 - L'Amaca / Michele Serra)
Una missione disperata
Si devono fare auguri non formali, seppure vani, ai due nuovi coordinatori di Forza Italia,
Crfagna e Toti. Ricevono, buoni ultimi, un incarico al tempo stesso stravagante e dispera-
to: provare a mettere in piedi m, qui in Italia, un partito di destra liberale e moderato, ma-
gari perfino europeista. Chiunque ci abbia provato prima di loro ha abbandonato la poli-
tica e nel migliore di casi dirige una newsletter dal nome nobile, tipo "L'altra Italia" con
poche decine di abbonati, tutti di pessimo umore. Ancora fa testo, nella storia semiclan-
destina del liberalismo italiano, un 3,5 per cento strappato dal Pli di Malagodi negli an-
ni Sessanta. Per Malagodi votavano, in genere, solamente Malagodi e mio padre.
Esiste una sorta di incompatibilità congenita, nel nostro Paese, tra la parola "destra" e
la parola "liberale". - Il vero buco nero della nostra storia politica è avere avuto una
destra terrificante: demagogica, aggressiva, incolta, sovente fascistoide. A differenza
della sinistra, che pur essendo sgangherata nella nedia europea passa la totalità del suo
tyempo a lagnarsi di se stessa, la destra italiana, che è di parecchie spanne sotto la me-
dia mondiale, si piace da matti: autocoscienza, zero. I suoi tremendi giornali, con rare
e commoventi eccezioni, non conoscono altro argomento che non sghignazzare sulle
femministe,e i gay, mazzolare la sinistra e i radical chic, ultimamente anche la finan-
za ebraica e massonica. Mai mezza parola di dubbio su se stessi. E siccome la sini
stra, in Italia, parla male della sinistra, e la destra parla male della sinistra, il risulta-
to è che della destra nessuno parla mai. Non se ne sa quasi nulla, se non che è al go-
verno, quasi ininterrottamente dagli anni Settanta. Dell'Ottocento.
Lucianone
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mercoledì 10 luglio 2019
Appuntamenti - Estate 2019
10 luglio '19 - mercoledì 10th July 7 Wednesday visione post - 4
Mostre
Panzano Arte
Fino al 18 settembre
25 sculture dell'artista francese Nathalie Decoster si snodano lungo il percorso
tra Firenze e Siena. Tali opere di arte contemporanea vengono esposte dal piccolo
borgo di Panzano, frazione di Greve, in Toscana.
Antologica di Ugo Nespolo
Milano - Palazzo Reale, Piazza Duomo 12
Fino al 15 settembre
Un'ampia antologica con 200 opere, ricostruisce il percorso di Ugo Nespolo (1941).
Artista poliedrico, con un itinerario internazionale tra Parigi e New York, , Nespolo
ha sperimentato diversi linguaggi espressivi, applicando la sua concezione estetica
alla pratica artistica.
Sperimentazioni
LA RICERCA DI REMO BIANCO
Milano - Museo del Novecento. Piazza Duomo 8
Fino al 5 ottobre
Lucianone
Mostre
Panzano Arte
Fino al 18 settembre
25 sculture dell'artista francese Nathalie Decoster si snodano lungo il percorso
tra Firenze e Siena. Tali opere di arte contemporanea vengono esposte dal piccolo
borgo di Panzano, frazione di Greve, in Toscana.
Antologica di Ugo Nespolo
Milano - Palazzo Reale, Piazza Duomo 12
Fino al 15 settembre
Un'ampia antologica con 200 opere, ricostruisce il percorso di Ugo Nespolo (1941).
Artista poliedrico, con un itinerario internazionale tra Parigi e New York, , Nespolo
ha sperimentato diversi linguaggi espressivi, applicando la sua concezione estetica
alla pratica artistica.
Sperimentazioni
LA RICERCA DI REMO BIANCO
Milano - Museo del Novecento. Piazza Duomo 8
Fino al 5 ottobre
Lucianone
venerdì 7 giugno 2019
Società - Brasile / intervista - La filosofa in esilio Marcia Tiburi
7 giugno '19 - venerdì 7th June / Friday visione post - 7
(da il manifesto - 4 giugno '19 - di Claudia Fanti)
Marcia Tiburi, Bolsonaro e il "fascismo tropicale"
Fuori dal Brasile, nessuno si capacita di copsa sia successo al paese. "Come ha potuto
conquistare il potere uno come Bolsonaro?", si sente spesso chiedere la filosofa e scrit-
trice Marcia Tiburi. - Per lei che ha dovuto lasciare il Brasile n seguito alle tante mi-
nacce di morte ricevute, la vittoria di Bolsonaro non è stata però un fulmine a ciel se-
reno. Sui segnali evidenti di un'ascesa del fgascismo nel paese, infatti, aveva già mes-
so in guardia, prima ancora del golpe contro la presidente Dilma Rousseff, nel suo li-
bro del 2015 Come conversare con un fascista. E ora che quei timori sono diventati
realtà, le abbiamo chiesto cosa sia lecito aspettarsi nell'immediato futuro.
