mercoledì 9 luglio 2014

Sport - calcio / Mondiale Brasile 2014 - Quarti di finale

9 luglio '14 - mercoledì           9th July / Wednesday                        visione post - 17

Le partite dei Quarti
Risultati
Brasile  -  Colombia     2 - 1
Francia  -  Germania    0 - 1
Olanda  -  Costa Rica   4 - 3
Argentina  -  Belgio     1 - 0

C o m m e n t i
Il Brasile dei 5 titoli mondiali, favorito d'obbligo ma  dal gioco involuto  lontano anni luce
da quello giocoliero che conoscevamo (20 e più anni fa?), ce la fa   con fatica  a superare
la Colombia e in più lascia sul campo feriti gravi e importanti (Neymar) e sanzionati in ros-
so (Thiago Silva, non meno fondamentale), che nello scontro epico con la Germania  faran-
no senza dubbio sentire la loro assenza. E comunque i brasileiros passano senza infamia e
senza lodi; ma la prova clou e definitiva sarà proprio con i teutonici e il loro portiere spazia-
le Neuer.
Una Germania quadrata in tutti i reparti elimina con lo sforzo minimo (una rete)  i francesi-transalpini inconcludenti nelle idee e nelle conclusioni.  Il team di Lòw è compatto, unito 
come gruppo che si sa adattare alle circostanze e soprattutto all'avversario di turno. L'unica sbandata (come detto) con l'Algeria.
Era prevedibile la difficoltà degli arancioni con il CostaRica, che ha fatto soffrire tutti gli avversari incontrati finora (vedi su tutti l'Italia).  Ma alla fine  l'Olanda  con esperienza  e 
quel Robben in più ha superato l'ostacolo caraibico, ma forse pagherà qualcosa (di sforzo 
per supplementari e magari anche psicologico)  nella fase semifinale con l'Argentina.
Tanto di cappello a questo Belgio che è riuscito ad arrivare ai quarti; solo che  poi  con
l'Argentina ha un pò esaurito quasi tutta la benzina e la carica relativa per superare una 
delle squadre (del Suadamerica) favorite per la finalissima di domenica prossima. Comun-
que il Belgio ha avuto il merito di resistere molto più di Italia & Spagna.
(lucianone)



Lucianone

lunedì 7 luglio 2014

Ultime notizie - dall'Italia / Latest news

7 luglio '14 - lunedì                 7th July / Monday

Società  -  delinquenza/mafia
Vescovi contro la mafia: stop alle processioni / Dopo il caso
dell'inchino al boss mafioso a Oppido Mamertina.
Il sindaco di Oppido: "Ho peccato in leggerezza"
Le 'ndrine lanciano la sfida a Papa Francesco
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Dopo la scomunica ai mafiosi lanciata da papa Francesco a Campobasso e la "risposta" di sfida, con la sosta davanti alla casa di un boss durante una processione mariana a Oppido Mamertina, si leva alta anche la voce dei vescovi della zona. «Netta riprovazione dell'inconsulto e temerario 
gesto di blasfema devozione che va all'opposto di quella dovuta alla Madre di Dio». Così il vescovo di Oppida Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, ribadisce la sua condanna riguardo all'episodio avvenuto durante la processione della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina, nella frazione Tresilico.
Drastico monsignor Salvatore Nunnari, presidente dei vescovi della Calabria, che all'Ansa dice: «Siccome sotto la vara (il carro trionfale della processione, ndr) può capitare che ci sia il mafioso di turno che fa poi il capo, allora bisogna avere il coraggio di fermare le processioni.

Previdenza
Pensioni sempre più leggere
La contromossa: spazio al secondo pilastro / Pa, attese 250mila uscite
Due - tre anni di età in più nel 2050-2060 consentiranno di alzare il tasso di sostituzione netto anche di dieci punti percentuali. È uno degli effetti del sistema contributivo con cui si calcolerà l'importo dell'assegno previdenziale dei 25-35enni di oggi.
La soluzione è a portata di mano ma, di fatto, non ha l'attrattività utile perché venga accolta da tutti coloro che ne avrebbero bisogno. I fondi pensione italiani offrono ai lavoratori l'opportunità di supportare le proprie rendite pensionistiche di primo pilastro con "pensioni di scorta" o di secondo pilastro, in grado di produrre un supporto tale da avvicinare i vitalizi futuri ai livelli ottenuti da coloro i quali sono andati in pensione nel recente passato. La «staffetta generazionale» avviata con il decreto sulla Pubblica amministrazione è indispensabile per dare fiato agli uffici e ringiovanire gli organici, ma darà un'altra botta ai conti della gestione ex Inpdap che sono già intensamente colorati di rosso.

Lucianone

Cultura - arte / Personaggio: Alfredo Jaar

7 luglio '14 - lunedì             7th July / Monday                        visione post - 12

Jaar: "L'arte cambia il mondo una persona alla volta"

L'artista cileno, intervistato, parla di bellezza e politica
( in occasione  della  grande  mostra
"Abbiamo amato tanto la rivoluzione" 
tenuta dalla Fondazione Merz di Torino
nel novembre 2013)

(da 'la Repubblica' - 12/11/2013 / R2 Cultura - Gregorio Botta, Torino)

"Abbiamo amato tanto la rivoluzione",  dice una scritta al neon  nell'enorme sala  della 
Fondazione Merz e la frase si riflette sullo spesso tappeto di vetro frantumato che copre
l'intero pavimento: 150 tonnellate di schegge, per la precisione.       Il visitatore le sente 
scricchiolare sotto i piedi come una presenza inquietante. Sta camminando sul suo passa-
to, sui sogni infranti di una generazione che voleva cambiare il mondo. Quanto rimpianto,
quanta nostalgia. "Sì - dice Alfredo Jaar - ma quanta possibilità di rinascere. Il vetro è un 
un materiale che si ricicla, può avere un'altra vita, e un'altra e un'altra ancora".
Un suono stridulo si diffonde nella sala: proviene da un video girato nel 1981, nel Cile di
Pinochet. E' lo stesso artista che tenta di suonare un clarinetto e non sa come. Note sgra-
ziate ma necessarie. "Sotto la dittatura non si può parlare chiaro, ma bisogna comunque
tentare di far sentire una voce". Il piffero della rivoluzione suona come può, con il pessi-
mismo della ragione e l'ottimismo della volontà di gramsciana memoria. E infatti il volto
di Gramsci - che con Pasolini è uno dei numi tutelari dell'artista - campeggia, moltiplica-
to in dodici disegni. "Ne sono ossessionato: appena ho del tempo libero, lo disegno".
Se c'è un artista politico al mondo, questo è Alfredo Jaar, che ha appena inaugurato la
sua mostra (a cura di Claudia Gioia) a Torino.    Coccolato dalla critica d'arte, esposto 
ovunque, (ha firmato più di 60 opere pubbliche in tutto il mondo) invitato ad ogni bien-
nale importante (da Documenta all'ultima Venezia, dove ha esposto  un  poeticissimo 
lavoro nel padiglione cileno) è sicuramente un caposcuola di quella wave estetica  che
unisce arte e impegno, poesia e militanza.
"Io sono nato 57 anni fa in Cile - spiega Jaar - ho visto il golpe contro Allende: per fare
arte ho dovuto subito imparare a parlare poeticamente tra le righe, a parlare senza par-
lare. Capisce? Era l'arte della resistenza. Io avevo  a che fare  con la censura.  Per me
l'arte è stata politica sin dal primo momento".
G. Botta - 'Fino a farla scappare dal Cile'.
A. Jaar  -  "La dittatura mi soffocava, dovevo fuggire. Ma mio padre mi convinse a lau-
rearmi in architettura prima di partire. Così quando arrivai a New York nell'82, per cin-
que anni mi mantenni lavorando come architetto.  Ma nel frattempo  cercavo  di capire
il mondo dell'arte americano: gallerie, musei, artisti. Tutto, insomma. Era molto affasci-
nante, ma ho scoperto due cose fondamentali. La prima è che l'America era molto pro-
vinciale".
G. Botta - 'Provinciale? Erano gli anni '80, Manhattan era la capitale culturale del globo,
l'ombelico del mondo'.
A. Jaar  -  "Macchè. Si parlava solo di New York, di Stati Uniti, e mai di Asia, Africa,
America Latina. Esistevano solo artisti americani e al massimo qualche tedesco.  Per
gli altri non c'era posto. Io, come sudamericano, non esistevo. La seconda cosa che ho 
scoperto è che in America nenache il mondo esisteva. C'erano 35 conflitti internaziona-
li, e nessuno ne parlava. Per me era inconcepibile: per me la relazione tra conflitto e ar-
te è naturale, è il contesto nel quale viviamo".
G. Botta - 'Però l'America le ha dato anche la grande occasione della sua vita'.
A. Jaar  -  "Vero. Nell'86 presi in affitto tutti gli spazi pubblicitari di una stazione della
metropolitana di Spring Street, vicina a Wall Street, affissi grandi poster  con  le  foto 
che avevo scattato nelle miniere d'oro di Serra Pelada, in Brasile.   Erano immagini di
un inferno dantesco:  uomini seminudi, coperti di fango che come formiche  brulicano 
nella enorme cava della montagna. A fianco di ciascuna foto c'era una semplice scritta:
la quotazione del prezzo dell'oro in una delle Borse del mondo".
G. Botta - 'Pagò lei un intervento così costoso?
A. Jaar  -  "No, partecipai ad un concorso del Guggenheim per una borsa e a loro piaque 
il progetto Così lo finanziarono: e pensi  che io  non ero  nessuno  in America, sono stati 
bravi!,,, E da lì è cambiata tutta la mia vita.  Achille Bonito Oliva mi portò alla Biennale
di Venezia, poi mi hanno invitato a Documenta e poi via via in tutto il mondo e ho potuto
dedicarmi solamente all'arte. Sono stato il primo sudamericano chiamato a Venezia: per
dirle che cos'era il mondo artistico all'epoca".
G. Botta - 'In effetti quel suo lavoro sull'oro crea uno shock visivo molto forte, mostran-
do il nesso tra due realtà che noi non siamo abituati a collegare. Da una parte il valore 
asettico dell'oro, dall'altra il lavoro di uomini reali, la fatica fisica bestiale, le vite indi-
viduali spezzate in miniera.  Ma a volte nell'arte politica il messaggio è preponderante: 
se le opere fanno la morale che cosa resta dell'estetica?'.
A. Jaar  -  "Sì, capisco il rischio. Ma io voglio informare con poesia. Non cerco informa-
zione pura e non cerco poesia pura: ma un equilibrio perfetto tra le due. Perchè se l'ope-
ra è troppo bella, troppo poetica, allora perde l'informazione. Diventa vuota. Anche se è 
bellissima, è solo decorazione. Ma se invece è troppo didattica, diventa banale.   E' una
linea molto sottile quella che cerco. A me piace l'arte critica, l'arte che contiene un pen-
siero".
G. Botta - 'E infatti lei dice che l'arte è 99% pensiero e 1% fare'.
A. Jaar  -  "Sì, per me è un modello di vedere e pensare il mondo. Quando devo fare un 
lavoro, che sia in Ruanda o in Australia, per prima cosa io vado, studio, mi informo, de-
vo capire. Il lavoro nasce dalla realtà che vedo: è il metodo che ho imparato dall'archi-
tettura.