- Di fronte alle difficoltà mostrate dal governo, capita spesso di sentir parlare di una
possibile caduta di Bolsonaro. Cosa ne pensi?
Marcia Tiburi - Dipenderà dalle élite brasiliane. Ma in ogni caso non credo che cadrà prima
che venga approvata la riforma della previdenza. Al momento Bolsonaro svolge un ruolo di
fondamentale importanza: quello di alimentare un clima perverso di confusione mentale ri-
spetto a ciò che si sta producendo in termini istituzionali, a partire proprio dalla riforma
della previdenza. Il suo intento è mantenere la popolazione in uno stato di annebbiamento,
tenendola occupata sulle reti sociali con le sue assurdità e la sua violenza verbale e così di-
straendola dalla realtà. Bolsonaro è il dispositivo che fornisce il carburante a quell'ecosi-
stema fascista che si vive oggi in Brasile, caratterizzato da un discorso vuoto di riflessione,
ma pieno di pregiudizio e di odio.
Non sorprende allora che, nel momento in cui i militari sparano 80 proiettili contro un'au-
to con a bordo una famiglia, Bolsonaro commenti: "L'esercito non ha ucciso nessuno".
Chiunque può essere ucciso in qualsiasi momento senza che esista un mandante per tale
crimine.
- Se il governo cadesse, torneresti in Brasile?
Marcia Tiburi - Mi piacerebbe tornare in Brasile per aiutare a ricostruire il, paese. Un
compito che si stava cercando di portare avanti anche prima, sotto i governi del Pt, a cui
mi sono affiliata proprio per collaborare a questo progetto. La mia storia è una specie di
metonimia di ciò che avviene in Brasile oggi. Io formalmente non sono una persona esilia-
ta. Piuttosto, sono una persona bandita, vittima di una caccia alle streghe, perseguitata e
più volte minacciata di morte: non solo dalle milizie, ma da quei gruppi che svolgono il
ruolo di milizie mediatiche, che magari non pensano di ucciderti per strada come hanno
fatto con Marielle Franco, ma tentano di distruggerti a partire da quel principio di guer-
ra ibrida che è il principio di disinformazione. Non sono certo l'unica ad aver sofferto
questa messa al ban5do informale: è il caso del deputato jean Wyllys, dell'antropologa De-
bora Diniz, , ma anche di tutti quei docenti, artisti e attivisti che vivono sulla loro pelle lo
stesso processo di demonizzazione. Una condizione di messa al bando informale che è uno
dei tratti principali della dittatura informale che viviamo oggi.
- Come ci si è arrivati?
Nel mio libro del 2015 partendo da fatti, esperienze, pratiche sociali, mostravo, a livello
quotidianità, la crescita del fascismo e dell'autoritarismo. Non di un fascismo di Stato,
ma del fascismo che si è introdotto nei cuori e nelle menti dei brasiliani. All'epoca fui
molto criticata. Molti, incluso il mio editore, pensavano che esagerassi. oggi tutti in Bra-
sile parlano di fascismo. A me è rimasto da allora qualcosa che si chiama complesso di
Cassandra. Un complesso molto comune tra le donne intellettuali, che parlamo spto esso
come veggenti ma che nessuno è disposto ad ascoltare.
- Come si configura questo fascismo in Brasile?
In primo luogo, ma questo vale per tutto il fascisma contemporaneo, le reti sociali, o reti
anti-sociali, gli hanno permesso di diventare più veloce, di diffondersi più facilmente, di
agire nella soggettività in una maniera più rapida. In particolare, il fascismo alla brasi-
liana, o gfascismo tropicale, deriva dalla capitalizzazione del ridicolo, inteso come un mo-
dello di comportamento e di linguaggio contrapposto all'estetica del politicamente corret-
to e destinato a perpetuare la subalternità delle categorie più deboli. Un aspetto che ana-
lizzo nel mio libro Ridicolo politico, dedicato alla mutazione nella cultura politica che si è
registrata con figure come Berlusconi, Trump, Bolsonaro ha vinto intrattenendo la popo-
lazione come un pagliaccio con le sue battute politicamente scorrette. E benchè molti nep-
pure credessero a ciò che diceva, lo hanno comunque votato. In tal senso il fascismo tropi-
cale comincia come un fascismo festoso, un fascismo come fanfara, l'espressione di un'al-
legria legata a un vuoto di pensiero, di emozioni e di azioni.