Continuna... to be continued... 

martedì 1 luglio 2014

Sport - calcio / Mondiale Brasile 2014 - Gli ottavi

1 luglio '14 - mertedì           1st July / Tuesday                        visione post - 12

Le partite degli Ottavi
Risultati
Francia    2         Germania    2         Argentina     1         Belgio     2
Nigeria     0         Algeria        1         Svizzera       0         Usa         1

C o m m e n t i
Come previsto! Era pochissimo probabile che Nigeria e Algeria potessero
qualificarsi contro due blindati mondiali del calibro di Germania/Francia.
Eppure la squadra della Merkel ha avuto il suo da fare con un'Algeria po-
co arrendevole e per niente mancante di tecnica e di agonismo  tenuto su
ritmi elevati mettendo in difficolta Robben and company.
Argentina e Belgio non han dovuto sudare più di tanto per superare due
squadre che si sono sgonfiate strada facendo. Adesso dovranno vederse-
la tra loro per i quarti di finale. Interessante, intrigante scontro!
(lucianone)



 


Lucianone

Musica / personaggio - Souleyman: la nuova voce della Siria

1 luglio '14 - martedì           1st July / Tuesday                           visione post - 7

Per vent'anni ha cantato ai matrimoni fino a quando
è stato scoperto da una etichetta americana. 
Adesso Souleyman ha registrato il suo primo disco
in Occidente