- Un vuoto di pensiero a cui è evidentemente funzionale l'offensiva contro le università
del paese...
Sì, è una guerra contro l'università pubblica ma anche contro l'insegnamento medio e
contro l'educazione in quanto tale. Una guerra contro gli intellettuali, i professori, gli
scrittori. Contro la filosofia, la sociologia e l'idea stessa di un pensiero critico.
Lucianone
(da il manifesto - 4 giugno '19 - di Claudia Fanti)
Marcia Tiburi, Bolsonaro e il "fascismo tropicale"
Fuori dal Brasile, nessuno si capacita di copsa sia successo al paese. "Come ha potuto
conquistare il potere uno come Bolsonaro?", si sente spesso chiedere la filosofa e scrit-
trice Marcia Tiburi. - Per lei che ha dovuto lasciare il Brasile n seguito alle tante mi-
nacce di morte ricevute, la vittoria di Bolsonaro non è stata però un fulmine a ciel se-
reno. Sui segnali evidenti di un'ascesa del fgascismo nel paese, infatti, aveva già mes-
so in guardia, prima ancora del golpe contro la presidente Dilma Rousseff, nel suo li-
bro del 2015 Come conversare con un fascista. E ora che quei timori sono diventati
realtà, le abbiamo chiesto cosa sia lecito aspettarsi nell'immediato futuro.
- Di fronte alle difficoltà mostrate dal governo, capita spesso di sentir parlare di una
possibile caduta di Bolsonaro. Cosa ne pensi?
Marcia Tiburi - Dipenderà dalle élite brasiliane. Ma in ogni caso non credo che cadrà prima
che venga approvata la riforma della previdenza. Al momento Bolsonaro svolge un ruolo di
fondamentale importanza: quello di alimentare un clima perverso di confusione mentale ri-
spetto a ciò che si sta producendo in termini istituzionali, a partire proprio dalla riforma
della previdenza. Il suo intento è mantenere la popolazione in uno stato di annebbiamento,
tenendola occupata sulle reti sociali con le sue assurdità e la sua violenza verbale e così di-
straendola dalla realtà. Bolsonaro è il dispositivo che fornisce il carburante a quell'ecosi-
stema fascista che si vive oggi in Brasile, caratterizzato da un discorso vuoto di riflessione,
ma pieno di pregiudizio e di odio.
Non sorprende allora che, nel momento in cui i militari sparano 80 proiettili contro un'au-
to con a bordo una famiglia, Bolsonaro commenti: "L'esercito non ha ucciso nessuno".
Chiunque può essere ucciso in qualsiasi momento senza che esista un mandante per tale
crimine.
- Se il governo cadesse, torneresti in Brasile?
Marcia Tiburi - Mi piacerebbe tornare in Brasile per aiutare a ricostruire il, paese. Un
compito che si stava cercando di portare avanti anche prima, sotto i governi del Pt, a cui
mi sono affiliata proprio per collaborare a questo progetto. La mia storia è una specie di
metonimia di ciò che avviene in Brasile oggi. Io formalmente non sono una persona esilia-
ta. Piuttosto, sono una persona bandita, vittima di una caccia alle streghe, perseguitata e
più volte minacciata di morte: non solo dalle milizie, ma da quei gruppi che svolgono il
ruolo di milizie mediatiche, che magari non pensano di ucciderti per strada come hanno
fatto con Marielle Franco, ma tentano di distruggerti a partire da quel principio di guer-
ra ibrida che è il principio di disinformazione. Non sono certo l'unica ad aver sofferto
questa messa al ban5do informale: è il caso del deputato jean Wyllys, dell'antropologa De-
bora Diniz, , ma anche di tutti quei docenti, artisti e attivisti che vivono sulla loro pelle lo
stesso processo di demonizzazione. Una condizione di messa al bando informale che è uno
dei tratti principali della dittatura informale che viviamo oggi.
- Come ci si è arrivati?
Nel mio libro del 2015 partendo da fatti, esperienze, pratiche sociali, mostravo, a livello
quotidianità, la crescita del fascismo e dell'autoritarismo. Non di un fascismo di Stato,
ma del fascismo che si è introdotto nei cuori e nelle menti dei brasiliani. All'epoca fui
molto criticata. Molti, incluso il mio editore, pensavano che esagerassi. oggi tutti in Bra-
sile parlano di fascismo. A me è rimasto da allora qualcosa che si chiama complesso di
Cassandra. Un complesso molto comune tra le donne intellettuali, che parlamo spto esso
come veggenti ma che nessuno è disposto ad ascoltare.
- Come si configura questo fascismo in Brasile?