(da 'la Repubblica' - 26/06/2014  -  Andrea Morandi)
Mentre a Ras al-Ayn, la città in cui è nato, l'esercito si è ripreso le strade dopo una lunga
e terribile battaglia con i gruppi armati dell'opposizione, lui gira il mondo con il suo nuo-
vo album, diventando il primo cantante siriano in  grado di esportare la sua musica oltre i
confini nazionali. Bizzarra e affascinante vicenda quella di Omar Souleyman (questa sera
al Circolo Magnolia per Elita Summer) che, dopo aver fatto l'artista da matrimoni per ol-
tre vent'anni e aver inciso 500 dischi in Siria, tre anni fa ha iniziato un'ascesa che lo ha 
portato sui palchi di Festival come Glastonbury e il Sònar di Barcellona, folgorando l'ex 
leader dei Blur Damond Albarn, Bjork (che lo ha voluto in studio a remixare un pezzo)
nonchè il produttore inglese Kieran Hebden, in arte Four Tet, che lo ha portato a Lon-
dra a registrare il suo primo album occidentale: 'Wenu Wenu', già un cult della scena 
etnica.  -  "Il miglior disco che abbia mai registrato" spiega Souleyman, che dall'inizio
del conflitto siriano si è trasferito in Turchia con la famiglia. "Ne sono orgoglioso, era-
no anni che cercavo di raggiungere una qualità sonora di questo livello".

Soprannominato l'Elvis Presley siriano, un passato da muratore tra Aleppo e Hassakah,
Souleyman è un personaggio unico anche all'interno della variegata scena della world
music: baffi neri, occhiali da sole, kefiah bianca e rossa e tunica su sui spesso indossa
una giacca di pelle, in Siria è diventato una superstar grazie a un miscuglio sonoro de-
finito "jihadi techno", ovvero incalzanti tappeti elettronici su cui fa convergere generi
come il dabke siriano, il choubi iracheno e elementi del retaggio  curdo e turco.
Diventato un caso grazie al passaparola sul Web e a un'etichetta americana (la Sublime
di Seattle) che lo ha portato a suonare negli Stati Uniti, Souleyman oggi vive il parados-
so di essere diventato il beniamino della scena alternativa proprio nel momento in cui il
suo Paese attraversa un incubo senza fine.
"Il canto è sempre stato tutto per me, ho iniziato a esibirmi a sette anni, ma sono riuscito 
a vivere  di musica  solo quando  le mie cassette , registrate ai matrimoni  in cui cantavo, 
hanno iniziato a diffondersi a Damasco. Il mio genere preferito rimane quello tradiziona-
le, ma uso l'elettronica per riuscire a portarlo a un pubblico giovane che, altrimenti, non
sarebbe interessato.   Se sono sorpreso dal successo in Occidente?  Onestamente sì, visto
che nessuno capisce quello che canto. Adesso però che sono diventato celebre all'estero,
il mio sogno è un altro: riuscire, un giorno, a tornare in Siria e a cantare i pezzi di 'We-
nu Wenu'. Mi renderebbe molto orgoglioso".
Lucianone

domenica 29 giugno 2014

Sport - calcio / Mondiale Brasile 2014 - Inizio degli Ottavi

29 giugno '14 - domenica         29th June / Sunday                     visione post - 7

Le partite degli Ottavi
Risultati
Brasile   4           Colombia   2      Olanda     2      Costa Rica    6
Cile        3            Uruguay     0      Messico   1       Grecia         4
(dopo i rigori)                                                           (dopo i rigori)

C o m m e n t i
Il Cile perde solo ai rigori con i cariocas, ha giocato meglio 
colpendo una traversa e un palo (uno degli ultimi rigori), Se
ne è uscito dal Mondiale con tanto onore. Peccato! L'avrei
preferito a questi brasiliani finora scadenti, solo fortunati,
che oltre a Neymar non hanno granchè, neanche nel gioco.
L'Uruguay perde, giustamente (Giustizia divina!), con una
Colombia che può andare lontano, illuminata da Quadrado.
Suarez campeggiava sugli spalti dello stadio, issato per aria
da tifosi esagerati (un vampiro non va inneggiato, solo punito).
E così era destino che l'Uruguay non potesse andare oltre do-
po aver azzannato, con aiuto dell'arbitro, un'Italia anch'essa
ormai in sfacelo. Squadre stanche, dimesse, difensiviste, sta-
tiche: meglio tornare a casa e riposarsi sul divano a vedere
gli altri più pimpanti, pungenti, affamati: Colombia e Costa-
Rica. 
L'Olanda la fa dura con il Messico, che solo alla fine cede
ma non crolla. Onore anche al Messico, squadra quadrata
in difesa ma che in avanti manca di un campione risolutore,
altrimenti ahi! per i tulipani, sarebbero stati guai grossi, ma
alla fine la pressione dell'attacco olandese ha la meglio.
Dopo i rigori ce la fa anche il CostaRica con una Grecia
comunque ostinata, mai doma, chi l'avrebbe detto. Vedre-
mo fin dove arriva il CostaRica, rivelazione vera di que-
sto mondiale. Spero esca già dal prossimo quarto, dopo-
tutto è quella che ha castigato gli azzurri. Non deve pro-
seguire, qui la sportività non c'entra, la cattiveria anzi-
tutto e guai a chi ci ha fatto piangere!
(Lucianone)

Video delle partite



Lucianone

venerdì 27 giugno 2014

Società e calcio - Riflessione e analisi, dopo l'uscita dell'Italia dal Mondiale del Brasile

27 giugno '14 - venerdì         27th June / Friday                               visione post - 17

LA LETTURA "generazionale"  che Gigi Buffon  ha fatto dell'eliminazione
dell'Italia non riguarda solo il calcio, ed è destinata ad accendere una ap-
passionata discussione .      Siamo solo noi "vecchi", dice Buffon, a tirare 
avanti la carretta , accusando implicitamente  le nuove leve calcistiche di 
scarsa capacità di soffrire e poca personalità. E' oggettivamente vero (un
Buffon, per rendimento e carattere, vale dieci Balotelli). Ma viene da do-
mandarsi quanto pesi, nella sbiadita presenza dei "giovani", l'ingombro 
evidente dei "vecchi".  -  Una volta allo scoccare dei 30 anni un calciato-
re era agli sgoccioli.     Oggi i Buffon, i Pirlo, i Totti, i Cassano  possono
guardare ai loro imminenti 40 con qualche speranza  di essere ancora in
campo; e arrivati  intorno ai 35    è ancora attorno a loro che nascono le 
squadre e si organizza il gioco. E dunque: non è forse più difficile, per un
ragazzo trovare  i suoi varchi  e   le sue occasioni, se una generazione di 
ostinatamente giovani gli sbarra il passo?  Non ho risposte: non tali, co-
munque, da sfuggire al sospetto di essere lo stesso parte in causa. Ma 
la domanda mi sembra importante , e vale la pena porsela a qualunque
"leva" si appartenga.  
(da 'la Repubblica' - 26 giugno '14 - L'AMACA / Michele Serra)