In primo luogo, ma questo vale per tutto il fascisma contemporaneo, le reti sociali, o reti
anti-sociali, gli hanno permesso di diventare più veloce, di diffondersi più facilmente, di
agire nella soggettività in una maniera più rapida. In particolare, il fascismo alla brasi-
liana, o gfascismo tropicale, deriva dalla capitalizzazione del ridicolo, inteso come un mo-
dello di comportamento e di linguaggio contrapposto all'estetica del politicamente corret-
to e destinato a perpetuare la subalternità delle categorie più deboli. Un aspetto che ana-
lizzo nel mio libro Ridicolo politico, dedicato alla mutazione nella cultura politica che si è
registrata con figure come Berlusconi, Trump, Bolsonaro ha vinto intrattenendo la popo-
lazione come un pagliaccio con le sue battute politicamente scorrette. E benchè molti nep-
pure credessero a ciò che diceva, lo hanno comunque votato. In tal senso il fascismo tropi-
cale comincia come un fascismo festoso, un fascismo come fanfara, l'espressione di un'al-
legria legata a un vuoto di pensiero, di emozioni e di azioni.
- Un vuoto di pensiero a cui è evidentemente funzionale l'offensiva contro le università
del paese...
Sì, è una guerra contro l'università pubblica ma anche contro l'insegnamento medio e
contro l'educazione in quanto tale. Una guerra contro gli intellettuali, i professori, gli
scrittori. Contro la filosofia, la sociologia e l'idea stessa di un pensiero critico.
Lucianone
mercoledì 5 giugno 2019
Storie / personaggio - Il villaggio dipinto di Huang Yung-fu
5 giugno '19 - mercoledì 5th June / Wednesday visione èpost - 6
(da Corriere della Sera - 4 giugno '19 - buonenotizie / Lieto Fine - Sara Gandolfi)
Il nonno del villaggio dipinto
Viveva lì da una vita e non aveva alcuna voglia di sloggiare, con le sue poche e povere cose,
per lasciare spazio alle ruspe che avrebbero spianato il villaggio per far posto a moderni pa-
lazzi residenziali. E così Huang Yung-fu ha preso quasi per gioco in mano un pennello e ha
iniziato a dipingere uccelli, animali e persone sui muri delle case. Il suo stile colorato e naif
non è passato inosservato. Il pittore-ribelle oggi ha novantatrè anni e il suo paese a Taiwan,
ribattezzato "The Rainbow Village", è diventato la principale attrazione turistica del distretto
di Nantun nella città di Taichung. Un successo improvviso che ha trasformato il vecchietto,
un ex soldato cinese originario del Guangdong, in una star locale.
Primogenito di quattro fratelli e due sorelle, Huang Yung-fu nel 1946 si unì all'esercito na-
zionale del Kuomintang per combattere le truppe comuniste nella Cina continentale duran-
te la guerra civile. Tre anni dopo, come molti altri commilitoni sconfitti, fuggì a Taiwan. Ai
soldati furono dati alloggi temporanei in centinaia di villaggi militari dedicati, sparsi per
tutta l'isola. Alcuni insediamenti diventarono permanenti e i veterani furono lasciati lì a
viverci con le loro famiglie. E' stata anche la sorte del villaggio di Huang Yung-fu , che nel
peripodo di suo massimo splendore ospitava oltre 1200 persone. Con il passare del tempo,
però, le case diventarono sempre più fatiscenti. molti abitanti se ne andarono, aderendo ai
piani di ricollocazione del governo, e, alla fine, Huang Yung-fu si ritrovò a vivere da solo,
in un villaggio con appena undici case rimaste in piedi. Il nonno pensionato rifiutò ripetu-
tamente il trasferimento altrove, sfidando il governo che voleva "riqualificare" l'area. Poi,
un pò per noia un pò per contrastare l'avanzata delle ruspe che avevano nel frattempo cam-
biato l'architettura circostante, iniziò a dipingere un uccello nella sua casa.
Sono stati gli studenti dell'università locale a scoprire le suo talento. E' nata così una cam-
pagna mediatica e sul social per salvare il "Rainbow Village", che oggi attira frotte di gio-
vani visitatori proprio grazie alla fama ottenuta via internet.
Le autorità taiwanesi alla fine hanno convenuto che l'area è ormai diventata un'attrazione
da preservare e valorizzare. Nel frattempo Huang non ha mai smesso di dipingere. E spesso - racconta - si sveglia all'alba per aggiungere dettagli ai suoi murales, prima che arrivino i tu-
risti.