Il senso di una fine
Una squadra, un Paese. Se questa è la notte del calcio è perchè è buio in Italia. Perchè non bastano
le buone intenzioni di un allenatore a cambiare un sistema arrogante, sazio, violento. E' un pezzo d'I-
talia, la Nazionale, e le somiglia.  Fa vergogna  mettersi in fila  al check-in dell'aeroporto di Natal  e
sentire tifosi in maglia azzurra che irridono Balotelli, il negro. Torna a zappare la terra, dicono coi lo-
ro passaporti italiani bene in vista. Ieri un eroe, oggi il colpevole unico. Uno spettacolo osceno.  E'
sempre facile cercare un capro espiatorio, ma no, questa volta no.   Se c'è un simbolo della fine di
un'epoca, visto dall'altra parte dell'oceano, non è Balotelli ma Ciro Esposito. E' con lui che muore
un calcio che rimanda solo, nel resto del mondo, fotografie impubblicabili. Sul campo e fuori.
E' la morte di un ragazzo che stava andando allo stadio per vedere la partita ma no, nel nobile cal-
cio italiano non può andare nessuno allo stadio a fare il tifo e basta: una cosa normale e allegra  e
cellettiva qui nel Sud del mondo dove i ragazzini ci vanno da soli, in curva, a cantare il loro inno.
Nel blasonato calcio italiano allo stadio si va con paura, ci si deve difendere, ormai non ci si va più,
alla fine.Si muore. La famiglia di Ciro ha fatto un appello perchè in suo nome non siano commesse
altre violenze.  I siti brasiliani, argentini, colombiani, uruguagi  pubblicano  i lamenti  per il morso  a
Chiellini, lo sfogo di Balotelli ("Non ho colpe, vergognatevi voi") e accanto la notizia della morte di
"un giovane tifoso aggredito in circostanze non chiare". Non chiare per loro. Per noi è lo scontro fi-
sico è la normalità, la violenza delle curve animate da fazioni politiche, i boss che decidono se si de-
ve giocare o no e lo comunicano direttamente ai calciatori in campo che aspettano un loro cenno e
poi vincono o perdono, giocano o non giocano se lo dice il capoclan.   Gli spari in  autostrada,   le
spranghe fuori. Sandri, Raciti, Esposito, un rosario.
Le coincidenze non esistono. Le coincidenze sono lì per far capire anche a chi non ha occhi per
vedere che tutto si tiene, che è il cortocircuito fra quel che accade fuori dal campo e quel che ac-
cade dentro. La Spagna è uscita dal mondiale il giorno che abdicava Juan Carlos, vecchio re tra-
volto dagli scandali. La corruzione, i privilegi, la rendita.  L'Italia esce nel giorno in cui muore un
ragazzo, vittima dell'incapacità di questo sistema - di questo calcio, di questo governo, di questa
Italia - di fare reset, bonificare la corruzione e i privilegi, la criminalità infiltrata, le caste che come
calcare  hanno corroso  il gioco, , si chiama gioco, ci dev'essere una ragione, e col gioco si sono
mangiate l'allegria.
I campioni sono totalmente ostaggio  di chi  li ha comprati e viceversa, tutti ricattati e drogati  dal
denaro, così come sono accecati dai soldi i dirigenti della Lega di A occupati in questi giorni solo
a giocare la forsennata battaglia per i diritti tv fra Sky e Mediaset. L'importante è incassare il più
possibile, pazienza se parliamo di un calcio che ai Mondiali non arriva agli ottavi e in Europa per-
de tutto, umiliato dai club concorrenti.  -  l'Uruguay, il paese che ci rimanda a casa, ha un presi-
dente che ai primi episodi di violenza ha chiamato i suoi ministri e ha detto: io non mando la po-
lizia negli stadi, se i club non garantiscono la sicurezzan non chiedano la supplenza del governo.
poi Musjica può piacere o dispiacere, ma di certo un governo che volta le spalle a quel che ac-
cade negli stadi, lo ignora, ci mette sopra pannicelli caldi e leggi sbagliate, tornelli che tengono
fuori i tifosi e lasciano dentro i mafiosi è un governo che da forfait di fronte al tramonto del cal-
cio italiano., gloria morente.  Il made in Italy non è solo moda, cibo, il Colosseo e la Torre di
Pisa.  Nell'ultima favela di San Paolo i bambini hanno la maglia di Luca Toni, un altro numero
nove. Tra gli indios dell'Amazzonia quando arriva, in barca sul Rio Negro, un italiano gli chie-
dono ancora di Baggio. Schillaci è un eroe, ha un'associazione per i bambini di strada. Balo-
telli uno di loro, uguale a loro che sono neri di pelle per più della metà, è nero Pelè, era nero
Garrincha. Se poi tira una sedia. il ragazzo, non è per questo che si esce dal mondiale
"Noi abbiamo più fame, più forza", dice oggi Caceres uruguayo della Juve. E' quel che succede
in campo quello che conta. Equello che succede in campo è lo specchio, la misura esatta di quel-
lo che c'è fuori..
Prandelli si è dimesso, "sono una persona onesta, pago le tasse, non rubo i soldi dei contribuenti,
mi assumo le mie responsabilità". Un gesto che gli fa onore. Abete non ha potuto fare diversamen-
te, ma non basterà.  Quello che serve al calcio è che qualcuno di molto autorevole ci metta le ma-
ni sul serio, cambi le cose come vuol cambiare il paese. Che si prenda l'impegno, davanti alla fa-
miglia di Ciro Esposito - ferito a morte mentre le autorità in tribuna non trovavano gesti nè paro-
le - di dire, questa volta: ogni fine è un inizio.    Il vecchio calcio muore qui, non ci saranno altre
vittime, il nuovo comincia
(da 'la Repubblica'  -  26/06/2014 - Concita De Gregorio)

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giovedì 26 giugno 2014

Istruzione - La scuola senza maestri

26 giugno '14 - giovedì            26th June / Thursday                     visione post - 6

In Svizzera, a Villa Monte, c'è una
scuola senza maestri, dove il motto 
è "Qui ognuno impara da sè".
Banditi anche esami e pagelle,
e il governo promuove il metodo.

(da 'la Repubblica' - 31/03/2014  /  Ursula Eichenberger, Zurigo)
"Se mi è permesso di fare solo il mio dovere, ma non posso mai farlo quando voglio,
non mi va di farlo nemmeno quando devo. Se invece mi è permesso di farlo quando
voglio, lo faccio volentieri anche quando devo. Perchè per fare il proprio dovere bi-
sogna poter aver voglia di farlo".  Citazione di anonimo accanto al telefono a Villa
Monte, la scuola privata autorizzata e vigilata dal Canton Svitto, fondata nel 1983
dalla pedagogista Rosmarie Scheu e basata sul principio "ciascuno sa da sè".
"Già le quattro? Che palle!". I due bambini sono seduti sul pavimento in un angolo del-
la stanza, cisacuno con una clessidra appoggiata sul palmo della mano. Guardano
quanto tempo impiega la sabbia a cadere. Le classidre sono di dimensioni diverse
e i bimbi vogliono capire se la sabbia scorre più velocemente nell'una o nell'altra.
Ma lo scuolabus ha già suonato due volte il clacson, il treno parte tra dieci minuti.
E, per somma sventura, è anche venerdì. La settimana prima una bimba  di  nove
anni ha chisto alla direttrice: "Rosie, mi presti le tue chiavi?". Con le sue amiche  vo-
leva andare a scuola anche nel fine settimana.che si 
"Villa Monte è una scuola privata autorizzata che si ispira alla filosofia di Maria
Montessori e Rebeca Wild, sotto il controllo del Canton Svitto. Il successo della
scuola dimostra come sia possibile  ottenere  un valido titolo di studio anche con 
metodi non tradizionali", si legge nel verbale di valutazione del Dipartimento per
la formazione del Cantone.
Poco dopo le 8 si inizia. Dagli scuolabus gli alunni grandi e piccini scendono di cor-
sa e sciamano verso l'edificio. Una volta arrivati, via le scarpe, su gli stivali. Biso-
gna strappare le erbacce , mettere a dimora le nuove piantine.      "Questa è la mia
palma", spiega un bimbo al compagno più piccolo.    Nella stanza delle bambole si
prepara il tè. In un altro ambiente si lavora alacremente alle macchine da cucire.
"La filosofia della scuola è una filosofia di vita: Imparare assieme e l'uno dall'al-
tro. Imparare quando se ne ha voglia. Aver tempo per conoscere se stessi, gli al-
tri e l'ambiente esterno. Senza stress.  La perizia e il successo nella vita profes-
sionale testimoniano la validità della didattica di Villa Monte", spiega ancora il
Dipartimento cantonale. - La scuola sorge isolata su una collina affacciata sulla
Linthebene. Confina da un lato con il bosco, dall'altro ci sono il frutteto, il giardi-
no e l'orto dei bambini, il campo da calcio, il pergolato, una vecchia nave di legno
per giocare ai pirati. Ogni stanza è un paradiso, attrezzata con angoli destinati a 
al gioco  e  all'apprendimento, ogni oggetto è studiato  a fini pedagogici.  Inutile 
cercare banchi e lavagne, qui non si fa lezione frontale. Un gruppo di bambini per
piano, seguiti da almeno un insegnante, pedagogista o tirocinante. Al piano terra
i più piccini, a partire dai tre anni, al primo gli alunni della scuola primaria, all'ul-
timo quelli della secondaria.    Nella casa accanto abitano i direttori, una coppia,
che si dedica con grande impegno alla scuola. Gli adulti sono presenti solo per ri-
spondere alle domande, riordinare, aiutare e  intervenire  quando  i bambini  non 
riescono a fare da soli. Quasi inesistenti gli elogi, rari i rimproveri, nessuna puni-
zione. Niente compiti, niente esami, niente voti.
Le regole sono solo tre: trattarsi con rispetto, essere ordinati, restare nello spazio
stabilito attorno all'edificio,    "Moltissimo", ribadisce il Cantone "viene scoperto 
ed elaborato attraverso le azioni, anche nell'ambito della matematica e della lingua
ed p quello che colpisce di più. Le competenze personali, sociali  e  specifiche sono
poste sullo stesso piano".      Vige un ordine non organizzato, è tutto un via vai, un 
riempire gli zaini, improvvisare picnic. Niente urla, niente zuffe, si sta insieme in ar-
monia. "Noi diamo fiducia ai nostri ragazzi", spiega la fondatrice e direttrice della
scuola, Rosemarie Scheu, 62 anni. "Siamo convinti che tutti troveranno la loro stra-
da". Gli alunni non vengono mai persi di vista, gli adulti sanno sempre dove sono e
cosa fanno.  "Tutti gli alunni, il corpo insegnante e i genitori  dichiarano che in que-
sta scuola la violenza non esiste. Forse dipende dal fatto che gli alunni non sono og-
getto di alcuna costrizione  e  possono programmare e gestire  liberamente  la loro
giornata scolastica"-
Continua... to be continued... 