Lucianone
(da Corriere della Sera - 4 giugno '19 - buonenotizie / Lieto Fine - Sara Gandolfi)
Il nonno del villaggio dipinto
Viveva lì da una vita e non aveva alcuna voglia di sloggiare, con le sue poche e povere cose,
per lasciare spazio alle ruspe che avrebbero spianato il villaggio per far posto a moderni pa-
lazzi residenziali. E così Huang Yung-fu ha preso quasi per gioco in mano un pennello e ha
iniziato a dipingere uccelli, animali e persone sui muri delle case. Il suo stile colorato e naif
non è passato inosservato. Il pittore-ribelle oggi ha novantatrè anni e il suo paese a Taiwan,
ribattezzato "The Rainbow Village", è diventato la principale attrazione turistica del distretto
di Nantun nella città di Taichung. Un successo improvviso che ha trasformato il vecchietto,
un ex soldato cinese originario del Guangdong, in una star locale.
Primogenito di quattro fratelli e due sorelle, Huang Yung-fu nel 1946 si unì all'esercito na-
zionale del Kuomintang per combattere le truppe comuniste nella Cina continentale duran-
te la guerra civile. Tre anni dopo, come molti altri commilitoni sconfitti, fuggì a Taiwan. Ai
soldati furono dati alloggi temporanei in centinaia di villaggi militari dedicati, sparsi per
tutta l'isola. Alcuni insediamenti diventarono permanenti e i veterani furono lasciati lì a
viverci con le loro famiglie. E' stata anche la sorte del villaggio di Huang Yung-fu , che nel
peripodo di suo massimo splendore ospitava oltre 1200 persone. Con il passare del tempo,
però, le case diventarono sempre più fatiscenti. molti abitanti se ne andarono, aderendo ai
piani di ricollocazione del governo, e, alla fine, Huang Yung-fu si ritrovò a vivere da solo,
in un villaggio con appena undici case rimaste in piedi. Il nonno pensionato rifiutò ripetu-
tamente il trasferimento altrove, sfidando il governo che voleva "riqualificare" l'area. Poi,
un pò per noia un pò per contrastare l'avanzata delle ruspe che avevano nel frattempo cam-
biato l'architettura circostante, iniziò a dipingere un uccello nella sua casa.
Sono stati gli studenti dell'università locale a scoprire le suo talento. E' nata così una cam-
pagna mediatica e sul social per salvare il "Rainbow Village", che oggi attira frotte di gio-
vani visitatori proprio grazie alla fama ottenuta via internet.
Le autorità taiwanesi alla fine hanno convenuto che l'area è ormai diventata un'attrazione
da preservare e valorizzare. Nel frattempo Huang non ha mai smesso di dipingere. E spesso - racconta - si sveglia all'alba per aggiungere dettagli ai suoi murales, prima che arrivino i tu-
risti.
Lucianone
lunedì 3 giugno 2019
SPORT - calcio / serie B - finale playoff:/ partita di ritorno: Hellas Verona - Cittadella 3 - 0
3 giugno '19 - martedì 3rd June / Tuesday visione post - 4
COMMENTO
VERONA Hellas si prende la serie A, è la 29a partecipazione alla massima serie.
Alè, alè, alè... bum,bum,bum come grida il rinato Roberto Puliero. Tutti i butei sono
in festa. Tanto merito dell'allenatore Aglietti, che ha avuto il coraggio di prendere
in mano la squadra gialloblù nelle ultime settimane del campionato. E le ha dato
quell'anima che aveva perso cammin facendo. Adesso tutto starà nelle scelte del
presidente (della società) Setti. Sperando non rovini questa nuova favola del no-
stro Verona. Auguri, butei gialloblù, per l'anno prossimo. Intanto in A ci siamo!
- Luciano Finesso -
VERONA Hellas si prende la serie A, è la 29a partecipazione alla massima serie.
Alè, alè, alè... bum,bum,bum come grida il rinato Roberto Puliero. Tutti i butei sono
in festa. Tanto merito dell'allenatore Aglietti, che ha avuto il coraggio di prendere
in mano la squadra gialloblù nelle ultime settimane del campionato. E le ha dato
quell'anima che aveva perso cammin facendo. Adesso tutto starà nelle scelte del
presidente (della società) Setti. Sperando non rovini questa nuova favola del no-
stro Verona. Auguri, butei gialloblù, per l'anno prossimo. Intanto in A ci siamo!
- Luciano Finesso -
sabato 1 giugno 2019
Nuove riflessioni Del Sabato - Quanta democrazia ci resta ancora in Italia: 70, 80 , 90 per cento o da 60 in giù?
1 giugno '19 - sabato 1st June / Saturday
giovedì 30 maggio 2019
Riflessioni - La percezione della realtà e il peso dei social
30 maggio '19 - giovedì 30th May / Thursday visione post - 4
(da la Repubblica - 24 maggio '19 - L'Amaca / Michele Serra)
A che gioco giochiamo
La realtà conta relativamente. E' stata soppiantata dalla percezione che se ne ha (vedi la
questione dell'ordine pubblico: i crimini non sono in aumento, ma moltissime persone so-
no convinte che lo siano). E siccome la percezione della realtà nacse fondamentalmente
sui social e dai social, chiunque voglia fare politica deve puntare tutto sui social. Altri-
menti, è come voler fare una passaggiata sulla neve con gli infradito.
E' il succo di uno dei discorsi più riocorrenti negli ultimi tempi; riovolto specificamente
alla sinistra "vecchia" per definizione. E' un qrgomento che non si può ignorare, Ma non
è affatto facile affrontarlo; capire, insomma come procedere utilmente. Bisogna semplifi-
care, contrapponendo a propaganda una propaganda di segno opposto? E fino a che pun-
to si puù semplificare senza perdere di vista la sostanza delle cose, che non è mai una so-
stanza "semplice", è una sostanza "composta", dialettica, molteplice? Che farsene della cultura (ammesso di averne ancora una) se la cultura diventa uno zaino che attarda i mo-
vimenti, rende inascoltabili i discorsi? E' pensabile uno staff social tipo quello di Salvini,
aggressivo ma rudimentale, o è immaginabile che si possa inventare un "altro" linguaggio
social, meno sbrigativo, più sostanzioso, a costo di perdere qualche secondo per rileggere
quello che si è scritto? Bisogna accettare le regole del gioco oppure provare, giocando, a
modificarle in meglio? Infine, c'è qualcuno che ci sta materialmente pensando , nel Pd
e altrove, a come combattere questa guerra che sta ribaltando il mondo?
Altra riflessione personale...
Continua... to be continued...
(da la Repubblica - 24 maggio '19 - L'Amaca / Michele Serra)
A che gioco giochiamo
La realtà conta relativamente. E' stata soppiantata dalla percezione che se ne ha (vedi la
questione dell'ordine pubblico: i crimini non sono in aumento, ma moltissime persone so-
no convinte che lo siano). E siccome la percezione della realtà nacse fondamentalmente
sui social e dai social, chiunque voglia fare politica deve puntare tutto sui social. Altri-
menti, è come voler fare una passaggiata sulla neve con gli infradito.
E' il succo di uno dei discorsi più riocorrenti negli ultimi tempi; riovolto specificamente
alla sinistra "vecchia" per definizione. E' un qrgomento che non si può ignorare, Ma non
è affatto facile affrontarlo; capire, insomma come procedere utilmente. Bisogna semplifi-
care, contrapponendo a propaganda una propaganda di segno opposto? E fino a che pun-
to si puù semplificare senza perdere di vista la sostanza delle cose, che non è mai una so-
stanza "semplice", è una sostanza "composta", dialettica, molteplice? Che farsene della cultura (ammesso di averne ancora una) se la cultura diventa uno zaino che attarda i mo-
vimenti, rende inascoltabili i discorsi? E' pensabile uno staff social tipo quello di Salvini,
aggressivo ma rudimentale, o è immaginabile che si possa inventare un "altro" linguaggio
social, meno sbrigativo, più sostanzioso, a costo di perdere qualche secondo per rileggere
quello che si è scritto? Bisogna accettare le regole del gioco oppure provare, giocando, a
modificarle in meglio? Infine, c'è qualcuno che ci sta materialmente pensando , nel Pd
e altrove, a come combattere questa guerra che sta ribaltando il mondo?
Altra riflessione personale...
Continua... to be continued...
sabato 25 maggio 2019
Sport - calcio / Serie A - 38^ giornata 2018/19
25 maggio '19 - sabato 25th May / Saturdsy
Risultati e classifica
Frosinone 0 Bologna 3 Torino 3 Sampdoria 2 Atalanta 3 Cagliari 1
Chievo 0 Napoli 2 Lazio 1 Juventus 0 Sassuolo 1 Udinese 2
Fiorentina 0 Inter 2 Roma 2 Spal 2
Genoa 0 Empoli 1 Parma 1 Milan 3
CONTINUA... to be continued...