TECNOLOGIA / Internet - L'auto stampata in 3D e inventata da un italiano

26 giugno '14 - giovedì           26th June / Thursday                   visione post - 8

Un italiano, Michele Anoè, ha inventato
la prima automobile da stampare in 3D. E ha
sbaragliato concorrenti da tutto il mondo.
Sarà realizzata in un unico pezzo grazie
all'hitech di ultima generazione.

(da 'la Repubblica' - 20/06/2014 - Riccardo  Luna)
A settembre stampano la prima auto in 3D. Vuol dire che l'intera carrozzeria di una 
macchina uscirà come un unico pezzo da una stampante in 3D. Non sarà un giocatto-
lino. Sarà un'auto vera, teoricamente funzionante(con il motore elettrico di una Renault).
Accadrà l'8 settembre, all'International Manufacturing Show di Chicago. Per scegliere
c'è stata una gara mondiale. Hanno partecipato in più di duecento. E ha vinto un designer
italiano. Ignoto alle cronache fino a qualche giorno fa. Si chiama Michele Anoè, ha 49 an-
ni, è nato a Mestre ma vive a Torino da quando lavora. Ha sbaragliato la concorrenza in-
ternazionale  nei ritagli di tempo, dice senza vantarsene: è un dato di fatto, ci ha provato 
e basta.  C'era questa gara, indetta da Local Motors, una società  che sta  a Phoenix, in 
Arizona, diventata famosa qualche anno fa perchè si è messa a realizzare automobili - a
volte un pò tamarre - progettate  in crowdsourcing, con la collaborazione via Internet di
migliaia di persone.  Un modello, la Rally Fighter, ha pure avuto un buon successo di mer-
cato. Poi si sono buttati sulla moda del momento: la stampa 3D.   Hanno fatto un accordo
con un laboratorio di ricerca, l'Oak Ridge National Laboratory, si sono costruiti una stam-
pante 3D su misura e hanno lanciato la gara mdettendo in palio qualche migliaio di dollari
ma soprattutto il fatto che il progetto vincente sarebbe stato effettivamente realizzato.  E
ha vinto la "Strati" di Michele Anoè, un duetto con una linea super aggressiva.  Sembra
un fumetto.
INTERVISTA all'autore (M. Anoè)
Dov'è l'innovazione?  -
'Il fatto che si proverà a fare tutto o quasi in un unico passaggio di stampa 3D. Per questo 
non ci sono porte, è tutto ridotto all'essenziale. Il processo sarà assieme addittivo . Stam-
pa 3D - e sottrattivo - con la fresatura di alcune parti realizzata con la stessa macchina'.
Quante ore ci vogliono a stampare un auto?  - 
'Lo vedremo, ma credo un paio di giorni al massimo'.
In quale materiale sarà fatto?  -
'Plastica rinforzata con fibre di carbonio o fibre di vetro'.
Un anno fa è stata presentata un'latra auto stampata in 3D, Urbee, ma sembrava un
giocattolino rispetto alla Strati  -
'Loro hanno stampato in 3D quello che oggi si stampa in lamiera e plastica, con una 
nuova tecnologia bisogna fare cose diverse. Infatti Urbee2 sarà fatta come l'auto di
local Motors'.  
Ma che senso ha stampare una intera auto come un  pezzo unico?  -
'Dal punto di vista industriale è una follia, perchè se rompi un pezzo devi cambiare tutta
la macchina. Ma siamo in una terra di frontiera. Se mettiamo assieme tante cose di que-
sti giorni - l'auto che si guida da sola di Google, Elon Musk che libera tutti i brevetti del-
la Tesla elettrica, e questa storia di Local Motors - vediamo l'auto che non c'è ancora, Il
futuro arriva'.
Come hai cominciato?  -
'Lavoravo con mio padre, a Mestre: aveva una concessionaria di macchine agricole.
Montavo e smontavo biciclette in garage già  da piccolo. Ci mettevamo dei carretti
dietro e facevamo le gare. Avevo 11 anni'.
Che studi hai fatto?  -
'Le scuole tutte iniziate e abbandonate: professionale meccanica, ragioneria. poi nel 1990
ho vinto un concorso per disegnare "l'automobile europea", e mi sono iscritto a una scuo-
la di design di Torino, lo IAAD.  Il pregio di quella scuola è che aveva molti insegnanti che
venivano dal mondo Fiat. Infatti dopo qualche mese all'Aprilia sono stato assunto in Fiat
dove sono rimasto quattro anni'.

Continua... to be continued...