Risultati e classifica
Frosinone 0 Bologna 3 Torino 3 Sampdoria 2 Atalanta 3 Cagliari 1
Chievo 0 Napoli 2 Lazio 1 Juventus 0 Sassuolo 1 Udinese 2
Fiorentina 0 Inter 2 Roma 2 Spal 2
Genoa 0 Empoli 1 Parma 1 Milan 3
CONTINUA... to be continued...
venerdì 24 maggio 2019
INTERVISTA / personaggio - Mike Maric e i segreti del respiro
24 maggio '19 - venerdì 244th May / Friday visione post - 7
(da la Repubblica - 4 maggio '19 - Gianmarco Aimi)
"In acqua tra i delfini ho imparato
i segreti del respiro"
L'uomo nasce in apnea. Nel liquido amniotico che per nove mesi prepara tutti noi alla
vita esterna. Per questo il lavoro di Mike Maric ci permette di tornare alle origini e di
affrontare meglio la nostra vita quotidiana. Campione mondiale di apnea per tre anni
consecutivi (2004-2006) - già allievo di Umberto Pelizzari - è un uomo delfino per la tec-
nica con la monopinna che ha portato ai massimi livelli. Poi ricercatore, divulgatore e
insegnante. La scienza del respiro il suo ultimo libro. Allena, tra gli altri, nuotatori co-
me Federica Pellegrini e Filippo Magnini, i campioni di karate Sara Cardin, di ginna-
stica artistica Igor Cassina e di scherma Paolo Pizzo.
Tutto inizia dall'incontro con un fenomeno come Umberto Pelizzari.
Mike Maric: "Ho lavorato con un mito, mi ha preso nel suo staff e abbiamo condiviso mo-
menti unici. Andavamo in giro per il mondo , sfondando record e facendp la storia del no-
stro ambiente".
Una follia che ha condiviso con l'uomo "no limits"?
M. Maric: "Un ricordo forte agli esordi: eravamo in mare aperto e a un certo punto sotto di
noi passò uno squalo. Umberto esclamò: "Andiamo a vederlo". Mi sembrò una follia. Mi ha
fatto crescere, togliendomi tanti pregiudizi".
Un altro pregiudizio che ha sfatato nei suoi libri e documentari è sui delfini.
M. Maric: "Il delfino è molto curioso, però non è così amichevole. E' guardingo e geloso del
territorio, difende la compagna e sa attaccare. Mi è capitato di essere in pericolo in mezzo a
loro perchè il maschio dominante aveva percepito una minaccia".
Nel 2001 decide di partecipare alle gare. Che passaggio è stato?
M. Maric: "Da apneista per gioco al puntare alle vittorie. Ci vuole disciplina, metodo, serie-
tà, tante rinunce. Forse troppe. In quegli anni l'apnea era poco conosciuta, ma per me era il
mio lavoro, la mia passione e ci ho messo il massimo. Nel 2004, quando ho vinto il primo ti-
tolo, mi sono sentito come Rocky Balboa quando vince contro Apollo. Ora esistono altre me-
daglie, legate ai valori della vita e sono quelle che oggi voglio al collo".
Dopo le vittorie è arrivata la tragedia, cioè la morte del suo amico Filippo, nel 2005. Un
dramma che ha rischiato di chiudere il suo rapporto con l'acqua.
M. Maric: "Ho capito di non essere un supereroe e che sott'acqua non si scherza. Una par-
te di me è morta, ero una barca senza timone, andavo alla deriva. Mi sono allontanato dal-
l'acqua, ho preso quasi dieci chili. Non riuscivo a darmi pace".
Come è riuscito a fare pace con il mare?
M. Maric: "L'uomo matura quando affronta le sue paure. Insegno la sicurezza e che sia
momento di condivisione. Non faccio mai apnea da solo e mi arrabbio se lo fanno altri.
Perchè il vero spirito di questo sport è che da solo puoi vincere una volta, ma insieme
puoi crescere".
Il delfino è il suo simbolo per la tecnica della monopinna, come mai l'ha scelta?
M. Maric: "Le due pinne sono l'attrezzo più antico e permettono all'uomo di entrare in
acqua come se vcamminasse. Con la monopinna invece hai i piedi legati e ti trasformi in
delfino. La gestualità di tutto il corpo cambia. Devi tirare fuori l'istinto. Nasciamo in ap-
nea nel liquido amniotico, quindi siamo dei piccoli delfini. La monopinna riporta a un
ricordo ancestrale. Dal punto di vista tecnico è difficile, però aumentano le prestazioni,
distribuendo il carico muscolare e risparmiando energia".
Quanto è importante respirare bene nella vita di tutti i giorni?
M. Maric: "E' il primo fabbisogno della sopravvivenza. Mi considero un nutrizionista
del respiro. Le persone normali, spesso, stanno in apnea senza rendersene conto. Oppu-
re hanno una frequenza respiratoria elevata dovuta allo stress. Negli sportivi di alto li-
vello aiuto a migliorare le performance per recuperare lucidità e freddezza, prima o
durante le competizioni".
Un sogno da realizzare?
M. Maric: "Sono due. Portare le mie tecniche di respiro a un pubblico più vasto e ad atleti
competitivi di ogni disciplina. E insegnare alla persona più importante: trasferire questa
esperienza a un figlio".
Lyucianone
(da la Repubblica - 4 maggio '19 - Gianmarco Aimi)
"In acqua tra i delfini ho imparato
i segreti del respiro"
L'uomo nasce in apnea. Nel liquido amniotico che per nove mesi prepara tutti noi alla
vita esterna. Per questo il lavoro di Mike Maric ci permette di tornare alle origini e di
affrontare meglio la nostra vita quotidiana. Campione mondiale di apnea per tre anni
consecutivi (2004-2006) - già allievo di Umberto Pelizzari - è un uomo delfino per la tec-
nica con la monopinna che ha portato ai massimi livelli. Poi ricercatore, divulgatore e
insegnante. La scienza del respiro il suo ultimo libro. Allena, tra gli altri, nuotatori co-
me Federica Pellegrini e Filippo Magnini, i campioni di karate Sara Cardin, di ginna-
stica artistica Igor Cassina e di scherma Paolo Pizzo.
Tutto inizia dall'incontro con un fenomeno come Umberto Pelizzari.
Mike Maric: "Ho lavorato con un mito, mi ha preso nel suo staff e abbiamo condiviso mo-
menti unici. Andavamo in giro per il mondo , sfondando record e facendp la storia del no-
stro ambiente".
Una follia che ha condiviso con l'uomo "no limits"?
M. Maric: "Un ricordo forte agli esordi: eravamo in mare aperto e a un certo punto sotto di
noi passò uno squalo. Umberto esclamò: "Andiamo a vederlo". Mi sembrò una follia. Mi ha
fatto crescere, togliendomi tanti pregiudizi".
Un altro pregiudizio che ha sfatato nei suoi libri e documentari è sui delfini.
M. Maric: "Il delfino è molto curioso, però non è così amichevole. E' guardingo e geloso del
territorio, difende la compagna e sa attaccare. Mi è capitato di essere in pericolo in mezzo a
loro perchè il maschio dominante aveva percepito una minaccia".
Nel 2001 decide di partecipare alle gare. Che passaggio è stato?
M. Maric: "Da apneista per gioco al puntare alle vittorie. Ci vuole disciplina, metodo, serie-
tà, tante rinunce. Forse troppe. In quegli anni l'apnea era poco conosciuta, ma per me era il
mio lavoro, la mia passione e ci ho messo il massimo. Nel 2004, quando ho vinto il primo ti-
tolo, mi sono sentito come Rocky Balboa quando vince contro Apollo. Ora esistono altre me-
daglie, legate ai valori della vita e sono quelle che oggi voglio al collo".
Dopo le vittorie è arrivata la tragedia, cioè la morte del suo amico Filippo, nel 2005. Un
dramma che ha rischiato di chiudere il suo rapporto con l'acqua.
M. Maric: "Ho capito di non essere un supereroe e che sott'acqua non si scherza. Una par-
te di me è morta, ero una barca senza timone, andavo alla deriva. Mi sono allontanato dal-
l'acqua, ho preso quasi dieci chili. Non riuscivo a darmi pace".
Come è riuscito a fare pace con il mare?
M. Maric: "L'uomo matura quando affronta le sue paure. Insegno la sicurezza e che sia
momento di condivisione. Non faccio mai apnea da solo e mi arrabbio se lo fanno altri.
Perchè il vero spirito di questo sport è che da solo puoi vincere una volta, ma insieme
puoi crescere".
Il delfino è il suo simbolo per la tecnica della monopinna, come mai l'ha scelta?
M. Maric: "Le due pinne sono l'attrezzo più antico e permettono all'uomo di entrare in
acqua come se vcamminasse. Con la monopinna invece hai i piedi legati e ti trasformi in
delfino. La gestualità di tutto il corpo cambia. Devi tirare fuori l'istinto. Nasciamo in ap-
nea nel liquido amniotico, quindi siamo dei piccoli delfini. La monopinna riporta a un
ricordo ancestrale. Dal punto di vista tecnico è difficile, però aumentano le prestazioni,
distribuendo il carico muscolare e risparmiando energia".
Quanto è importante respirare bene nella vita di tutti i giorni?
M. Maric: "E' il primo fabbisogno della sopravvivenza. Mi considero un nutrizionista
del respiro. Le persone normali, spesso, stanno in apnea senza rendersene conto. Oppu-
re hanno una frequenza respiratoria elevata dovuta allo stress. Negli sportivi di alto li-
vello aiuto a migliorare le performance per recuperare lucidità e freddezza, prima o
durante le competizioni".
Un sogno da realizzare?
M. Maric: "Sono due. Portare le mie tecniche di respiro a un pubblico più vasto e ad atleti
competitivi di ogni disciplina. E insegnare alla persona più importante: trasferire questa
esperienza a un figlio".
Lyucianone
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